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mercoledì 7 agosto 2013

Non ci resta che piangere

"Nel quadro della legge sullo sviluppo economico e l'incremento dell'occupazione viene creato un nuovo sistema per il credito alla piccola e media industria"...

mercoledì 3 luglio 2013

Potevamo avere la luna

“Avevamo la luna. E ora siamo nel cono d’ombra di una lunga eclisse. Ma quando è cominciato il tramonto?”
Un incipit che svela le ragioni del libro. Michele Mezza mette subito le carte in tavola. “L’azzardo del libro che avete fra le mani, scritto per larghissima parte nei mesi precedenti le elezioni del 2013, è quello di anticipare una crisi sociale, rintracciandone l’origine nell’abbaglio di cinquant’anni fa”. 
Secondo Mezza la crisi attuale, sia quella economica - sociale, che quella della sinistra sono da ricercare

sabato 31 marzo 2012

Romanzo di una strage

“Io non ho paura di dire la verità". Licia Pinelli risponde alle domande del giudice su alcune ferite riscontrate sul corpo del marito morto. Non approfitta dell'occasione per dare la colpa alla polizia, perché sa che il su Pino si era fatto male giocando con le sue bambine.
È un passaggio rapido nel film Romanzo di una strage, ma dà il senso della morale entro cui si muoveva la famiglia Pinelli.
Il film di Marco Tullio Giordana ricostruisce la storia d'Italia dalla strage di piazza Fontana il 12 dicembre 1969, all'assassinio di Luigi Calabresi il 17 maggio 1972.
Quella bomba della Banca dell'Agricoltura avrebbe cambiato il nostro paese in modo definitivo e il regista, con coraggio

giovedì 8 marzo 2012

La Demattè racconta il bel pallone rosso di Mara Cagol

Angela Demattè e la vera Mara Cagol
Dopo Milano, Roma e diverse tappe in giro per l'Italia, Angela Demattè ha portato il suo spettacolo su Mara Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, anche a Varese.
Riprendo un'intervista fatta a lei circa un anno fa, e la recensione dello spettacolo.
Angela è davvero brava e peccato che la città varesina abbia risposto in modo timido (poco più di trecento spettatori) perché lo spettacolo è davvero notevole.

domenica 23 gennaio 2011

Avevo un bel pallone rosso

Manca letizia negli sguardi di Margherita Cagol. Suo padre glielo rimprovera ed è preoccupato per le sorti di questa sua figlia che non capisce più. Avevo un bel pallone rosso si snoda a cavallo del decennio che va dal 1965 al 1975. Gli anni della contestazione e poi della nascita delle Brigate rosse. Nel chiuso di una casa trentina, quella della famiglia Cagol, si discute su quello che sta succedendo all'interno dell'università.
Una cultura chiusa, un po' bigotta, si scontra con il cambiamento di Margherita. All'inizio i dialoghi, tutti in dialetto, hanno elementi di vita quotidiana. Via via che l'impegno della ragazza diventa sempre più forte, intrecciandosi con la relazione con Renato Curcio, c'è una metamorfosi anche del linguaggio.
Una scenografia asciutta, semplice, tutta giocata in piccoli spazi e con contrasti di luci molto efficaci vedono protagonisti sul palco Angela Demattè, che dello spettacolo è anche autrice, e Andrea Castelli. Bravissimi nelle loro interpretazioni, reggono quasi due ore di dialoghi e silenzi in modo emozionante.
Un testo che si attiene in modo stretto alla storia senza alcun giudizio o rivisitazione a posteriori. Sono tanti i piani di lettura dello spettacolo e il linguaggio ne è protagonista assoluto. La storia personale di una figlia e del padre che non la capisce più, la loro incomunicabilità, il dramma tutto personale si gioca dentro un contesto storico rilevante per tutto il Paese. Sono anni di trasformazioni a ogni livello. Il fermento pre sessantottino lo si avverte appena e si svela più in elementi educativi e del costume. Margherita, già universitaria, deve chiedere il permesso per uscire la sera ed è un valore il suo rientrare prima delle sette di sera. Il padre rigido, bigotto, ma anche ironico è attento a questi dettagli e si preoccupa dei giudizi della gente. Margherita lo ascolta, ne accetta le decisioni pur soffrendo di questa realtà che giorno dopo giorno sente sempre più stretta.
La distanza tra quel suo piccolo mondo e la volontà di occuparsi dei problemi degli operai, degli sfruttati, degli oppressi diventerà incolmabile fino alla scelta di sposare Curcio ed andarsene da casa. La formazione sui testi marxisti, sulle esperienze della rivoluzione culturale cinese e la militanza diventano tutto. Ci sono gesti simbolici forti come quello del crocefisso alla parete che diventa Lenin.
Il padre ora inizia ad essere preoccupato seriamente. Va a trovare Margherita, ormai Mara, a Milano, ma la figlia è distante, distratta, incapace di uscire dalla gabbia ideologica in cui vive. Anche qui l'autrice, oltre all'uso del linguaggio, tragico e quasi militare, fa compiere un gesto chiaro e netto di separazione. Mara non apre la confezione che contiene la torta fatta dalla madre. La prende, senza nemmeno aprirla, e la mette sopra la cucina in uno spazio quasi irraggiungibile. Lei, come i suoi compagni, fondatori delle Brigate rosse, si sono tagliati i ponti con il passato, hanno bruciato le carte d'identità perché le loro vite sono ormai altro.
La tragedia è annunciata e da quel momento sarà tutto un precipitare, nel Paese, e nella vita di Mara che verrà stroncata in uno scontro a fuoco ad Acqui nel 1975.
Un testo drammatico, ma anche fatto di tenerezza, di dolcezza, dove i ruoli spesso si invertono in un gioco che è tipico della relazione genitore figlio.
Uno spettacolo che fa discutere e farà discutere perché è coraggioso, non rimuove e indaga dentro l'anima dei protagonisti. Li presenta senza alcun giudizio, quello lo darà la storia, in questo caso non è in gioco nemmeno la magistratura perché Mara Cagol è morta.
Angela Demattè cerca di capire cosa abbia portato Mara alla trasformazione così forte, determinata e assoluta. Una domanda che resta aperta e il merito, grande, dell'autrice è averla messa in scena permettendo a ognuno di noi di farci i conti.

venerdì 23 aprile 2010

Abbiamo bisogno del venticinque aprile

Non è una semplice ricorrenza. Sessantacinque anni dopo la liberazione dal nazifascismo ci si divide ancora. Si fa la conta dei morti. Si chiede di dare pari dignità al sangue versato da una parte e dall’altra. Si prova a rileggere la storia come se, con regole nuove, questa “partita” potesse disporre di tempi supplementari che potrebbero cambiare il risultato.
C’è chi, ancora peggio, tenta di rimuovere tutto negando quanto successo.
Il venticinque aprile divide ancora molto. Eppure è una di quelle date di cui c’è davvero tanto bisogno. Da parte di tutti, perché quella è una partita chiusa per ciò che riguarda la storia, ma apertissima per ciò che riguarda le nostre vite di tutti i giorni.
La Liberazione da quel periodo buio, terribile, nefasto, portatore di morte che ci condusse alla seconda guerra mondiale è giorno di festa. La Liberazione dal nazifascismo si è compiuta sessantacinque anni fa e, dopo esser stato a lungo una giornata di memoria, adesso può diventare riflessione sul nostro presente e sul nostro futuro.
L’Italia deve molto a quel periodo e la Repubblica nasce grazie alla sofferenza, ma soprattutto alla speranza di molti.
La storia è una cosa viva perché ci riguarda tutti, perché ci permette di capire la dimensione collettiva. “La storia siamo noi, nessuno rimanga escluso”, come canta De Gregori.
Oggi però non abbiamo bisogno di quel venticinque aprile per continuare a dividerci tra vincitori e vinti. Neppure per continuare a ricercare una riappacificazione che faccia mediazioni dove non si tratta affatto di scomodare la matematica. E’ di una tristezza disarmante il dibattito di chi, di fronte all’immane tragedia dello sterminio di esseri umani, replica sempre invocando un’altra strage dimenticata, un ricordo diverso.
Abbiamo bisogno del venticinque aprile per superare le divisioni, perché la libertà, la democrazia, l’uguaglianza sono valori fondamentali da cui non si può e non si deve derogare mai. Non appartengono a una delle parti, non sono patrimonio solo di qualcuno.
Questo non è scontato, perché per molti di fronte alle paure, alle incertezze, alle tensioni, il fascismo può rappresentare ancora una risposta. L’uomo forte è un simbolo che rassicura. Fissa con determinazione ciò che è bene e ciò che è male. Assumendo il comando semplifica tutto. Non è per niente detto che serva la violenza, quanto meno nelle forme fisiche che conosciamo. Questo fascismo oggi non ha colori, non ha longitudini. Sta annidato e calmo e non è uno scalmanato come le camicie nere del ventennio.
Questo fascismo è l’antitesi della speranza di cambiamento, della crescita delle persone . E’ l’antitesi della spiritualità. Fornisce risposte semplici perché nessuno deve mettere in discussione la bontà delle scelte di chi lo fa per il “bene di tutti”.
Ogni momento storico ha il suo fascino e porta con sé speranze e pericoli. Quello attuale è condizionato dalla velocità, dalla diversa percezione dello spazio e del tempo. I riflessi immediati sono sotto gli occhi di tutti. Viviamo in un mondo globalizzato dove valori, tradizioni, significati, si mescolano e non potrebbe non essere così. Le radici che per secoli sono state ragioni di certezza, di solidità sembrano vacillare e la paura assume un ruolo da protagonista. Ci sentiamo tutti più insicuri e in un certo senso più fragili. In questa società “liquida”, come la definisce il sociologo Bauman, il concetto di radice funziona meno. E questo spaventa.
In un quadro così è più facile credere che le parole forti, l’uomo forte siano una possibile risposta giusta. Ci permettono una sorta di delega che deresponsabilizza. Quel fascismo è nell’aria come le polveri sottili. Dobbiamo prestare attenzione e non permettergli di avere il sopravvento. Entra dentro ognuno di noi molto più di quanto si possa credere. Per questo abbiamo tutti una grande responsabilità, che non ci permette di derogare ai principi fondamentali, affinché non si ripetano mai più momenti bui e torbidi come quelli sconfitti il venticinque aprile.

giovedì 4 giugno 2009

Vincere

Vengono i brividi e due scene valgono tutto il film. La prima con Giovanna Mezzogiorno ad intepretare Ida, la moglie segreta di Mussolini, in cima alle sbarre mentre fuori cade tanta neve. Un'immagine potente, dolorosa, densa di disperazione ma non di rassegnazione.
La seconda mostra tutta la brutalità e la stupidità del fascismo quando una squadraccia attacca una festa dell'Avanti e spara e ammazza vecchi e giovani che stanno ballando. La violenza gratuita, inutile, barbara di chi in nome di un ideale fasullo diprezza la via altrui.
Ma in Vincere, al di là di una storia raccontata in modo delicato e attento, la forza narrativa di Marco Bellocchio, come già fatto in altri film, si pensi solo a L'ora di religione con uno straordinario Sergio Castellito, è la fotografia, l'immagine.
Primi piani e giochi di luce magistrali e abili. Il regista si affida poi a spezzoni di documentari per ricostruire la figura del duce. Fa a pezzi la chiesa e tutto il potere.
E qui vengono i brividi sul serio nel pensare ai giorni nostri. Il film diventa così ancor più attuale e non solo un esercizio intellettuale.
Da vedere.

lunedì 18 agosto 2008

Sai che divertimento...

Stamattina, mentre tornavo con i miei figli da Bergamo, ho ricevuto una telefonata da un consigliere regionale. Mi chiedeva la possibilità di vederci e abbiamo concordato per una cena stasera. Stefano, 1 3 anni, mi ha subito chiesto chi fosse e dopo la mia risposta ha affermato: "sai che divertimento". Ho passato La strada da Dalmine a Legnano a raccontare come funziona il mio lavoro, ma soprattutto perché è importante incontrare, parlare, conoscere, al di là del semplice divertimento o delle cose che ci piacciono.
Una conversazione che mi ha stimolato molte riflessioni. La prima è sul bisogno di raccontare, di non dar mai nulla per scontato. Stefano si dice contento del mio lavoro, ma quello che vede e che sente non gli spiega nulla dell'importanza dell'informazione. In lui, vuoi l'età, vuoi un sistema mediatico fasullo, passa l'idea che tutto sia spettacolo o giù di lì.
L'ho visto attento e assorto quando gli ho fatto vedere come sia una fabbrica continua da Bergamo fino quasi a casa nostra. Come tanti marchi che usiamo quotidianamente siano prodotti in Lombardia e siano frutto del lavoro di tante persone. E abbiamo ragionato insieme su chi decide e perché e come non sia sempre stato così.
Una bella chiacchierata. Non so a lui, ma a me è stata utile. Forse più di tanti saggi sulla comunicazione e sull'adolescenza.

domenica 10 agosto 2008

Necropoli: "si viveva del pane dei morti"

Necropoli è un romanzo autobiografico di Boris Pahor. Racconta la vita nel campo di concentramento nazista di Natzweiler-Struthof tra il 1941 e il 1944. Un libro sconvolgente dove Pahor narra l'orrore vissuto in quegli spazi dove vennero uccise oltre 25mila persone.
L'autore torna nel campo nel 1966 e da questa visita inizia il racconto. Un romanzo duro e straordinario. Pahor in fondo al suo libro riflette anche sugli effetti successivi all'orrore e si domanda "Perché l'aureola di eroi per quelli che caddero con col fucile in mano o aggrappati alla mitragliatrice e un ricordo appenna accennato, se non il silenzio assoluto, per qquelli che furono rosi dalla fame?"
Un libro che va letto per conoscere e non dimenticare.