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lunedì 26 luglio 2010

Io non sono razzista, però...

Siamo razzisti o no? Molti dei commenti ai fatti successi quindici giorni fa ruotano intorno a questa domanda. Ma si "abbiamo a che fare solo con due deficienti che hanno esagerato" è una posizione che potrebbe accomunare tanti, ma non ci aiuterebbe a capire cosa è successo a Roberta e soprattutto cosa sta succedendo nelle nostre città.
Le botte che questa ragazza brasiliana ha preso solo perché aveva reagito verbalmente ai richiami di una coppia sono assurde. Lo sono sempre in qualsiasi contesto. Diventano intollerabili quando seguono a espressioni quali "negra di merda torna a casa tua".
Varese è casa sua. Vive qui Roberta, studia qui. Sua mamma assiste una famiglia italiana e porta il proprio contributo al miglioramento delle condizioni sociali di questo paese.
Come le si può gridare "vattene"? Che diritto abbiamo? Che fine ha fatto l'umanità? La vicenda è tanto più delicata e non può esser liquidata con due battute anche per i protagonisti che entrano in scena. Una donna in stato di gravidanza avanzata e suo marito che ha in braccio un bambino piccolo. Due persone che dovrebbero avere una sensibilità ancora più elevata grazie alle esperienze che stanno vivendo. Evidentemente non è così. Se arrivano a mettere le mani addosso a una giovane ragazza che ha come unico torto l'essersi lamentata del caldo, qualcosa non va.
Questa coppia vive un disagio. Se questo abbia ragioni personali non sta certo a noi indagare, ma certe espressioni sono figlie di una mentalità che si fa dilagante, che diventa "opinione" diffusa. E allora altroché se abbiamo a che fare con il razzismo. Un razzismo strisciante, schifoso, di quello che se non ci stai attento ti prende e ci sei dentro fino al collo senza essertene reso conto. Un razzismo con cui ognuno di noi deve fare i conti perché è fatto di stereotipi e pregiudizi. Un razzismo che individua nell'altro il colpevole dei miei disagi personali, perché è molto più facile trovare fuori da noi le responsabilità, che non farci carico delle cose e affrontarle.
Allora girarci dall'altra parte o fare tanto gli equilibristi cercando tutti i distinguo o tutte le azioni buone e accoglienti davvero serve a poco.
A poco però serve anche dividere questa nostra società in buoni e cattivi. Quelli che si mettono la casacca dell'antirazzismo e attaccano subito, con ricette certe non aiutano affatto a capire.
Fa bene oggi un esponente sindacale, dalle pagine di un quotidiano locale, a raccontare il disagio che vivono i lavoratori della Sila, l'azienda che gestisce il servizio di trasporto pubblico. La loro attività è delicata, è sempre a rischio e una presenza sempre più massiccia di cittadini extracomunitari complica tutto. Lo fa non perché gli italiani sono brava gente e gli altri tutti delinquenti, o comunque pericolosi, ma perché culture e abitudini diverse quando entrano in rapporto suscitano sempre timori e possibili incomprensioni. Banalizzando molto basti pensare ai profumi e agli odori.
Gli autisti degli autobus, come il personale sanitario, ma anche gli insegnanti e altre categorie di lavoratori a contatto con il pubblico sono sempre in prima fila. Dobbiamo tenerne conto prima di inveire o di promuovere iniziative contro di loro (c'è un'associazione che chiede di spedire email alla Sila per far prendere posizione all'azienda), anche quando si rendono colpevoli di fatti gravi.
Certi comportamenti assurdi, quali la violenza, non possono comunque trovare attenuanti o giustificazioni. Derogare a questo è pericoloso e toglie ogni certezza dei diritti individuali
Questa società non ha ritorni. Si deve andare avanti e abbiamo circa il 10% della popolazione extracomunitaria. Quando inizieremo a capire che a questa situazione, oltre ad alcuni problemi, porta già ricchezza e ne potrà portare sempre di più, allora avremo iniziato a costruire la storia e saremo usciti dalle catacombe. Ricchezza che non si misura in denaro, ma in relazioni, in cultura, in capacità di apertura e di conoscenza.
La giustizia farà il suo corso nella storia di Roberta. Chi l'ha picchiata deve rispondere di quei gesti, ma non è con azioni ostili che si costruisce un vivere civile e sereno. E ogni volta che ci viene da pronunciare o ci capita di ascoltare la frase "io non sono razzista però..." fermiamoci a parlarne. Ci farà solo bene.

domenica 8 marzo 2009

Il catalogo dei reati etnici

Gad Lerner, in un articolo su Repubblica e sul suo blog, mette il dito nella piaga. Con coraggio e la solita chiarezza che o contraddistingue affronta la questione della sicurezza e dell'immigrazione. Senza mezzi termini se la prende con quanti si nascondono dietro pseudo ricerche imparziali per far passare atteggiamenit che inneggiano alla xenofobia.
Da leggere.

giovedì 16 ottobre 2008

La fatica di crescere

I giornali sono un'opera collettiva. La loro bellezza sta tutta lì. È il confronto continuo tra i redattori che fa crescere. Il rapporto con i lettori e con il territorio fa il resto. E così mercoledì mattina si è aperta una bella discussione su cosa fare ancora sull'episodio di Brinzio, dove degli imbecilli hanno imbrattato le sagome dei bambini neri.
Ne è venuta fuori un'interessante intervista di Roberta Bertolini al provvediore Claudio Merletti. Dopo aver tirato le orecchie ai media, tra le altre cose afferma: «Dare letture ideologiche a questi episodi di cronaca mette a repentaglio il lavoro delicato degli insegnanti. Trasmette un clima di sfiducia che investe i ragazzi, le famiglie e i docenti. Va detto, invece, che gli istituti professionali, come quello che aveva come studenti i giovani protagonisti del pestaggio, svolgono un ruolo importante nell'educazione e nell'integrazione. Sono frequentati da ragazzi immigrati che, nella maggior parte dei casi e al di là di qualche singolo episodio, vivono accanto ai compagni senza alcun problema. Questo anche per merito della "scuola" che è fatta di persone, di docenti, di presidi che mettono in campo tutti i meccanismi per assorbire le differenze sociali, compensare i limiti. Sono quelle le scuole in cui è più difficile lavorare, ma anche quelle in cui si svolge il lavoro più faticoso di integrazione tra i singoli ragazzi e tra i ragazzi e la società».

martedì 14 ottobre 2008

Di che colore è la pelle di Dio

"Vergognatevi" è il grido dei ragazzi di Brinzio. Hanno scelto di non usare "molte parole, tutte poco belle", per definire chi ha imbrattato i loro lavori.
Colorare le sagome dei bambini neri facendoli diventare bianchi è un gesto stupido, arrogante e inutile. Non siamo nel mondo dello spettacolo dove un cantante decide di schiarirsi la pelle.
Episodi come quello successo nel paesino del parco sono il sintomo di una società in grave difficoltà. Un paese che sta cambiando e i cui processi sono inarrestabili e sarebbe ora di cominciare a dirlo con chiarezza. E allora se così è, e sarà sempre di più, iniziamo a riflettere, ad affrontare le cose per quelle che sono. Il balletto a cui si assiste da settimane sui mezzi di informazione è patetico e osceno. Cercare distinguo ora non serve a niente. Ogni episodio di intolleranza, di aggressione, di disprezzo della diversità va denunciato e non è tempo di fare analisi contorte e cercare giustificazioni. Così come non è tempo di strumentalizzazioni. Chi si comporta così si chiama fuori dalla possibilità di costruire qualcosa di nuovo, di positivo.
Tanti di noi ricorderanno il testo di una canzone religiosa il cui ritornello si interrogava su "che colore fosse la pelle di Dio". È terribile pensare che ancora oggi un candidato presidente alla Casa bianca debba "giustificare" il colore della sua pelle. È terribile che bambini innocenti che hanno lavorato per realizzare un'opera utile debbano veder rovinato il proprio impegno. E non si tratta dei soliti "quattro imbecilli", perché anche fosse così, il gesto resta gravissimo. Quello che preoccupa non sono gli imbecilli che girano liberi (purtroppo ce ne saranno sempre), ma un clima crescente di rozzezza, di scadimento civile, di vero razzismo.
Ogni singolo gesto può anche sembrare minimale, ma quando si ripetono le cose iniziano a cambiare. Ne va di mezzo la vita di tutti noi a prescindere dal colore della pelle, delle convinzioni religiose, delle appartenenze politiche. E anche per questo ognuno deve fare la propria parte per far crescere la comunità. Altrimenti tensioni, paure, fatica alla convivenza renderanno ognuno di noi molto più debole e molto più brutto.