lunedì 29 novembre 2010
Tante perle non fanno una collana
E poi l’eccellenza di spazi congressuali con le incantevoli Ville Ponti, o il pratico e comodo MalpensaFiere, oltre ai tanti hotel che offrono altri servizi. Per non parlare poi di tutte quelle proposte di nicchia, che pensate in un contesto di mondo globale, possono portare numeri di visitatori davvero importanti. Lo sport, il benessere, l’ambiente, la natura, sono altri punti di forza del nostro territorio.
Insomma, il turismo varesino non può certo competere con quello delle grandi città d’arte, o con il lago di Garda, ma i numeri per fare bene ci sono, o meglio ci sarebbero.
Intorno a questo, da una decina d’anni, si gioca una scommessa importante: scoprire una possibile vocazione turistica del Varesotto che, oltre a far conoscere le proprie bellezze ai cittadini che ci vivono, diventi un piccolo pilastro dell’economia.
Ovvio che la presenza di Malpensa gioca un ruolo importante e strategico. Dall’aeroporto, malgrado la crisi, transitano milioni di passeggeri. Intercettarli non è facile, ma è possibile.
La Camera di commercio e la Provincia collaborano da diversi anni per far si che il turismo diventi un sistema. Hanno fondato un’agenzia specifica e danno energia al consorzio misto tra pubblico e privato perché gestisca la parte business.
Le premesse ci sarebbero tutte per un discreto successo. Ma è davvero così? Non sembra proprio. Ognuno fa da sé, e anche in questo settore vince la sindrome del pasticcino. Tutti grandi pasticceri per dimostrare di saper fare il miglior dolce. Peccato che, come bene hanno detto i direttori del Convention Bureau varesino, nessuno, da solo, abbia la forza per competere e promuovere seriamente il territorio.
L’agenzia per il turismo avrebbe il compito di elaborare strategie e gestire le relazioni per far si che si sviluppi un vero sistema. Un ruolo importante che valorizzi le abilità dei vari pasticceri facendo però attenzione a non moltiplicare solo i risultati, ma indirizzando, almeno in parte, l’uso degli ingredienti per fare una buona torta.
Se i diversi soggetti non dialogano e non si incontrano, c’è poco da sperare in un vero sviluppo. Si continuerà a fare piccoli numeri, malgrado si abbiano le occasioni per pensare ai grandi.
Sembra essere un po‘ la vocazione varesina, ma allora, viene da pensare che per organizzare un abbraccio intorno al lago sarebbe sufficiente un consorzio di bocciofile e non un grande dispiego di energie come quello messo in campo dall’agenzia per il turismo alla ricerca di record (per farci che?), per altro nemmeno raggiunti. Promuovere il territorio richiede ben altro che piacevoli e meritevoli scampagnate.
Tanti pasticcini saranno anche buoni, ma non fanno una torta, e tante perle sciolte saranno anche belle, ma non fanno una collana.
domenica 21 novembre 2010
Le cose buone della Lega
Hanno abbandonato la Lega per dissensi profondi, ma non hanno mai sbattuto porte o rinnegato quanto fatto in precedenza. Sono stati protagonisti di fasi storiche, a detta loro, appassionanti. All’inizio come movimento dell’antipolitica, e poi di quella in cui il Carroccio era da poco rientrato nelle stanze dei bottoni della “Roma ladrona” che tanto avevano combattuto. Nel frattempo tanti amministratori se ne erano già andati delusi. Tutta la schiera dei primi sindaci, a partire da Raimondo Fassa a Varese, Angelo Luini a Gallarate, fino a Luigi Rosa a Busto Arsizio.
I tre ex militanti non avevano tutta questa visibilità, ma forse non era stato nemmeno quello a evitare posizioni polemiche, ma un vero amore per le idee che avevano abbracciato con la convinzione di cambiare Varese e il Paese. Da una parte il profondo legame con la propria terra e dall’altra la speranza che il federalismo avrebbe trionfato.
Qualcosa però si è incrinato in modo profondo se uno di loro ci scrive, in modo accorato, di eliminare dall’archivio alcune interviste troppo “verdi” perché nuocerebbero al proprio lavoro. Se un secondo non può fare a meno di rileggere sconsolato l’operato di questi quasi vent’anni di governo del territorio convinto che tutto sia rimasto fermo. C’è la convinzione che per molti la Lega sia stata l’occasione per entrare in posti che mai si sarebbero sognati di raggiungere. Nel frattempo però la distanza tra i bisogni dei cittadini e l’operato della politica, anziché diminuire sia aumentata. Il terzo ex leghista è ancora più esplicito e scrive che “la Lega a Varese una cosa buona l'ha fatta: il distributore gratuito di acqua al posteggio della Provincia (per il resto lasciamo perdere)”.
Da quando la Lega nel 1992 è entrata trionfante a Palazzo Estense, Villa Recalcati e poi, via via, in tanti altri luoghi di potere il mondo è cambiato. Anche Bossi e il suo partito sono cambiati. E la contestazione arriva proprio da lì.
Cosa stanno facendo, qual è la loro visione del futuro, quali sono le parole d’ordine oggi? Sono le domande, a volte un po’ retoriche, che sollevano diversi ex militanti, e non solo loro. Ma, senza scomodare la secessione, la tanto decantata Roma ladrona, e altri slogan, qual è l’idea di città per i prossimi dieci anni per Varese, Gallarate e Busto Arsizio?
Questa è la vera domanda, e non se convenga correre da soli, accompagnati, o se rompere o meno con una o l’altra forza politica.
Mancano pochi mesi alle elezioni per rinnovare i sindaci di quelle città. Quelle domande esigono risposte, e i cittadini su quelle potranno decidere per chi votare.
lunedì 15 novembre 2010
Il sorriso dei bambini
Il sorriso di un bambino è tra i doni più grandi che può ricevere un adulto. Nello stesso modo la sofferenza dei più piccoli ci inquieta e ci coinvolge emotivamente. Dovremmo ricordarcene sempre, e non solo quando siamo direttamente coinvolti.
“Un bambino in ospedale non è un piccolo adulto, ma un bambino. Un neonato, un bambino, un adolescente sereno guarisce prima, ma la sua serenità dipende dall’ambiente che lo circonda. Giochi, sorrisi, colori e spazi vivaci per socializzare sono come una terapia: la soglia del dolore si abbassa e si risponde meglio alle cure”.
Niente meglio di queste parole spiegano le ragioni di un ospedale materno infantile. E niente meglio di quello che afferma Umberto Veronesi ci svelano una visione della professione medica. “Non esiste, secondo me, medicina senza solidarietà, né medicina senza amore. E proprio per questa sua profonda aspirazione alla solidarietà, io vedo la professione medica come una missione. Una missione con un grande spessore etico. Il medico dovrebbe possedere un forte senso della giustizia sociale e non conoscere nessuna forma di intolleranza, né razziale né di altro genere”.
Per il progetto di un ospedale del bambino, il nostro territorio deve molto alla fondazione Il ponte del sorriso. La sua attività ha un grande valore e si sviluppa su fronti diversi, tutti importanti.
Da anni, centinaia di cittadini fanno volontariato nelle corsie dell’ospedale. Portano calore, allegria, sorrisi, giochi e svago ai bambini ricoverati. Insieme a questo lavoro si sviluppano iniziative che sensibilizzano e fanno cultura. Un impegno non diverso da quello delle centinaia di associazioni di volontariato presenti in provincia. Il ponte del sorriso ha però lanciato una sfida ancor più grande: la costruzione di un nuovo ospedale. E questo è il terzo fronte, il più delicato e difficile, dove l’impegno non può essere solo il loro, ma deve coinvolgere tutta la collettività.
Ce lo hanno ricordato con coraggio e gentilezza i tanti volontari che si sono ritrovati due giorni fa alla presentazione del progetto. Ci credono a questo sogno, e ne hanno finanziato tutta la fase progettuale. Le scelte fin qui fatte sono di grande eccellenza, a partire proprio dai soggetti coinvolti. Il riferimento è l’ospedale Meyer di Firenze, una delle strutture più importanti in Italia.
Intorno al Ponte del sorriso si sono poi strette tutte le istituzioni, perché gli unici colori che contano, parlando di bambini, sono quelli della gioia e non degli schieramenti politici. Alcuni fondi ci sono, e i lavori possono partire. Ma non basta. La città, il territorio, devono crederci e occorre una vera mobilitazione, un’attenzione fatta di gesti concreti. Servono ancora risorse economiche, e tutti possiamo fare la nostra parte.
domenica 7 novembre 2010
Anche le oche sanno sgambettare
La scuola è quel luogo dove si insegnano cose utili, quelle cose che il mondo non insegna, sennò non va bene.
Sicché anche se il ballo è soltanto una cosa inutile, farlo a scuola è una cosa assolutamente indecente”.
Don Milani non le mandava a dire. Mancavano pochi giorni al carnevale quando il priore di Barbiana, uno sperduto borgo del Mugello, affrontò a viso aperto alcune ragazzine che aveva chiesto di poter fare una festa danzante a scuola.
"Ma se nel fare una cosa inutile non si fa male a nessuno, questo non è mica immorale?" domanda una di loro.
Don Milani le rispose con la chiarezza che lo contraddistingueva: "Se la vita è un bel dono di Dio non va buttata via e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è buttar via un bel dono di Dio. È un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo".
La conversazione andò avanti per oltre un’ora con il priore che incalzava le ragazze. “La scemina che tutti ricercano sta godendo felice e torna a casa che piscia e non se ne avvede dalla gioia, non perché l’han trovata intelligente, l’han trovata colta, ma perché l’han trovata capace di sgambettare come sanno anche le oche. Ma ci pensate quanto viene su cretina una ragazzina molto bellina a sperare che sia richiesta da tutti e a passare da una sala da ballo a un’altra? Vi immaginate che mammina sarà quella! Che donna politica! E che sindacalista! Quella invece che torna a casa addolorata perché nessun giovanotto l’ha richiesta, è addolorata da una cosa che non si è meritata. Quindi in questa sala avvengono delle infamie, delle mancanze di carità tremende”.
Un'invettiva con parole di pietra contro il ballo e il divertimento, contro l'effimero e contro chi "bestemmia il tempo" in un mondo in cui tutto è inutilmente piacevole. Un'invettiva che solo un profeta come Lorenzo Milani poteva pronunciare senza provare un po' di pudore.
Eravamo nel 1965, un’altra epoca.
La nostra, a casa nostra, è quella di una giovane varesina che a 19 anni decide di fare l’attrice porno di cinema hard. Quella di una ragazza di 28 anni, laureata in relazioni pubbliche, che passa il tempo nella casa del Grande fratello. Quella di genitori che fanno un’ora di coda per accompagnare i propri figli a una festa in discoteca, dove c’è più alcol e droghe che aria.
Quanto a “bestemmiare il tempo”, la nostra provincia non si fa mancare niente.
Del resto cosa c’è di male se il modello vincente è quello di Ruby, di Nicole, di Noemi, delle sculettanti veline, delle “scuderie” di avvenenti signorine alla corte di Lele Mora?
Il senso dell’educazione e della responsabilità, il contenuto della democrazia, il riscatto degli emarginati, la ricerca della libertà, l’emancipazione femminile richiamate da don Milani sono pensieri vecchi. Figli del moralismo di un bigotto prete di campagna, dirà qualcuno.
Viva l’Italia.
sabato 30 ottobre 2010
L'era della condivisione
Il decennio che si chiude per l’informazione è stato, invece, il più turbinoso della storia. Internet, e più in generale il digitale, stanno cambiando in modo profondo la nostra vita. In una delle tante buone iniziative di Duemilalibri, a Gallarate, protagonisti diversi si sono ritrovati a discutere delle sorti del giornalismo. La questione non è se, e quando, i giornali di carta cesseranno di andare in edicola. La crisi di questo meraviglioso prodotto è evidente, ma questi toni apocalittici servono solo a spettacolarizzare il dibattito.
L’avanzare delle nuove tecnologie, ormai utilizzate da oltre metà della popolazione italiana, sta modificando in modo profondo le nostre abitudini di vita. Solo dieci anni anni fa erano veramente poche le persone che avevano una casella email. Oggi non ne potremmo più fare a meno. Allora, si parlava del nuovo millennio come dell’era dell’accesso. Il mondo avrebbe superato le divisioni ideologiche e spaziali, come le avevamo fino allora conosciute, e le differenze sarebbero state marcate da chi aveva o meno una connessione a Internet. I giornali, a quei tempi, iniziarono a conoscere la novità del web come un fenomeno del presente e non più del futuro. La velocità delle notizie, il continuo aggiornamento, la possibilità di visionare e stampare documenti, ascoltare audio, vedere immagini e video mostravano la profonda differenza con ogni altro media conosciuto.
Da allora tutto è cambiato. Non è la tecnologia, questa ha dato solo un grande contributo, ma le abitudini e le opportunità a cui accedono tanti cittadini. Oggi in rete si possono scambiare informazioni, si può commentare i fatti, inviare email, condividere materiali in tanti formati. Nel giro di pochissime stagioni siamo passati dall’era dell’accesso a quella della condivisione. Solo due anni fa in Italia i social network, erano quasi sconosciuti. Oggi siamo i maggiori utilizzatori al mondo, e ci passiamo oltre sei ore al mese.
Tutto questo non segna affatto il tramonto del giornalismo. Anzi, i cittadini grazie al web si informano di più, ma ci sarà sempre più bisogno di professionisti, anche se il loro ruolo non è più quello di fare i mediatori, come siamo stati abituati fino a oggi. Per la prima volta i mezzi di comunicazione sono accessibili a chiunque, e chiunque può pubblicare informazioni.
I cittadini sono sempre più abituati a condividere pezzi della propria vita sulla Rete, e i giornali non possono più sottrarsi a questa profonda novità. È una fase molto faticosa, ma anche piena di fascino, perché si sperimenta una partecipazione diretta come mai è avvenuto.
lunedì 26 luglio 2010
Stereotipi e accoglienza
“Un gruppo di ricercatori della Zoological Society of London è andato a Panama per studiare la vita sociale delle vespe locali. Le scoperte effettuate da questi ricercatori hanno cancellato stereotipi vecchi di secoli sulle abitudini degli insetti sociali.
Fin dal momento in cui il concetto di «insetti sociali» (che comprende api, termiti, formiche o vespe) è stato coniato ed è entrato nell’uso, nessuno, né gli zoologi più esperti né il pubblico profano, ha mai messo in discussione l’idea che la «socievolezza» di questi insetti fosse limitata ai membri della colonia di appartenenza, il luogo in cui sono venuti al mondo e dove portano il bottino delle loro scorribande alimentari, per condividerlo con il resto della popolazione autoctona dell’alveare. La possibilità che qualche ape o vespa operaia varchi i confini che dividono una colonia dall’altra, abbandoni l’alveare di nascita per unirsi ad un altro alveare era considerata come un’idea incongrua, perché i membri natii della colonia avrebbero prontamente scacciato il cane sciolto, eliminandolo se questi avesse rifiutato di allontanarsi.
Questa convinzione non è mai stata messa in forse. Non era ancora venuta in mente a nessuno, né all’uomo della strada né agli specialisti, l’idea che fosse necessario tenere traccia del traffico tra un nido e l’altro o tra un alveare e l’altro. Per gli studiosi, l’assioma degli istinti di socializzazione limitati ad «amici e parenti» o «alla comunità di appartenenza» era «logico», per la gente comune era «sensato». Non che mancassero gli strumenti per rispondere alla domanda: era la domanda ad essere giudicata immotivata. Quello che passa per «logica» o per «buon senso» tende sempre a cambiare con il tempo.
Contrariamente a tutto quello che si sapeva o si riteneva di sapere da secoli, i ricercatori londinesi hanno scoperto a Panama che una larga maggioranza di «vespe operaie», il 56%, cambiano alveare nel corso della loro vita: e non semplicemente traslocando in altre colonie in qualità di visitatori temporanei, male accetti, discriminati e marginalizzati, a volte attivamente perseguitati, e comunque sempre guardati con ostilità, bensì in qualità di membri effettivi della «comunità» adottiva, che provvedono, al pari delle operaie «autoctone», a raccogliere cibo e a nutrire e accudire la nidiata locale.
La conclusione che si ricava è che gli alveari su cui è stata condotta la ricerca sono normalmente «popolazioni miste», con vespe native e vespe immigrate che vivono e lavorano guancia a guancia e spalla a spalla, divenendo, almeno per gli osservatori umani, indistinguibili le une dalle altre. Quello che le notizie in arrivo da Panama ci svelano è innanzitutto uno sbalorditivo rovesciamento di prospettiva: quello che fino a non molto tempo fa era ritenuto lo «stato di natura», si è rivelato, una proiezione sugli insetti di prassi fin troppo umane degli studiosi”.
Zygmunt Bauman, L’etica in un mondo di consumatori.
lunedì 19 luglio 2010
Tutti con il Grande fratello
Il suo comune spenderà quindi circa centomila euro per dotarsi di un centinaio di telecamere.
Il rigore e la severità stanno diventando le parole magiche che possono risolvere tutti i nostri problemi. Almeno così sembrerebbe. Settimana scorsa si ricordava lo stesso tenore di intervento da parte del ministro dell’Istruzione per cambiare la scuola. La risposta allora fu repentina, una valanga di bocciati in più. Poi per la qualità ci sarà tempo.
Ora vengono altre domande.
Una volta nei paesi e nelle piccole cittadine come Samarate, (non ce ne voglia il sindaco Leonardo Tarantino, ma le sue parole e progetti sono utili per riflettere), le persone tra loro si conoscevano. Esisteva, insieme con una socialità diffusa, anche un controllo sociale. Cambiamenti demografici, fenomeni migratori significativi e ritmo di vita diversa hanno via via modificato il modo di stare insieme dei cittadini.
A questo si è aggiunto però una diversa considerazione degli spazi pubblici. C’è scarsa attenzione ai momenti di socializzazione e di incontro. Una città viva, vissuta, partecipata sa reagire in modo energico a possibili elementi di devianza e inquinamento di una serena convivenza. Ha nelle sue corde la capacità di prevenire senza nemmeno saperlo, piuttosto che curare fenomeni difficili da risolvere. Certo oggi è più complesso perché siamo in presenza di una mescolanza di culture e abitudini. A maggior ragione c’è però bisogno di incontro e di capacità di ascolto.
Siamo così sicuri che i nostri territori abbiamo così tanto bisogno delle telecamere per prevenire atti illeciti? O forse non sarebbe più opportuno chiedersi come rivitalizzare le comunità grazie alla partecipazione dei cittadini?
A meno che il sindaco Tarantino non sia rimasto colpito dalle recenti indagini sulla ‘ndrangheta che ha così inquinato la vita dei paesi confinanti al suo. Se le indagini venissero confermate c’è da non star tranquilli perché vi sono coinvolte anche figure istituzionali.
Se fosse questo a sollecitare Tarantino restiamo però ancor più dubbiosi, perché lui appartiene a quello stesso partito, la Lega Nord, che si appresta a votare una legge (quella sulle intercettazioni) che mette in difficoltà i magistrati proprio nelle indagini contro il crimine.
Nel caso della criminalità organizzata, ma anche del malcostume politico, occorre avere un giusto mix tra mobilitazione popolare e attività repressiva delle forze dell’ordine. Questa seconda è fondamentale per garantire la sicurezza ai cittadini.
Nelle nostre piccole comunità siamo invece così sicuri che la convivenza si migliori grazie al rigore alla puntualità e alla severità?
domenica 11 luglio 2010
Senza maturità
L’Italia è uno dei paesi europei con la scolarità più bassa e con la più alta dispersione scolastica. Condizione che non si supera certo usando una “manica più larga”, ma colpiscono le evidenti contraddizioni di una sistema che fa acqua da tutte le parti.
Come si fa a migliorare una condizione preoccupante se ogni volta che si devono fare tagli della spesa pubblica, la scuola è sempre la prima ad essere presa in considerazione?
Una condizione che riguarda ormai anche la nostra provincia dove verranno chiuse numerose scuole a seguito della cosiddetta riforma.
Come si può affrontare con serietà il lavoro degli insegnanti, se questi non passa giorno, che non vengano apostrofati come fannulloni? E che senso ha formare classi di trenta e passa alunni?
Come si può chiedere maggior rigore agli studenti se ogni modello loro proposto premia furbi e arrivisti?
La scuola sconta trasformazioni e cambiamenti sociali profondi. Negli ultimi dieci anni, insieme con una forte spinta multietnica, c’è stata una vera e propria rivoluzione che riguarda principalmente il sistema della comunicazione e questo ha inciso in modo rilevante sui modelli educativi.
La distanza tra gli studenti e i loro insegnanti per la prima volta ha messo a disagio gli adulti. Quando gli attuali maturandi hanno iniziato il loro percorso scolastico eravamo in un altro mondo. Il digitale faceva allora la propria comparsa e questi ragazzini sono cresciuti assorbendone ogni evoluzione. Per tante ragioni non è andata nella stessa maniera ai loro insegnanti. Oggi iniziamo a vedere i risultati.
Gli studenti hanno bisogno di guide, di progettualità, di aver fiducia nei propri maestri. Le risposte alla loro crescita umana, culturale, spirituale non la trovano certo su Google, ma nemmeno in un sistema contraddittorio che non sa far altro che chiedere solo maggior rigore, quasi che fosse colpa loro se sono stati abituati così, dove tutto è dovuto e subito.
La maturità mette in risalto questa crisi della scuola e gli esami oscillano tra desiderio di “vendetta” da parte di alcuni insegnanti e momento di liberazione per molti studenti. Il percorso educativo si scontra così con un mero esercizio numerico dove conta solo la somma di frazioni di valutazioni.
Per affrontare questo momento, che ha anche dei potenziali straordinari, occorre avere una visione del futuro e una fiducia nelle giovani generazioni. Occorre recuperare il senso di responsabilità e di condivisione in cui ognuno possa sentirsi protagonista della crescita e sviluppo della propria comunità. Il rigore verrà poi di conseguenza.
domenica 4 luglio 2010
Non saremo clandestini
Siamo di fronte a uno dei presupposti essenziali per un paese moderno e democratico. Una garanzia non per i giornalisti e gli editori, ma per tutti i cittadini. Quanto invece sta succedendo in Italia in queste settimane è il sintomo di una società malata che sta smarrendo ogni prospettiva di crescita umana e culturale.
La manifestazione del primo luglio e la giornata di silenzio fissata per il 9 sono gravissime. Lo sono perché la protesta non ha alcun carattere corporativo. Di fronte al tentativo di mettere il bavaglio all’informazione i vertici della federazione nazionale della stampa parlano di una “resistenza civile del 21 secolo che mai avremmo pensato di inaugurare”.
Tutto nasce dal decreto sulle intercettazioni. Un provvedimento che viene presentato come un’esigenza primaria per tutelare la privacy, ma che in realtà ha un unico scopo: impedire che i giornalisti, e non soltanto loro, possano raccontare e quindi far conoscere quello che riguarda il potere. Un provvedimento anche molto pericoloso per la lotta alla criminalità.
Di fronte a tanti problemi che stiamo vivendo, l’agenda politica e istituzionale è sempre alla rincorsa su questioni che riguardano solo la difesa di chi esercita il potere. L’Italia continua così a spaccarsi a metà come una mela ripercorrendo quella tradizione delle battaglie tra Guelfi e Ghibellini. Un dispendio di energie da fare paura. Se fosse possibile un calcolo di quanto ci costa questo bisogno di “resistenza”, non solo in termini economici, resteremmo allibiti tutti.
La domanda lecita che si dovrebbe fare ogni cittadino è sul perché di tanta urgenza oggi su questi temi. Ci stiamo accorgendo ormai da troppo tempo che nella contrapposizione trova poco spazio il ragionamento serio e pacato. Il potere mostra così tutta la propria arroganza e incapacità di pensare seriamente ai bisogni della comunità. Un comportamento che non permette nemmeno di stimolare cambiamenti che non possono essere ulteriormente rimandati in un settore, quello dell’editoria, che vive una stagione di grandi fermenti, ma anche di profonda crisi. Così facendo resta solo lo spazio per una contrapposizione forte che non serve a niente e a nessuno, ma tanto è.
In questo momento non si può tacere. Farlo sarebbe esser conniventi con quanti non vogliono alcun controllo, e vorrebbero che gli italiani pensassero solo ai propri interessi personali. Una società così sarebbe meno democratica, più individualista, più egoista e meno matura. Per queste ragioni, “non clandestinamente, ma alla luce del sole ripeteremo che la libertà è un bene fondamentale, che è conoscenza e chi considera l'informazione un pericolo sarà sconfitto”.
domenica 27 giugno 2010
Il pallone sgonfio
A Fiumicino giusto qualche fischio da parte di una decina di tifosi. A Malpensa nessuno dei giocatori si è fermato infilandosi furtivamente nelle auto dai vetri oscurati che li attendevano in un aeroporto deserto.
Finisce con questa immagine l’avventura della squadra di Lippi.
Mai come oggi quanto successo in Sud Africa rischia di diventare un esempio perfetto dello stato del nostro Paese. In un mondo che sta cambiando con ritmi vertiginosi, l’Italia si è presentata vecchia, senza idee e con i vizi peggiori. Tutto questo a partire dal leader che, il giorno dopo la vittoria di quattro anni fa, se ne era andato perché riteneva chiuso un ciclo. E invece è tornato. E lo ha fatto quasi fosse il salvatore, il saggio, il più grande. Con una presunzione e una spocchia fastidiosa anche per quanti non capiscono nulla di calcio.
Invece di guardare avanti Lippi ha portato in Sud Africa un gruppo senza identità. Né carne, né pesce, come si è soliti dire in tante occasioni. Non ha avuto il coraggio di aprire una nuova fase con un rosa di giovani, portando invece “veterani” senza però quell’estro dato dai tanti lasciati incomprensibilmente a casa. Stare così in mezzo ha prodotto il peggiore dei risultati.
Una squadra finta, senza anima, senza gioco. L’allenatore, dopo la disfatta, si è assunto le proprie responsabilità dichiarando che con il suo fare ha impaurito e bloccato i giocatori. Non può bastare.
La Nazionale si è davvero rivelata l’immagine di un’Italia che non sa scommettere sui propri talenti, su quelli più creativi e originali. Sono stati lasciati a casa Totti, Cassano e Balotelli, solo per fare dei nomi, perché hanno personalità meno convenzionali, e si è puntato sul già noto, su ciò che ha funzionato in passato, ma non è detto che funzioni per il futuro. Come i fatti hanno dimostrato.
L’Italia è ferma e guarda solo a se stessa. Intanto in Sud Africa non c’è solo Shakira con il suo Waka Waka a dimostrare quanto sta cambiando anche nel calcio. Dall’America arriva un vento diverso, nuovo, pieno di entusiasmi e di voglia di protagonismo non solo in termini calcistici. Negli ultimi vent’anni non c’era mai stato un risultato così positivo per le squadre di quel continente. Sono sette le finaliste mentre il Vecchio continente non era mai andato così male. Solo sei squadre hanno passato le fasi eliminatorie.
Il calcio è stato spesso usato come metafora per raccontare la vita.
Varese stavolta si distingue. È ancora forte l’eco per la conquista della serie B. Un traguardo che solo tre anni fa era inimmaginabile. Le ragioni di questa impresa sono tante. Un leader travolgente, uno spirito di squadra, l’umiltà, ma soprattutto l’esser veri e credere ai sogni.
Non è difficile, magari non sempre si vince, ma almeno ci si prova, si gioca e ci si diverte.
domenica 20 giugno 2010
Pane e nutella
Apriti cielo. Articoli sui giornali, prese di posizione a vario titolo, fino alla costituzione di un comitato “giù le mani dalla nutella”.
Ora lasciando da parte alcune uscite politiche che prendono subito la palla al balzo per attaccare l’Europa, la vicenda rimane comunque interessante.
La nutella è entrata nel nostro immaginario. È uno di quei prodotti simbolo del nostro Paese. Un po’ come la pizza, la cinquecento, la vespa e pochi altri.
Come spesso capita, è nata da un errore di progettazione e ha avuto il suo sviluppo a partire dal 20 aprile del 1964 quando è stato messo in vendita il suo primo barattolo. Un prodotto tipico di Alba che ha preso questo nome combinando il termine inglese di nocciole, nut, con qualcosa di più familiare come “ella”.
La Ferrero nel tempo non poteva non sposare anche le moderne forme di comunicazione e così gestisce un sito internet frequentatissimo e un gruppo su Facebook con oltre un milione di fans. Che poi sono gli stessi che si sono subito scatenati sulla Rete per difendere il loro piacere con slogan diretti del tipo “non ci interessa se sia vero o falso che possa far male. Ci piace e basta, e lasciatecela mangiare in pace”.
C’è un attaccamento incredibile e lo si può misurare in tanti modi. I modelli delle confezioni negli anni si sono moltiplicati catturando sempre l’attenzione dei consumatori. Entrare in autogrill senza acquistare un barattolo o una mini confezione è un’impresa dura, soprattutto se siete accompagnati da bambini. Epica quella scena di un film di Nanni Moretti dove lui è di fronte a un barattolo gigantesco. E’ entrata nelle canzoni, nelle battute dei vip, nei modi di dire.
Sembra anche che sia un valido modo per reagire alla depressione, e ci sono recenti ricerche che affermano che la nutella, insieme con il rossetto, rappresenta un bene rifugio a basso costo. Insomma di fronte a problemi, magari anche seri, una cucchiaiata di crema alle nocciole potrebbe essere la soluzione più veloce e indolore.
E invece no. Perché dobbiamo sapere che questo comportamento nuoce alla salute e potrebbe portare all’obesità. D’accordo, bisogna prevenire ogni diversa forma di patologia che condizioni negativamente la nostra vita. D’accordo, ai problemi occorre trovare le vere soluzioni e non un dolce surrogato, ma viene da credere che così facendo magari si smetta anche di ridere. E allora si che dovremmo iniziare a preoccuparci.
Un po’ quello che ci sta già succedendo. Tanto che di fronte a un fatto così assurdo, anziché sorriderci e riflettere si scatenano prese di posizioni dal tono talebano.
Un po’ di leggerezza non ci farebbe poi male.
Qual è infatti l’immagine più bella di un bambino di fronte a un barattolo di nutella con tutta la faccia impiastricciata?
domenica 13 giugno 2010
Madiba e Waka Waka
Inizia così il video ufficiale dei mondiali in Sud Africa. Waka Waka contagia e se iniziate ad ascoltarla non riuscite più a staccarvi. Giovedì, nello stadio di Soweto, Shakira ha incantato le decine di migliaia di persone presenti e i milioni di telespettatori collegati in mondovisione.
Il pubblico ha assistito a uno spettacolo fantastico ed è esploso di gioia quando il vescovo Desmond Tutu ha nominato Madiba, come il suo popolo chiama Nelson Mandela, che a 92 anni è considerato ancora il padre di tutto il paese. I ventisei anni di prigionia non animarono il desiderio di vendetta, ma quello di giustizia. Divenne così il primo presidente nero del Sud Africa, dominato fino ad allora dai bianchi e dal regime dell’apartheid.
Magistrale la scelta di Clint Eastwood di dedicare a lui il suo ultimo film. Invictus racconta di un paese che nel 1995 era sull'orlo della guerra civile, quando Nelson Mandela sfruttò la finale dei mondiali di rugby per far rinascere la nazione sconfiggendo definitivamente l’apartheid.
Sono le piccole storie, le scelte considerate minori, i gesti delicati del presidente appena arrivato al potere a far stringere tutto il Sud Africa intorno alla sua squadra. Mandela va al cuore della gente e chiede di mettere da parte ogni rancore e diventare protagonisti di una nuova epoca.
Lo spettacolo incredibile di Soweto giovedì sera è anche merito suo.
Su quel palco pieno di luci e di energia si è ripetuto un miracolo che ha visto protagonista una ragazza bianca, colombiana con un padre newyorkese di origine libanese e una mamma latinoamericana di origine italiana e spagnola.
Shakira è così parte della mescolanza di terre, di tradizioni, di suoni, di emozioni. Una condizione a cui non assistiamo più solo in occasione di qualche evento mondiale, ma nella vita di tutti i giorni.
L'Africa ha bisogno della nostra attenzione. Non più solo aiuti legati alla carità, ma progetti di uno sviluppo compatibile con la propria storia. I mondiali sono un'opportunità di far conoscere questo continente. Inoltre, abbiamo tutti bisogno di sguardi nuovi, di una nuova politica culturale che consideri la multiculturalità non più come un fatto straordinario, ma l’occasione per riflettere sui cambiamenti della nostra terra, delle nostre vite.
Waka Waka riprende una canzone in lingua camerunense ed è stata suonata con strumenti Afro-Colombiani e con chitarre sudafricane. Shakira ha dichiarato di essere onorata che la canzone sia stata scelta come inno dei mondiali, poiché "questi sono un evento globale che connette i paesi, le razze, le religioni e le condizioni in un'unica passione. Sono un evento capace di unire e integrare, e questa canzone ne fa parte e racconta questa possibilità".
Ci sono state polemiche per non aver scelto una sudafricana. Ma è proprio in questa contaminazione, che tanto aveva voluto Madiba, il messaggio forte e bello per tutti noi.
Da domani tiferemo Italia, e pazienza se il miracolo di Berlino di quattro anni fa, o quello che fece la nazionale di rugby sudafricana nel 1995 non si ripeterà. È comunque una festa e un invito ad abbattere ogni frontiera.
domenica 6 giugno 2010
Questa è Varese
"Non mi piace che il territorio che mi ha visto nascere (oltre 60 anni fa), vivere e penso morire non sia più il mio territorio. Non lo riconosco. Gli appartengo sempre meno.
Mi parlano di tradizioni che non ho mai visto né vissuto e di radici delle quali i miei vecchi non hanno nemmeno sentito parlare ed allora non posso fare a meno di chiedermi: perché?"
E già perché? Daniela ce lo chiede un po' a tutti. Una lettera al giornale in cui affermava che "il nostro inno, ancorché bruttino, è un simbolo che mi rappresenta, mi dona quel senso di appartenenza alla mia comunità. Certo non è che un piccolo simbolo, ma smantella un inno oggi, smantella una bandiera domani … tanti "piccoli" fanno tutti".
Nello stesso giorno, il 2 giugno, su Facebook, la più grande comunità virtuale con oltre 500 milioni di iscritti in tutto il mondo, nasceva un gruppo titolato "Questa è Varese".
In due giorni oltre duemilacinquecento persone vi hanno aderito. Discutono, commentano e propongono frasi che rappresentino il territorio.
"Tutti bevono il mojito. Sono tutti PR. Faccio il figo coi soldi del papi. La locale che ti fa dieci multe al secondo. Bigiare ai giardini. I metallari al San Vittore. I pullman stracolmi di gente. Il G6 che può impedire tutto ma non l'aperitivo del venerdì sera. Le grotte di Valganna. Il falò di Sant'Antonio. Anche i cessi se la tirano. Il dolce Varese che quando lo mangi ti asciuga qualunque cosa. Il mercoledì sera è zero. Ci vediamo al piantone. Quelli che escono a Cavaria per non pagare il casello a Gallarate. Il traffico che ti fa passare la voglia di uscire. Viale Borri che sembra la Salerno Reggio Calabria. Scrivere sui muri del sottopassaggio le date delle bigiate. Il mitico Pappalardo che dirigeva il traffico. La domenica sera sembra che ci sia l'ora del silenzio. Bruceremo Cantù. Il parcheggio dell'Insubria che quando piove si trasforma in una palude. Avere la carta sconto benzina. Andare a Monate, prendere il pedalò per quattro persone e poi salirci in otto. Fare corso Matteotti settemila volte e non entrare mai in un negozio.Fare una tangenziale nuova per evitare coda all'ora di punta e avere coda a qualsiasi ora. La pista ciclabile intorno al lago. La festa degli alpini al Campo dei fiori".
E ce ne sono tante altre ma dovremmo fare pubblicità ai locali che abbondano nelle visioni dei varesini.
Cara Daniela, sembreremmo messi davvero male. Da una parte i cultori di miti e tradizioni lontane. Culture non nostre sbucate come funghi per avvalorare tesi politiche che dividerebbero volentieri il Paese. Dall'altra, insieme con definizioni carine, anche un guazzabuglio di banalità e luoghi comuni che proliferano e si diffondono alla velocità della luce.
O forse no, cara Daniela. Non è tutto così, ma c'è da riflettere,perché sono segni di un tempo che cambia. Forse anche per questo ci farebbe bene conoscere, far conoscere e condividere ancor di più e meglio alcuni simboli che hanno permesso a tutti di avere tanta libertà.
domenica 30 maggio 2010
Tutti pazzi per iPad
Da venerdì ci sono lunghe code per acquistare l’ultima creatura tecnologica. L’iPad è arrivato anche nei negozi italiani e in un battibaleno è andato esaurito. Non è un computer, non è un telefono. È un dispositivo nuovo, non paragonabile a nulla di quello che c'è in giro. È un prodotto che vuole rivoluzionare l'editoria. Pur non essendo inchiostro digitale, lo schermo è d'alta qualità e non è paragonabile a quello di un computer: è più piacevole per la lettura, affatica molto meno. Per i libri, l'applicazione disegnata è davvero ben fatta e simula alla perfezione un libro vero. Ancor più appetibile lo scenario dell'istruzione: i libri di testo peserebbero meno, costerebbero meno e sarebbero persino interattivi. Anche i giornali di carta stampata qui potrebbero vivere una seconda giovinezza.
Varese si è subito distinta regalandone una copia ad ogni ministro presente al G6. Un omaggio alla moda, ma non solo. Un modo per far ricordare la città anche una volta che ognuno sarà tornato nel proprio Paese.
Per gli amanti della tecnologia una settimana allora da ricordare.
Da ricordare però anche per un altro dato meno pubblicizzato. Secondo una ricerca dell’Istat oltre un milione e settecentomila ragazzi tra i 15 e i 29 anni non usano il computer.
Salta agli occhi così una contraddizione che dà bene l’idea di quale sia lo stato del Paese. Disuguaglianze ancora profonde tra un mondo ricco e che sa cogliere subito ogni cambiamento, e un altro che ancora non ha accesso agli strumenti di base.
I dati peggiorano pesantemente se guardiamo altri indicatori culturali. Il 43% dei ragazzi non legge nemmeno un libro. L’ambiente famigliare di provenienza conta moltissimo: legge chi ha genitori che leggono e che tengono libri in casa. Si registra il 41,3 per cento di lettori tra i figli di 15-29 anni che hanno al massimo 50 libri in casa, ma la percentuale sale al 73,4 per cento tra chi vive e cresce in una casa con più di 200 libri. Insomma, alla fine legge solo chi ha libri a casa, e usa il computer chi ha genitori che ne possiedono uno e lo sanno usare.
Quello che preoccupa è l’assenza per ora di una risposta adeguata a tale situazione. La scuola, sempre secondo quella ricerca, non compensa questa diseguaglianza sociale. Gli studenti italiani sono preoccupanti e collocano il nostro Paese sempre al di sotto dei valori medi dell’Ocse. Se è vero che l'introduzione dell'obbligo scolastico ha annullato le differenze sociali nel conseguimento della licenza media, lo stesso non si può dire per i titoli superiori, dove continua invece a pesare una forte disuguaglianza legata alla classe sociale della famiglia di provenienza degli studenti.
Euforia per l’ultimo gioiello da una parte, e carenze culturali e formative strutturali dall’altra, sono una bella contraddizione da superare. Si capiscono anche così alcune delle ragioni che fanno dell’Italia un Paese sempre più bloccato.
domenica 23 maggio 2010
Regala un libro a chi vuoi tu
Promuovere i libri è amare in tutti i possibili sensi. Fa bene allospirito, ai sentimenti e anche al corpo. Insomma ha tutti gli stessiingredienti della relazione con l'altro.
Occorre avere cura e amore per i libri perché sono un elemento importante di ogni civiltà. Il libro è bello anche come oggetto, con i suoi profumi, la consistenza della carta, i colori. È frutto di grandi professionalità che mettono in campo proprie creatività in ogni elemento. Certo è il suo contenuto che ne fa la ricchezza, ma anche la grafica, la stampa hanno un ruolo importante.
Alla ricchezza dell’anima si contribuisce così anche a quella economica e sorprende così vedere chi haruoli di responsabili della vita pubblica avere meno attenzione a questo mondo.
Quei tendoni nelle piazze che da maggio a settembre si riempivano, oltre a promuovere i libri, erano momento di incontro, di socializzazione, di dibattito eanche di stimolo alla conoscenza. Era portare il libro in modo nobilein mezzo alla vita dei cittadini. Ci vogliono anni a creare un'abitudine e attimi a distruggerla. Peccato.
lunedì 17 maggio 2010
La giusta ribellione
Ci sono parole che non vanno molto d’accordo tra loro. Nell’ultima settimana al centro di molte notizie, insieme a crisi è apparsa spesso la parola austerità.
Era dall’inizio degli anni settanta che non si sentiva così tanto pronunciare. Allora ebbe un epilogo nelle domeniche senza auto in cui si cercava di dare una risposta alla crisi energetica.
Oggi è legata al debito che sta mettendo in ginocchio interi stati e che fa interrogare tanti su quale sarà il futuro.
Combinare l’esigenza della ripresa economica e della crescita con quella di una condivisa austerità non è semplice. Non aiuta per niente la memoria perché i processi di cambiamento di questi anni sono stati rapidi e travolgenti. Siamo passati da un’economia materiale a una sempre più immateriale dove sono le relazioni a fare la differenza.
Le persone hanno paura di perdere i diritti acquisiti in anni di fatiche e sacrifici e in questo quadro ogni risposta individuale è completamente inadeguata.
L'austerità che si chiede per affrontare la crisi va bene se è accompagnata da piani di sviluppo chiari e da regole più serie che incentivano gli investimenti in innovazione, scuola, ricerca, connessioni e infrastrutture.
Questo richiede un cambio di rotta a tutti i livelli. Si prenda ad esempio l’innovazione. Spesso è vista un po’ come il coniglio che esce dal cilindro di un prestigiatore che, quando deve pensare a un nuovo esercizio, usa un numero che ha sempre il suo effetto. L’innovazione è figlia invece di un atto di ribellione che non accetta più quanto già esiste e crede sempre possibile un miglioramento.
Vale in tutti i campi ed è uno dei motori forti dell’economia. Oggi ha una sua contraddizione però perché è vista spesso come legata a filo doppio alla competizione. Occorre rimettere in discussione questa idea perché innovare non per forza significa spingere in quella direzione. In un mondo globalizzato le risposte individuali di una volta sono inadeguate e serve invece maggiore cooperazione.
Viviamo un’epoca di cambiamenti fondamentali dal punto di vista culturale, non più semplicemente tecnologici. La cultura si muove conoscendo la tecnologia ma digerendola, imparando a conoscerne le conseguenze, arrivando a guidare il processo non a subirlo.
Abbiamo bisogno di credere che il futuro è nelle idee e che non è un risultato di qualcosa di ignoto, ma il prodotto di quello che stiamo facendo e pensando adesso.
In un periodo florido e di crescita questo è più facile, ma è proprio durante queste crisi che serve vedere le cose con l’idea del cambiamento.
Il nostro paese può avere le carte in regola ma la politica deve essere la prima a crederci e l'austerità va bene a condizione che non si disperdano risorse in varie forme di corruzione, evasione fiscale e lavoro nero. Ne abbiamo di strada da fare.
domenica 9 maggio 2010
Capaci di futuro
Quel premio gli è stato dato “per aver sedotto l’intero pianeta con i suoi racconti”. Una motivazione importante che è stata accolta da grandi applausi.
Una testimonianza del peso e dell’importanza della cultura. La forza di un messaggio che quando è vero, autentico, unisce al di là delle differenze. Camilleri è stato interprete perfetto di tutto questo e il suo affetto per Luino è emerso nel teatro di quella città, e poi riportato nella popolare trasmissione della Rai.
Negli ultimi giorni sono successi tanti altri fatti che possono farci riflettere in quella direzione. Protagonisti il mondo della scuola, della formazione e dell’economia. A dimostrazione che esiste un fil rouge che permette al nostro territorio di presentarsi a tutto il Pese e al mondo con caratteristiche che spesso restano troppo nascoste.
Alcuni istituti delle superiori in provincia stanno avviando corsi di lingue a noi lontane, come l’arabo, il russo e il cinese. E torna protagonista la voglia di innovazione, ma soprattutto la seduzione della cultura. Emerge anche da alcune parole dell’imprenditore Michele Tronconi, quando parla del nostro rapporto con la Cina. Il presidente di Sistema moda Italia sostiene che noi siamo rispettati, “perché ci considerano alla pari, in quanto espressione di una civiltà antica”. Una civiltà che ha una storia importante, e che non deve aver paura dell’altro, perché la conoscenza della cultura dell’interlocutore è sempre fondamentale per capire e saper agire. Questo non risolve certo i tanti problemi aperti con l’Oriente, ma certamente può cambiare prospettive.
Un altro personaggio legato a Varese ha spezzato ogni confine. Gianni Rodari, che verrà festeggiato nei prossimi giorni, è stato un ponte tra le scuole varesine e quelle di Shanghai. Sono piccoli segnali, ma ancora una volta indicano quale possa essere il peso e la ricchezza della cultura.
A questo proposito giocano un ruolo importante anche le Università, vere vetrine, oltre che luogo principe della formazione.
La Liuc e l’Insubria, insieme con le loro attività con gli studenti, promuovono il territorio e sono capaci di sviluppare iniziative importanti. La prima viene da un recentissimo tour per l’Italia per far conoscere la realtà di Castellanza ai tanti giovani che devono scegliere un ateneo per il loro futuro. L’essere piccoli diventa così un elemento distintivo, ma non per la sua possibile debolezza, ma per la possibilità di avviare relazioni costruttive tra il mondo del lavoro e quello del sapere.
L’Università dell’Insubria, da parte sua, è capace di attrarre personalità di grande rilievo come il presidente della Camera Gianfranco Fini che è venuto a Varese per tenere una lezione di due ore a oltre duecento studenti.
Tutto questo in dieci giorni e non è poco. Queste iniziative non nascono dal caso, ma sono il frutto del lavoro di tante persone diverse. Hanno come filo conduttore un’idea di futuro ed è proprio nel bello e nella cultura la sua forza.
sabato 1 maggio 2010
Viva Camilleri
Andrea Camilleri arriva nel Varesotto per ritirare il Chiara alla carriera. Lo accoglierà Luino, la patria del nostro popolare scrittore che così bene ha descritto abitudini, tic, espressioni della gente della sua terra.
È una festa grande per gli amanti della cultura.
Ci sono diverse ragioni di fascino in questo incontro con lo scrittore.
Camilleri venne scoperto da Gianni Riotta che, da buon siciliano, lesse Il birraio di Preston mentre era su un aereo diretto a New York dove lavorava. Il giornalista restò fulminato e la sua successiva recensione fu l’inizio del più grande successo editoriale in Italia degli ultimi 15 anni.
Quel libro, al di là della bella storia che racconta, è un manifesto di un modo di far uso dell’italiano.
Fa emergere tutta la capacità affabulatrice di Camilleri che è una delle ragioni del successo.
Lo scrittore ha il merito di aver reso nobile il dialetto, e lo ha fatto con uno di quelli più ostici come il siciliano. Il suo uso non è un’alternativa folkloristica all'italiano. Con lui il dialetto diventa una varietà della lingua nazionale con la stessa dignità e le stesse possibilità stilistiche. Un’operazione che permette alla storia linguistica italiana e alla dialettologia di non guardarsi più in cagnesco.
Camilleri dà valore al suo siciliano e con coraggio lo mescola all’italiano, ma anche alle espressioni discutibili come quelle di Catarella, il personaggio più rocambolesco e divertente delle storie del commissario Montalbano, che utilizza un italiano maccheronico, misto al dialetto. “Dottori, lei putacaso mi saprebbi fare la nominata di un medico?”
Camilleri gioca con le parole e il dialetto senza mai alzare steccati culturali. Il suo mescolare storie personali, storiche e sociali con l’uso di un linguaggio originale, al tempo stesso legato alle tradizioni dei luoghi, ricorda tanto l’attenzione che si mette al dialetto anche dalle nostre parti.
La differenza di Camilleri sta però nel valorizzare le tradizioni senza perdere l’importanza e il valore dell’Unità d’Italia. Il dialetto diventa così non un elemento di divisione, ma una caratteristica propria del territorio la cui cultura si fa però universale.
Le sue storie sono attente all’inclusione sociale, sono contro ogni sopraffazione e discriminazione.
E non è un caso che l’editore palermitano Sellerio, oltre a Camilleri, abbia pubblicato con coraggio il primo romanzo della nostra Laura Pariani, che scrive in lombardo lunghe parti dei suoi racconti.
Va dunque riconosciuto il merito agli organizzatori del Premio Chiara di aver invitato Camilleri a Luino, perché l’incontro tra culture è quanto di più affascinante esista.
venerdì 23 aprile 2010
Abbiamo bisogno del venticinque aprile
C’è chi, ancora peggio, tenta di rimuovere tutto negando quanto successo.
Il venticinque aprile divide ancora molto. Eppure è una di quelle date di cui c’è davvero tanto bisogno. Da parte di tutti, perché quella è una partita chiusa per ciò che riguarda la storia, ma apertissima per ciò che riguarda le nostre vite di tutti i giorni.
La Liberazione da quel periodo buio, terribile, nefasto, portatore di morte che ci condusse alla seconda guerra mondiale è giorno di festa. La Liberazione dal nazifascismo si è compiuta sessantacinque anni fa e, dopo esser stato a lungo una giornata di memoria, adesso può diventare riflessione sul nostro presente e sul nostro futuro.
L’Italia deve molto a quel periodo e la Repubblica nasce grazie alla sofferenza, ma soprattutto alla speranza di molti.
La storia è una cosa viva perché ci riguarda tutti, perché ci permette di capire la dimensione collettiva. “La storia siamo noi, nessuno rimanga escluso”, come canta De Gregori.
Oggi però non abbiamo bisogno di quel venticinque aprile per continuare a dividerci tra vincitori e vinti. Neppure per continuare a ricercare una riappacificazione che faccia mediazioni dove non si tratta affatto di scomodare la matematica. E’ di una tristezza disarmante il dibattito di chi, di fronte all’immane tragedia dello sterminio di esseri umani, replica sempre invocando un’altra strage dimenticata, un ricordo diverso.
Abbiamo bisogno del venticinque aprile per superare le divisioni, perché la libertà, la democrazia, l’uguaglianza sono valori fondamentali da cui non si può e non si deve derogare mai. Non appartengono a una delle parti, non sono patrimonio solo di qualcuno.
Questo non è scontato, perché per molti di fronte alle paure, alle incertezze, alle tensioni, il fascismo può rappresentare ancora una risposta. L’uomo forte è un simbolo che rassicura. Fissa con determinazione ciò che è bene e ciò che è male. Assumendo il comando semplifica tutto. Non è per niente detto che serva la violenza, quanto meno nelle forme fisiche che conosciamo. Questo fascismo oggi non ha colori, non ha longitudini. Sta annidato e calmo e non è uno scalmanato come le camicie nere del ventennio.
Questo fascismo è l’antitesi della speranza di cambiamento, della crescita delle persone . E’ l’antitesi della spiritualità. Fornisce risposte semplici perché nessuno deve mettere in discussione la bontà delle scelte di chi lo fa per il “bene di tutti”.
Ogni momento storico ha il suo fascino e porta con sé speranze e pericoli. Quello attuale è condizionato dalla velocità, dalla diversa percezione dello spazio e del tempo. I riflessi immediati sono sotto gli occhi di tutti. Viviamo in un mondo globalizzato dove valori, tradizioni, significati, si mescolano e non potrebbe non essere così. Le radici che per secoli sono state ragioni di certezza, di solidità sembrano vacillare e la paura assume un ruolo da protagonista. Ci sentiamo tutti più insicuri e in un certo senso più fragili. In questa società “liquida”, come la definisce il sociologo Bauman, il concetto di radice funziona meno. E questo spaventa.
In un quadro così è più facile credere che le parole forti, l’uomo forte siano una possibile risposta giusta. Ci permettono una sorta di delega che deresponsabilizza. Quel fascismo è nell’aria come le polveri sottili. Dobbiamo prestare attenzione e non permettergli di avere il sopravvento. Entra dentro ognuno di noi molto più di quanto si possa credere. Per questo abbiamo tutti una grande responsabilità, che non ci permette di derogare ai principi fondamentali, affinché non si ripetano mai più momenti bui e torbidi come quelli sconfitti il venticinque aprile.
venerdì 16 aprile 2010
Il pannolone e la badante
Oggi almeno il dieci per cento delle famiglie italiane non potrebbe più fare a meno di queste persone.
Di questo se ne è accorta anche l’Istat che, dal 2010, ha inserito questa voce di spesa nel paniere per le rilevazioni mensili sull'andamento dei prezzi.
La questura di Varese nei giorni scorsi ha presentato la fotografia “ufficiale” della presenza dei cittadini extracomunitari che hanno un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In tutto sono 17.837 e di questi il principale settore di inserimento è proprio quello relativo alle badanti.
È uno dei segni dei tempi, dei profondi cambiamenti della nostra realtà sociale.
Nel 2002, con la riforma della legge sull’immigrazione (L. 189/02) e poi la sanatoria, è venuta fuori la parola badante per indicare una tipologia di lavoro separato da quello della collaboratrice familiare, quasi a dire: “noi, con questa nuova figura, abbiamo pensato a una copertura specifica per gli anziani”.
Qualche volta le parole possono anche nascere per disperazione. Esiste una nuova necessità che è determinata da mutamenti della società. La popolazione invecchia, i vecchi possono ammalarsi e purtroppo cessare di essere autosufficienti. Allora occorre qualcuno che “badi” a loro. Ed ecco nascere dalla fantasia dei burocrati una nuova figura professionale e quindi una parola fresca fresca che invano cerchereste (come sostantivo) nei dizionari: “il badante”, “la badante”, colui o colei che badano a questi vecchi, sollevando il peso che prima era portato da familiari affettuosi e riconoscenti.
La nuova parola è entrata nel nostro linguaggio comune ma non ci piace. Come per altre fasi storiche i cambiamenti profondi inquietano e preoccupano. Questo accade tanto più quando si tratta degli affetti. Iniziamo a farci i conti anche in storie quotidiane che, a prima vista, poco c’entrano con la parola badante.
In provincia di Brescia, un imprenditore ha deciso di pagare i debiti che alcune famiglie non potevano sostenere. L’amministrazione comunale aveva sospeso il servizio della mensa per quaranta bambini. Questi erano sia italiani che stranieri. L’uomo ha scritto una lunga lettera e in un passaggio afferma che “fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L'età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce li volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. È anche per questo che non ci sto. Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani”.