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sabato 10 gennaio 2015

In tremila per dire no alla violenza

Una serata importante per ognuno di noi. Tremila persone alla marcia della pace a testimoniare che abbiamo bisogno di mitezza e non di aggressività. A testimoniare che la convivenza è l'unica strada. Una vera emozione vedere tante persone insieme in silenzio sfilare per le vie di Gallarate per dire no alla violenza, no al fanatismo, no al terrorismo, ma soprattutto si alla pace, alla vita e alla fraternità.
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domenica 12 gennaio 2014

Bellezze di casa nostra

Un tepore insolito e un sole invitante mi hanno spinto a percorrere un sentiero di cui avevo solo sentito parlare.

sabato 2 novembre 2013

Il mio Borducan

Il Borducan è stata la mia prima scoperta varesina. Era una sera autunnale di 35 anni fa, dopo un concerto di Roberto Vecchioni. Una magica atmosfera fatta di tanti ingredienti.
Mi è rimasto nel cuore

domenica 8 settembre 2013

Viva Chile

Martedì sera parteciperò a Viva Chile al Filmstudio '90, a 40 anni dal golpe in Cile e l'assassinio di Salvador Allende. Con me, improprio relatore, ci sarà Sabatino Annechiarico e soprattutto filmati vari come testimonianza di quei tragici eventi.
Per me quella data segna una vera svolta personale con la fine dell'infanzia e l'ingresso in una adolescenza segnata dall'impegno internazionalista proprio a partire dai fatti cileni.

domenica 14 luglio 2013

La palestra del Caffeteatro

Ci sono luoghi che passano alla storia ed entrano anche nella tua vita. Il Caffèteatro è uno di questi. Sono tornato a Verghera per il 141tour di Varesenews e ho reincontrato Maurizio Castiglioni.

martedì 2 luglio 2013

Finalisti al Premio Chiara

Sandro Bonvissuto con Dentro (Einaudi), Mauro Corona con Venti racconti allegri e uno triste (Mondadori), Marco Vichi con Racconti neri (Guanda) sono i tre finalisti del Premio Chiara 2013.
Ci vediamo il 28 settembre con il primo appuntamento.
Aggiornamenti sul sito del Festival del racconto

domenica 30 giugno 2013

Un tour da favola

Dal 20 maggio, con Varesenews, siamo in giro per tutti i paesi della provincia. Uno al giorno per un mitico #141tour. Di seguito un report dell'iniziativa.


sabato 25 febbraio 2012

Primavera

Ventidue gradi e un sole che ricorda quello di maggio. Ai bordi delle strade ancora qualche cumulo di neve sporca. Ormai però il freddo di soli dieci giorni fa è solo un ricordo. La sfida dei cruscotti che indicavano temperature improbabili come meno 19 sembra lontanissima nel tempo.
Oggi era da andare a camminare in un posto rilassante e cosa meglio della piana di Vegonno?
Un luogo quasi sacro da quanto è bello. Il Fai lo ha rinominato "La valle dei filosofi". Una ragione ci sarà?
Per quelli che non lo conoscono, non è difficile da trovare: è nel comune di Azzate.

mercoledì 16 febbraio 2011

Sempre per sempre compagni di viaggio

"Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone. Fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano e tornano". Sono passati venti minuti quando Francesco De Gregori si sposta al piano e intona Sempre per sempre. Dentro il teatro l'emozione cresce e milleduecento persone diventano una cosa sola con il palco.
Lassù la magia della musica si ripresenta con due fantastici artisti, tra i più grandi interpreti e autori della musica italiana. Dalla e De Gregori hanno fatto tappa anche a Varese per il loro lunghissimo tour "Work in progress".

lunedì 29 novembre 2010

Tante perle non fanno una collana

La pace e il silenzio sono una dimensione che accomuna i luoghi magici della nostra provincia. La salita al Sacro Monte e quella a Monteviasco, in senso opposto la discesa verso Santa Caterina del sasso, o verso il Ticino dalla piazzetta di Tornavento.
E poi l’eccellenza di spazi congressuali con le incantevoli Ville Ponti, o il pratico e comodo MalpensaFiere, oltre ai tanti hotel che offrono altri servizi. Per non parlare poi di tutte quelle proposte di nicchia, che pensate in un contesto di mondo globale, possono portare numeri di visitatori davvero importanti. Lo sport, il benessere, l’ambiente, la natura, sono altri punti di forza del nostro territorio.
Insomma, il turismo varesino non può certo competere con quello delle grandi città d’arte, o con il lago di Garda, ma i numeri per fare bene ci sono, o meglio ci sarebbero.
Intorno a questo, da una decina d’anni, si gioca una scommessa importante: scoprire una possibile vocazione turistica del Varesotto che, oltre a far conoscere le proprie bellezze ai cittadini che ci vivono, diventi un piccolo pilastro dell’economia.
Ovvio che la presenza di Malpensa gioca un ruolo importante e strategico. Dall’aeroporto, malgrado la crisi, transitano milioni di passeggeri. Intercettarli non è facile, ma è possibile.
La Camera di commercio e la Provincia collaborano da diversi anni per far si che il turismo diventi un sistema. Hanno fondato un’agenzia specifica e danno energia al consorzio misto tra pubblico e privato perché gestisca la parte business.
Le premesse ci sarebbero tutte per un discreto successo. Ma è davvero così? Non sembra proprio. Ognuno fa da sé, e anche in questo settore vince la sindrome del pasticcino. Tutti grandi pasticceri per dimostrare di saper fare il miglior dolce. Peccato che, come bene hanno detto i direttori del Convention Bureau varesino, nessuno, da solo, abbia la forza per competere e promuovere seriamente il territorio.
L’agenzia per il turismo avrebbe il compito di elaborare strategie e gestire le relazioni per far si che si sviluppi un vero sistema. Un ruolo importante che valorizzi le abilità dei vari pasticceri facendo però attenzione a non moltiplicare solo i risultati, ma indirizzando, almeno in parte, l’uso degli ingredienti per fare una buona torta.
Se i diversi soggetti non dialogano e non si incontrano, c’è poco da sperare in un vero sviluppo. Si continuerà a fare piccoli numeri, malgrado si abbiano le occasioni per pensare ai grandi.
Sembra essere un po‘ la vocazione varesina, ma allora, viene da pensare che per organizzare un abbraccio intorno al lago sarebbe sufficiente un consorzio di bocciofile e non un grande dispiego di energie come quello messo in campo dall’agenzia per il turismo alla ricerca di record (per farci che?), per altro nemmeno raggiunti. Promuovere il territorio richiede ben altro che piacevoli e meritevoli scampagnate.
Tanti pasticcini saranno anche buoni, ma non fanno una torta, e tante perle sciolte saranno anche belle, ma non fanno una collana.

domenica 21 novembre 2010

Le cose buone della Lega

Negli ultimi giorni, per una serie di coincidenze, in momenti diversi, mi hanno cercato tre ex leghisti. Militanti della prima ora. Cittadini appassionati della propria terra, e che avevano da subito abbracciato le idee del Carroccio con convinzione. Il loro impegno nel movimento era poi sfociato in quello delle rispettive amministrazioni. Persone serie che hanno poi ricoperto anche ruoli di responsabilità amministrativa.
Hanno abbandonato la Lega per dissensi profondi, ma non hanno mai sbattuto porte o rinnegato quanto fatto in precedenza. Sono stati protagonisti di fasi storiche, a detta loro, appassionanti. All’inizio come movimento dell’antipolitica, e poi di quella in cui il Carroccio era da poco rientrato nelle stanze dei bottoni della “Roma ladrona” che tanto avevano combattuto. Nel frattempo tanti amministratori se ne erano già andati delusi. Tutta la schiera dei primi sindaci, a partire da Raimondo Fassa a Varese, Angelo Luini a Gallarate, fino a Luigi Rosa a Busto Arsizio.
I tre ex militanti non avevano tutta questa visibilità, ma forse non era stato nemmeno quello a evitare posizioni polemiche, ma un vero amore per le idee che avevano abbracciato con la convinzione di cambiare Varese e il Paese. Da una parte il profondo legame con la propria terra e dall’altra la speranza che il federalismo avrebbe trionfato.
Qualcosa però si è incrinato in modo profondo se uno di loro ci scrive, in modo accorato, di eliminare dall’archivio alcune interviste troppo “verdi” perché nuocerebbero al proprio lavoro. Se un secondo non può fare a meno di rileggere sconsolato l’operato di questi quasi vent’anni di governo del territorio convinto che tutto sia rimasto fermo. C’è la convinzione che per molti la Lega sia stata l’occasione per entrare in posti che mai si sarebbero sognati di raggiungere. Nel frattempo però la distanza tra i bisogni dei cittadini e l’operato della politica, anziché diminuire sia aumentata. Il terzo ex leghista è ancora più esplicito e scrive che “la Lega a Varese una cosa buona l'ha fatta: il distributore gratuito di acqua al posteggio della Provincia (per il resto lasciamo perdere)”.
Da quando la Lega nel 1992 è entrata trionfante a Palazzo Estense, Villa Recalcati e poi, via via, in tanti altri luoghi di potere il mondo è cambiato. Anche Bossi e il suo partito sono cambiati. E la contestazione arriva proprio da lì.
Cosa stanno facendo, qual è la loro visione del futuro, quali sono le parole d’ordine oggi? Sono le domande, a volte un po’ retoriche, che sollevano diversi ex militanti, e non solo loro. Ma, senza scomodare la secessione, la tanto decantata Roma ladrona, e altri slogan, qual è l’idea di città per i prossimi dieci anni per Varese, Gallarate e Busto Arsizio?
Questa è la vera domanda, e non se convenga correre da soli, accompagnati, o se rompere o meno con una o l’altra forza politica.
Mancano pochi mesi alle elezioni per rinnovare i sindaci di quelle città. Quelle domande esigono risposte, e i cittadini su quelle potranno decidere per chi votare.

lunedì 15 novembre 2010

Il sorriso dei bambini

Negli occhi di un bambino c’è tutto il nostro futuro. Ce lo svela in tutta la sua profondità il cinema. Come non ricordare lo sguardo di Salvatore in Nuovo cinema paradiso, o quello incantato di Giosuè ne La vita è bella di Roberto Benigni?
Il sorriso di un bambino è tra i doni più grandi che può ricevere un adulto. Nello stesso modo la sofferenza dei più piccoli ci inquieta e ci coinvolge emotivamente. Dovremmo ricordarcene sempre, e non solo quando siamo direttamente coinvolti.
“Un bambino in ospedale non è un piccolo adulto, ma un bambino. Un neonato, un bambino, un adolescente sereno guarisce prima, ma la sua serenità dipende dall’ambiente che lo circonda. Giochi, sorrisi, colori e spazi vivaci per socializzare sono come una terapia: la soglia del dolore si abbassa e si risponde meglio alle cure”.
Niente meglio di queste parole spiegano le ragioni di un ospedale materno infantile. E niente meglio di quello che afferma Umberto Veronesi ci svelano una visione della professione medica. “Non esiste, secondo me, medicina senza solidarietà, né medicina senza amore. E proprio per questa sua profonda aspirazione alla solidarietà, io vedo la professione medica come una missione. Una missione con un grande spessore etico. Il medico dovrebbe possedere un forte senso della giustizia sociale e non conoscere nessuna forma di intolleranza, né razziale né di altro genere”.
Per il progetto di un ospedale del bambino, il nostro territorio deve molto alla fondazione Il ponte del sorriso. La sua attività ha un grande valore e si sviluppa su fronti diversi, tutti importanti.
Da anni, centinaia di cittadini fanno volontariato nelle corsie dell’ospedale. Portano calore, allegria, sorrisi, giochi e svago ai bambini ricoverati. Insieme a questo lavoro si sviluppano iniziative che sensibilizzano e fanno cultura. Un impegno non diverso da quello delle centinaia di associazioni di volontariato presenti in provincia. Il ponte del sorriso ha però lanciato una sfida ancor più grande: la costruzione di un nuovo ospedale. E questo è il terzo fronte, il più delicato e difficile, dove l’impegno non può essere solo il loro, ma deve coinvolgere tutta la collettività.
Ce lo hanno ricordato con coraggio e gentilezza i tanti volontari che si sono ritrovati due giorni fa alla presentazione del progetto. Ci credono a questo sogno, e ne hanno finanziato tutta la fase progettuale. Le scelte fin qui fatte sono di grande eccellenza, a partire proprio dai soggetti coinvolti. Il riferimento è l’ospedale Meyer di Firenze, una delle strutture più importanti in Italia.
Intorno al Ponte del sorriso si sono poi strette tutte le istituzioni, perché gli unici colori che contano, parlando di bambini, sono quelli della gioia e non degli schieramenti politici. Alcuni fondi ci sono, e i lavori possono partire. Ma non basta. La città, il territorio, devono crederci e occorre una vera mobilitazione, un’attenzione fatta di gesti concreti. Servono ancora risorse economiche, e tutti possiamo fare la nostra parte.

lunedì 26 luglio 2010

Io non sono razzista, però...

Siamo razzisti o no? Molti dei commenti ai fatti successi quindici giorni fa ruotano intorno a questa domanda. Ma si "abbiamo a che fare solo con due deficienti che hanno esagerato" è una posizione che potrebbe accomunare tanti, ma non ci aiuterebbe a capire cosa è successo a Roberta e soprattutto cosa sta succedendo nelle nostre città.
Le botte che questa ragazza brasiliana ha preso solo perché aveva reagito verbalmente ai richiami di una coppia sono assurde. Lo sono sempre in qualsiasi contesto. Diventano intollerabili quando seguono a espressioni quali "negra di merda torna a casa tua".
Varese è casa sua. Vive qui Roberta, studia qui. Sua mamma assiste una famiglia italiana e porta il proprio contributo al miglioramento delle condizioni sociali di questo paese.
Come le si può gridare "vattene"? Che diritto abbiamo? Che fine ha fatto l'umanità? La vicenda è tanto più delicata e non può esser liquidata con due battute anche per i protagonisti che entrano in scena. Una donna in stato di gravidanza avanzata e suo marito che ha in braccio un bambino piccolo. Due persone che dovrebbero avere una sensibilità ancora più elevata grazie alle esperienze che stanno vivendo. Evidentemente non è così. Se arrivano a mettere le mani addosso a una giovane ragazza che ha come unico torto l'essersi lamentata del caldo, qualcosa non va.
Questa coppia vive un disagio. Se questo abbia ragioni personali non sta certo a noi indagare, ma certe espressioni sono figlie di una mentalità che si fa dilagante, che diventa "opinione" diffusa. E allora altroché se abbiamo a che fare con il razzismo. Un razzismo strisciante, schifoso, di quello che se non ci stai attento ti prende e ci sei dentro fino al collo senza essertene reso conto. Un razzismo con cui ognuno di noi deve fare i conti perché è fatto di stereotipi e pregiudizi. Un razzismo che individua nell'altro il colpevole dei miei disagi personali, perché è molto più facile trovare fuori da noi le responsabilità, che non farci carico delle cose e affrontarle.
Allora girarci dall'altra parte o fare tanto gli equilibristi cercando tutti i distinguo o tutte le azioni buone e accoglienti davvero serve a poco.
A poco però serve anche dividere questa nostra società in buoni e cattivi. Quelli che si mettono la casacca dell'antirazzismo e attaccano subito, con ricette certe non aiutano affatto a capire.
Fa bene oggi un esponente sindacale, dalle pagine di un quotidiano locale, a raccontare il disagio che vivono i lavoratori della Sila, l'azienda che gestisce il servizio di trasporto pubblico. La loro attività è delicata, è sempre a rischio e una presenza sempre più massiccia di cittadini extracomunitari complica tutto. Lo fa non perché gli italiani sono brava gente e gli altri tutti delinquenti, o comunque pericolosi, ma perché culture e abitudini diverse quando entrano in rapporto suscitano sempre timori e possibili incomprensioni. Banalizzando molto basti pensare ai profumi e agli odori.
Gli autisti degli autobus, come il personale sanitario, ma anche gli insegnanti e altre categorie di lavoratori a contatto con il pubblico sono sempre in prima fila. Dobbiamo tenerne conto prima di inveire o di promuovere iniziative contro di loro (c'è un'associazione che chiede di spedire email alla Sila per far prendere posizione all'azienda), anche quando si rendono colpevoli di fatti gravi.
Certi comportamenti assurdi, quali la violenza, non possono comunque trovare attenuanti o giustificazioni. Derogare a questo è pericoloso e toglie ogni certezza dei diritti individuali
Questa società non ha ritorni. Si deve andare avanti e abbiamo circa il 10% della popolazione extracomunitaria. Quando inizieremo a capire che a questa situazione, oltre ad alcuni problemi, porta già ricchezza e ne potrà portare sempre di più, allora avremo iniziato a costruire la storia e saremo usciti dalle catacombe. Ricchezza che non si misura in denaro, ma in relazioni, in cultura, in capacità di apertura e di conoscenza.
La giustizia farà il suo corso nella storia di Roberta. Chi l'ha picchiata deve rispondere di quei gesti, ma non è con azioni ostili che si costruisce un vivere civile e sereno. E ogni volta che ci viene da pronunciare o ci capita di ascoltare la frase "io non sono razzista però..." fermiamoci a parlarne. Ci farà solo bene.

domenica 6 giugno 2010

Questa è Varese

"Non mi piace che il territorio che mi ha visto nascere (oltre 60 anni fa), vivere e penso morire non sia più il mio territorio. Non lo riconosco. Gli appartengo sempre meno.

Mi parlano di tradizioni che non ho mai visto né vissuto e di radici delle quali i miei vecchi non hanno nemmeno sentito parlare ed allora non posso fare a meno di chiedermi: perché?"

E già perché? Daniela ce lo chiede un po' a tutti. Una lettera al giornale in cui affermava che "il nostro inno, ancorché bruttino, è un simbolo che mi rappresenta, mi dona quel senso di appartenenza alla mia comunità. Certo non è che un piccolo simbolo, ma smantella un inno oggi, smantella una bandiera domani … tanti "piccoli" fanno tutti".

Nello stesso giorno, il 2 giugno, su Facebook, la più grande comunità virtuale con oltre 500 milioni di iscritti in tutto il mondo, nasceva un gruppo titolato "Questa è Varese".

In due giorni oltre duemilacinquecento persone vi hanno aderito. Discutono, commentano e propongono frasi che rappresentino il territorio.

"Tutti bevono il mojito. Sono tutti PR. Faccio il figo coi soldi del papi. La locale che ti fa dieci multe al secondo. Bigiare ai giardini. I metallari al San Vittore. I pullman stracolmi di gente. Il G6 che può impedire tutto ma non l'aperitivo del venerdì sera. Le grotte di Valganna. Il falò di Sant'Antonio. Anche i cessi se la tirano. Il dolce Varese che quando lo mangi ti asciuga qualunque cosa. Il mercoledì sera è zero. Ci vediamo al piantone. Quelli che escono a Cavaria per non pagare il casello a Gallarate. Il traffico che ti fa passare la voglia di uscire. Viale Borri che sembra la Salerno Reggio Calabria. Scrivere sui muri del sottopassaggio le date delle bigiate. Il mitico Pappalardo che dirigeva il traffico. La domenica sera sembra che ci sia l'ora del silenzio. Bruceremo Cantù. Il parcheggio dell'Insubria che quando piove si trasforma in una palude. Avere la carta sconto benzina. Andare a Monate, prendere il pedalò per quattro persone e poi salirci in otto. Fare corso Matteotti settemila volte e non entrare mai in un negozio.Fare una tangenziale nuova per evitare coda all'ora di punta e avere coda a qualsiasi ora. La pista ciclabile intorno al lago. La festa degli alpini al Campo dei fiori".

E ce ne sono tante altre ma dovremmo fare pubblicità ai locali che abbondano nelle visioni dei varesini.

Cara Daniela, sembreremmo messi davvero male. Da una parte i cultori di miti e tradizioni lontane. Culture non nostre sbucate come funghi per avvalorare tesi politiche che dividerebbero volentieri il Paese. Dall'altra, insieme con definizioni carine, anche un guazzabuglio di banalità e luoghi comuni che proliferano e si diffondono alla velocità della luce.

O forse no, cara Daniela. Non è tutto così, ma c'è da riflettere,perché sono segni di un tempo che cambia. Forse anche per questo ci farebbe bene conoscere, far conoscere e condividere ancor di più e meglio alcuni simboli che hanno permesso a tutti di avere tanta libertà.

lunedì 3 maggio 2010

I cappuccini e le brioches di Carlo Chiodi

Una serata calorosa e davvero bella per ricordare Carlo Chiodi e presentare il suo libro con decine di interviste. Bravi tutti e davvero il modo più bello per continuare a respirare l'aria bella che Carlo ci ha regalato in questi anni.

venerdì 19 marzo 2010

Chi paga e chi ci guadagna

Ogni volta che si apre uno spazio alla cultura è bene brindare. E così l’inaugurazione della nuova galleria d’arte moderna di Gallarate è una bella occasione per far festa. Un territorio cresce e migliora non solo grazie alla propria economia, all’operosità, ai servizi, ma alla ricerca della felicità. E questa si trova nel bello. E allora cosa ci può essere di meglio delle arti?
È comunque giusto porsi la domanda che stanno facendo tanti cittadini: si ma chi paga? Paga la collettività, pagano le istituzioni nazionali e non, pagano alcune imprese lungimiranti, che credono che il loro compito non si fermi alla sola produzione della ricchezza, perché se un territorio vive bene tutto migliora.
Si potrebbero impiegare meglio queste risorse? Può essere, ma cosa c’è di più grande della ricerca della felicità e del bello?
C’è una questione importante da tener presente e gli interventi di Vincenzo Coronetti sulla Prealpina e di Adriano Gallina su Varesenews in due riprese bene l’hanno posta. Chi coordina la cultura su questo territorio? Cosa è necessario fare perché la pietanza sia saporita e gustosa, restando nella metafora gastronomica? Uno spazio così importante, come sarà la nuova galleria d’arte, non può essere pensato solo come una questione di Gallarate. Non lo può essere perché l’investimento va ben oltre chi lo gestisce. Il MAGa può diventare uno dei nostri ambasciatori nel mondo. La sua attività può stimolare migliaia di giovani, di cittadini avvicinandoli all’arte e attraverso questa al gusto del bello. Oltre a ciò tutto il territorio potrà beneficiare di effetti economici, come è già successo in altre città italiane.
C’è solo una condizione però perché questo accada. Occorre crederci. E credere che, per quanto bene si lavori, da soli non si può fare. E i primi a doverci riflettere sono proprio i vertici della nuova struttura. Troppo grande e troppo costosa per essere solo un buon pasticcino, ma anche troppo piccola per pensare di sostituirsi a una intera torta. Se poi il sapore non piacerà a tutti pazienza. Resteranno altri dolcetti a far da contorno.

mercoledì 24 febbraio 2010

L'essenziale è invisibile agli occhi

Il libro ha un fascino e l'energia che sviluppa supera ogni immaginazione. Così una sera un gruppo di varesini aderenti ad Anobii decise di uscire dal virtuale e gustare i sapori di una pizza.
Questa è la preistoria. La cronaca riguarda invece il primo evento dell'associazione Controluce. Quarta di copertina è un progetto che prende il via alla libreria del Corso di Varese e da lì in tutto il mondo. L'idea è semplice e, come spesso accade, proprio per questo rivoluzionaria. Nella libreria verrà collocato "un espositore che contiene le “quarte di copertina” in braille e in caratteri per ipovedenti dei libri appena pubblicati. Con questo progetto, quindi, anche ai non vedenti e agli ipovedenti sarà concesso il piacere di ‘curiosare’ in piena autonomia tra gli scaffali di una libreria".
Questa è solo la prima proposta di Controluce.
E torniamo così alla storia che parte da Livia, una delle partecipanti di quella famosa cena di Anobii.
Un giorno mi chiama e mi racconta il suo progetto: un museo tattile. Resto lì. Un'idea di una potenza incredibile. E mi riporta alla mia infanzia, a zio Tommaso, rimasto cieco da bambino. Gli esplose in mano una bomba, uno di quei terribili "residuati bellici" che continuano a mietere terrore in tante aree del mondo. Quel bimbo perse alcune falangi di una mano, ma quel che fu più drammatico, la vista. Non si diede per vinto e con una tenacia incredibile, dal cuore della Sicilia, si impegnò fino ad arrivare a una lunga carriera di insegnamento della storia e della filosofia.
Con lui ho passeggiato, giocato a carte (vinceva sempre lui perché secondo me barava leggendo anche le mie carte mentre me le dava), discusso a lungo. Ma il ricordo più bello è quello delle lunghe ore a leggergli giornali e libri che lui "traduceva" in braille. Oggi ha una piccola biblioteca con quei lavori. Per noi nipoti era un mito. Ogni tanto prendeva moglie e figli e andava a "vedere" le città. Diceva proprio così con noi sempre increduli. Non era ancora tempo, per noi ragazzini, della lettura del Piccolo principe che narra così bene che "l'essenziale è invisibile agli occhi".
Quando Livia mi ha raccontato tutti i suoi progetti la memoria mi ha riportato a questa delicata esperienza.
E così l'ultima volta che ho rivisto zio Tommaso, due mesi fa, abbiamo parlato a lungo del museo tattile.
E dai libri, dall'energia di un piccolo gruppo di persone nasce un progetto che ci riguarda tutti e non solo quanti non hanno la vista.

domenica 21 febbraio 2010

Il poetare di Van de Sfroos

Come un trovatore medievale Van de Sfroos incanta il suo pubblico con il "poetare".
Uno show di tre ore filate. Un viaggio nel suo mondo, nella sua terra, con protagonista l'acqua, la cultura, la musica, la poesia.
Varese è la ventitreesima tappa di un tour nei teatri lombardi. Il pubblico ha risposto calorosamente con un classico tutto esaurito in una serata però speciale e Davide non si fa scappare l'occasione per scherzarci su. "Ma cosa siete venuti a fare qui? Stasera c'era la finale di Sanremo, il carnevale, l'Inter... Non so proprio come ringraziarvi. E allora non lo faccio".
Su un palcoscenico molto caldo, con i libri protagonisti in primo piano e con scaffali pieni di segni della terra e della storia di Van de Sfroos, ci sono quattro musicisti e l'attrice Stefania Pepe. Immagini di Totò, del lago, delle fabbriche aprono lo show e la domanda è "ma dove stavano le canzoni prima di diventar canzoni?"
E da lì inizia un lungo racconto che intreccia tanto della storia di un Van de Sfroos che per molti sarà quasi inedito. Davvero come un "trovatore" di altri tempi che attinge dai libri, ma soprattutto dalle storie semplici di altre culture per poi riportarle a casa propria esprimendole in un dialetto che da duro, chiuso dentro un territorio impervio, si mescola invece con la lingua del blues.
I fans delle ballate dovranno aspettare oltre un'ora prima di ascoltare la prima canzone. E la platea esplode cantando con lui La curiera dopo un prologo delizioso sulle ragioni per cui andare a scuola.Van de Sfroos recita con maestria. È a proprio agio in uno show divertente ma anche profondo.A Varese, dopo ospiti di grande livello in altri teatri, duetta con una Platinette irriverente come sempre. I due si trovano e ne viene fuori uno spettacolo nello spettacolo con battute e musica e un'esilarante New York New York in dialetto.
Ed è sempre il dialetto ad avere una parte di protagonista nello show dove Van de Sfroos gioca spesso, come all'inizio, quando tira fuori il dizionario D'Angelo - de Sfroos per tradurre dal napoletano della Pepe al lagheé. I ricordi d'infanzia diventano in diversi momenti l'occasione per far ridere, ma anche riflettere sulle condizioni di vita del suo popolo che da Lenno andava in viaggio di nozze a piedi a Como. E Van de Sfroos non risparmia battute nemmeno ai testi sacri ed è esilarante il passaggio sui Promessi sposi e Manzoni.
Insomma, complice anche un grande Andrea Chiodi, regista dello show, e quanti hanno lavorato a questo spettacolo, il menestrello comasco incanta in una veste davvero nuova.Uno show che parla molto varesino perché la produzione è di Re.te (sviluppo residenze teatrali), associazione fondata proprio da Chiodi e dalla Consel di Varese.