Questo era un articolo scritto tanti mesi fa e mai pubblicato per rispettare il silenzio stampa.http://www3.varesenews.it/
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venerdì 16 gennaio 2015
Finalmente libere Greta e Vanessa
Finalmente libere. Finalmente i cuori possono esultare. Avremo tempo per le riflessioni. Ora vi chiedo di non lasciare commenti negativi perché li cancellerò. Avremo modo di tornarci su per riflettere sulle loro scelte. Oggi è un giorno di festa e ringraziamo ancora tutte le istituzioni che hanno permesso (anche se ancora non è avvenuto) ad Antonela, Alessandro e Matteo di abbracciare la loro Greta. Ovviamente la stessa gioia per la famiglia di Vanessa.
Questo era un articolo scritto tanti mesi fa e mai pubblicato per rispettare il silenzio stampa.http://www3.varesenews.it/ varese/ la-lunga-attesa-e-finita-30 4303.html
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domenica 11 gennaio 2015
Quegli applausi
Quegli applausi a Parigi possono cambiare la storia.
Non si erano mai visti oltre 50 capi di stato e governo sfilare con milioni di cittadini.
È la migliore risposta di civiltà contro la barbarie del terrorismo e contro il rozzo tentativo di casa nostra per dividere e far prevalere il rancore.
Dopo giorni di tenebre si intravede la luce.
Il mio editoriale su Varesenews http://www3.varesenews.it/ rubriche/editoriali/ quegli-applausi-a-parigi-30 3944.html
Non si erano mai visti oltre 50 capi di stato e governo sfilare con milioni di cittadini.
È la migliore risposta di civiltà contro la barbarie del terrorismo e contro il rozzo tentativo di casa nostra per dividere e far prevalere il rancore.
Dopo giorni di tenebre si intravede la luce.
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sabato 10 gennaio 2015
In tremila per dire no alla violenza
Una serata importante per ognuno di noi. Tremila persone alla marcia della pace a testimoniare che abbiamo bisogno di mitezza e non di aggressività. A testimoniare che la convivenza è l'unica strada. Una vera emozione vedere tante persone insieme in silenzio sfilare per le vie di Gallarate per dire no alla violenza, no al fanatismo, no al terrorismo, ma soprattutto si alla pace, alla vita e alla fraternità.
Leggi tutto qui
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venerdì 9 gennaio 2015
Io non mi dissocio
Non ho scritto niente a proposito di queste ultime tre terribili giornate. Ringrazio però Roberta che sull'onda delle sue emozioni vissute in diretta, visto che transitava da Parigi, mi ha stimolato a commentare. Riprendo quello che ho scritto a lei, ma giusto per postare una riflessione che considero stimolante. Sempre oggi ero rimasto dubbioso di fronte alle parole di un mio cugino che vive a Dackar e che si è convertito all'Islam. Ma dopo aver letto Karim Metref lo comprendo meglio. Mouhamed Giampaolo mi scrive "quel titolo non lo condivido.
IO NON CHARLIE E NON SONO NEMMENO UN TERRORISTA. IO SONO GAZA"
Io non avrei scritto quelle parole di Giampaolo, ma per me è facile.
Qui di seguito trovate il mio commento e il link al post di Karim Metref.
Non dobbiamo cedere al buio, a un mondo senza speranza di cambiamento. Questo sarebbe darla vinta a chi semina terrore. Siamo fatti di emozioni e razionalità. Tenerle in contatto, farle dialogare è cosa complessa nella quotidianità, diventa ancor più dura, soprattutto se non c'è abitudine, quando subentra la paura. Il terrorismo gioca anche su questo. Non ci credo alle guerre di religione, non in questo momento storico. Ho appena letto questa riflessione di Karim Metref, un educatore e blogger che vive a Torino. Merita...per provare ad andare oltre
domenica 8 settembre 2013
Viva Chile
Martedì sera parteciperò a Viva Chile al Filmstudio '90, a 40 anni dal golpe in Cile e l'assassinio di Salvador Allende. Con me, improprio relatore, ci sarà Sabatino Annechiarico e soprattutto filmati vari come testimonianza di quei tragici eventi.
Per me quella data segna una vera svolta personale con la fine dell'infanzia e l'ingresso in una adolescenza segnata dall'impegno internazionalista proprio a partire dai fatti cileni.
Per me quella data segna una vera svolta personale con la fine dell'infanzia e l'ingresso in una adolescenza segnata dall'impegno internazionalista proprio a partire dai fatti cileni.
giovedì 27 giugno 2013
Obama a Dakar e l'emozione dei senegalesi
Riprendo parte di un post di ieri di mio cugino Mouhamed Giampaolo Di Gregorio perché lui vive a Dakar e la sua storia è un crocevia di scelte e di consapevolezze che permettono di guardare con altri occhi all'Africa e all'Islam.
sabato 14 aprile 2012
Ottomila desaparecidos erano un prezzo giusto. Parola di Videla
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| Vera Vigevani |
domenica 24 luglio 2011
Contraddizioni cubane
Nelle passate settimane mi sono imbattuto in due storie che mi hanno fatto pensare molto. Entrambe riguardano Cuba. Dalle nostre parti parlare di quell'isola significa subito prendere parte. Un mito per alcuni perché la forte carica rivoluzionaria, la mistica legata a Fidel Castro e soprattutto alle gesta del Che Guevara, hanno
martedì 5 gennaio 2010
Brothers, Obama e la guerra
Tema su cui Barack Obama viene chiamato in causa continuamente. È la storia che lo impone al di là di ogni buona volontà. Il presidente finora si è mosso con grande maestria e in un anno di crisi devastante per il proprio paese ha lanciato messaggi distensivi e di pace. Ma oggi è chiamato a compiti sempre più diffcili.
Il cammino di Obama è stato profondo e ha dovuto affrontare questioni profonde che hanno a che fare non solo con la sua storia e quella del suo paese. Il suo linguaggio è figlio di quella crescita, di quella consapevolezza e sa che può cambiare gli Stati uniti. La riforma del sistema sanitario è un esempio, ma non l'unico. È un passo storico che si somma a quelli fatti per togliere mille discriminazioni che sotto Bush erano solo cresciute. Basti pensare all'abolizione delle differenze salariali tra uomini e donne, alla riapertura dei diritti nei confronti di ogni diversità. Sul tema della guerra vivrà la più profonda delle contraddizioni e con queste deve fare i conti.
È utile per riflettere quanto scrive Vittorio Zucconi su Repubblica.
"Le parole non hanno vinto, non ancora... La "bushizzazione" di Obama è dunque avvenuta, manifestata nell'inasprimento progressivo del linguaggio? La "educazione sentimentale" del giovane Barack è completa? Non proprio. Obama è un presidente che deve fare la guerra a chi lo attacca, ma non è, e non vuole considerarsi, un "presidente di guerra". "Non ha l'ethos e il mito del guerriero che ossessionavano Bush" dice sempre Brennan, "ha la cultura del costituzionalista con il terrore di stravolgere la Costituzione". Ma la guerra picchia ai vetri dello Studio Ovale, con la eterna tentazione della vendetta".
lunedì 4 gennaio 2010
Obama e l'Aids
Da oggi le persone sieropositive e malate di Aids potranno liberamente circolare negli Stati Uniti. Una legge voluta da Obama approvata il 2 novembre cancella il divieto di ingresso e permanenza negli Stati Uniti per le persone affette da Hiv/Aids, in vigore dal 1987.
"Se vogliamo essere leader mondiali nella lotta all'Hiv/Aids, abbiamo bisogno di agire così senza marchiare le persone affette dal virus" aveva detto Obama dando l'annuncio di voler tenere nel 2012 la Conferenza mondiale sull'Aids proprio negli Stati Uniti.
Alla faccia di quanti non vogliono vedere la volontà di cambiamento di Barack Obama.
"Se vogliamo essere leader mondiali nella lotta all'Hiv/Aids, abbiamo bisogno di agire così senza marchiare le persone affette dal virus" aveva detto Obama dando l'annuncio di voler tenere nel 2012 la Conferenza mondiale sull'Aids proprio negli Stati Uniti.
Alla faccia di quanti non vogliono vedere la volontà di cambiamento di Barack Obama.
venerdì 11 dicembre 2009
Un Nobel giusto a Obama
Malgrado le giuste perplessità oggi Barack Obama si è meritato quel premio nobel per la pace che stride con quanto è chiamato a fare con i suoi eserciti.
Invito a leggere tutto il suo discorso e non fermarsi a qualche frase riportata nei nostri pessimi, quando non squallidi e servi, telegiornali.
A guardare il Tg1 della sera viene davvero da chiedersi in che paese stiamo vivendo...
giovedì 30 luglio 2009
L'Italia e la Ddr
"Quella che sta emergendo in Italia sotto i nostri occhi è una cultura dell'informazione tipica dei regimi autoritari. In Italia ci sono ricchi e poveri anche in fatto di informazione. I ricchi sono quelli che leggono i quotidiani come la Repubblica, Il corriere, La stampa, gli utenti della rete e chi ascolta le poche radio d'informazione indipendenti. I poveri, molto più numerosi, sono quelli che guardano i tg, controllati direttamante o indirittamente da Berlusconi. È una situazione anomala e allarmante per un paese democratico dell'Europa occidentale.
Prima della caduta del muro di Berlino, una parte della Germania est comunista - e precisamente la zona di Dresda - era chiamata "la valle degli ignari", perché i suoi abitanti non riuscivano a ricevere il segnale delle tv occidentali e dovevano accontentarsi dell'informazione di regime. La loro visione del mondo era quella fabbricata dal governo.
Siamo abituati a pensare all'Italia come a quel paese di forma sottile e allungata che ha una spina dorsale montuosa.
Ma fin quando Berlusconi rimarrà in carica, faremo meglio a immaginare l'Italia come un paese attraversato per il lungo da una spaccatura ampia e profonda: una nuova valle degli ignari".
John Hooper, su The Guardian ripreso da Internazionale
Prima della caduta del muro di Berlino, una parte della Germania est comunista - e precisamente la zona di Dresda - era chiamata "la valle degli ignari", perché i suoi abitanti non riuscivano a ricevere il segnale delle tv occidentali e dovevano accontentarsi dell'informazione di regime. La loro visione del mondo era quella fabbricata dal governo.
Siamo abituati a pensare all'Italia come a quel paese di forma sottile e allungata che ha una spina dorsale montuosa.
Ma fin quando Berlusconi rimarrà in carica, faremo meglio a immaginare l'Italia come un paese attraversato per il lungo da una spaccatura ampia e profonda: una nuova valle degli ignari".
John Hooper, su The Guardian ripreso da Internazionale
sabato 2 maggio 2009
Berlusconi forever
Che dire? Basterebbe guardare ai fatti invece di tante chiacchiere. Giovanni De Mauro ha la capacità di farlo. Leggetevi l'ultima parte del suo editoriale su Internazionale. I commenti servono a poco.
"Se si volesse raccontare l'immobilismo italiano a degli extraterrestri stranamente appassionati alle vicende politiche di casa nostra, basterebbe mettere a bordo di una sonda le foto di gruppo degli ultimi G8 che si sono svolti in Italia. A quello di Napoli del 1994 c'erano Clinton, Major, Mitterrand, Kohl, Eltsin, il canadese Chrétien, il giapponese Murayama e Berlusconi. Al G8 di Genova del 2001 c'erano Bush, Blair, Chirac, Schröder, Putin, Chrétien, Koizumi e Berlusconi. Al prossimo G8 che si svolgerà all'inizio di luglio all'Aquila ci saranno Obama, Brown, Sarkozy, Merkel, Harper, Aso. E naturalmente Berlusconi".
"Se si volesse raccontare l'immobilismo italiano a degli extraterrestri stranamente appassionati alle vicende politiche di casa nostra, basterebbe mettere a bordo di una sonda le foto di gruppo degli ultimi G8 che si sono svolti in Italia. A quello di Napoli del 1994 c'erano Clinton, Major, Mitterrand, Kohl, Eltsin, il canadese Chrétien, il giapponese Murayama e Berlusconi. Al G8 di Genova del 2001 c'erano Bush, Blair, Chirac, Schröder, Putin, Chrétien, Koizumi e Berlusconi. Al prossimo G8 che si svolgerà all'inizio di luglio all'Aquila ci saranno Obama, Brown, Sarkozy, Merkel, Harper, Aso. E naturalmente Berlusconi".
sabato 31 gennaio 2009
Malpensa, Italia e il paese delle meraviglie
Un Maroni fantastico e un Paragone furbissimo hanno condotto la seconda puntata di Malpensa, Italia nel paese delle meraviglie. Complimenti a entrambi. Il resto solo comparse.
Il tema era di quelli tosti. Immigrazione e sicurezza, il pane della Lega. Paragone ha impostato tutta la trasmissione su una domanda giusta. Come si fa a coniugare il bisogno di forza lavoro, soprattutto al Nord con l'esigenza di sicurezza dei cittadini? E il ministro degli Interni Roberto Maroni con un'alzata così è andato subito a schiacciare fin dalle prime battute. "L'immigrazione non è un problema. Il problema sono i clandestini. E lo sono così tanto che abbbiamo dichiarato l'emergenza nazionale". Chi aveva il timore o il desiderio, dipende dai punti di vista, di assistere a una trasmissione aggressiva, dai toni accesi, dagli slogan facili sarà rimasto (per fortuna comunque) deluso. Paragone è stato abile e bravissimo. Ma via via che il tempo scorreva saliva sempre più inquiieta una domanda: ma di quale paese stanno parlando?
I due sindaci di Padova e Brescia, al di là di qualche sussulto, sono stati utili a raccontare alcuni reali problemi, ma niente di più. Tutti sdegnati perché dall'estero ci considerano razzisti. Tutti preoccupati di distinguere tra immigrati buoni e quelli cattivi. Maroni ironico sull'attacco di un articolo di Repubblica, che pur portando ad esempio Treviso come modello di possibile integrazione, parla di sconcerto. E del resto come si potrebbe far diversamente quando il vicesindaco Giancarlo Gentilini parlando degli islamici dice che "questi devono andare a pisciare nelle moschee".
Una trasmissione dai toni come quelli di Malpensa, Italia è positiva e importante, ma anche furba, ideologica, con una parola forte verrebbe da dire di "regime". Niente da ridire della parte del ministro. È mancato completamente ogni sorta di contraddittorio. È mancato un pezzo di realtà.
La vicenda di Emmanuel Bonsu Foster, il giovane del Ghana massacrato di botte dai vigili di Parma (poi per fortuna arrestati), o quella del diciannovenne italiano nero Abdul Salam Guibre ammazzato a bastonate a Milano per aver rubato un pacchetto di biscotti sono solo punte di icerberg che fanno del nostro paese un luogo non solo poco sicuro, ma impaurito e poco accogliente.
Questo è anche il paese dove il presidente del consiglio fa battute sul colore della pelle di Obama, ma anche quello dove a pochi chilometri dallo "studio" della trasmissione si bruciano i lavoratori, come la storia di Ion Cazacu o si ammazza per una rivendicazione salariale come a Gerenzano. Fa piacere quindi ascoltare le parole del ministro sulla voglia di accoglienza, ma le cose non sono proprio come le racconta lui, e non abbiamo mai sentito una vera chiamata a raccolta per lavorare insieme in un clima di serenità come appariva dalla trasmissione.
L'aver puntato poi su alcuni aspetti economici e sociali con le voci del sindacalista della Cgil per il lavoro, o dell'architetto Fuskas per gli aspetti abitativi e il Nobel Muhammad Yunus per il microcredito e quindi per una soluzione "a casa loro" è certamente positivo. Peccato però, che come per Enzo Bianchi nella prima puntata, questo sia stato relegato in un angolo lasciando tutto lo spazio di argomentazione solo agli altri.
Quanto ai clandestini e alle battaglie per sconfiggere uno dei traffici più redditizi e schifosi, forse con un po' di coraggio si poteva invitare Bilal, ovvero Fabrizio Gatti. Il contraddittorio tra le dichiarazioni e le promesse di Maroni e il lavoro serio e preparato del giornalista dell'Espresso forse avrebbero potuto aiutare a capire davvero meglio. Gatti ha percorso la nuova tratta degli schiavi e nei suoi reportage racconta scomode verità. Malpensa, Italia, come tante altre trasmissioni, lavorano a tesi. "A me piace lavorare così", ci aveva confessato Paragone giorni fa. Non c'è niente di male a farlo, ma il rischio che si corre con questo metodo è quello di fare il tifo e voler veder vincere la propria squadra. A quel punto è chiaro che senza bisogno di truccare niente, si possono però scegliere arbitri più "morbidi".
Il tema era di quelli tosti. Immigrazione e sicurezza, il pane della Lega. Paragone ha impostato tutta la trasmissione su una domanda giusta. Come si fa a coniugare il bisogno di forza lavoro, soprattutto al Nord con l'esigenza di sicurezza dei cittadini? E il ministro degli Interni Roberto Maroni con un'alzata così è andato subito a schiacciare fin dalle prime battute. "L'immigrazione non è un problema. Il problema sono i clandestini. E lo sono così tanto che abbbiamo dichiarato l'emergenza nazionale". Chi aveva il timore o il desiderio, dipende dai punti di vista, di assistere a una trasmissione aggressiva, dai toni accesi, dagli slogan facili sarà rimasto (per fortuna comunque) deluso. Paragone è stato abile e bravissimo. Ma via via che il tempo scorreva saliva sempre più inquiieta una domanda: ma di quale paese stanno parlando?
I due sindaci di Padova e Brescia, al di là di qualche sussulto, sono stati utili a raccontare alcuni reali problemi, ma niente di più. Tutti sdegnati perché dall'estero ci considerano razzisti. Tutti preoccupati di distinguere tra immigrati buoni e quelli cattivi. Maroni ironico sull'attacco di un articolo di Repubblica, che pur portando ad esempio Treviso come modello di possibile integrazione, parla di sconcerto. E del resto come si potrebbe far diversamente quando il vicesindaco Giancarlo Gentilini parlando degli islamici dice che "questi devono andare a pisciare nelle moschee".
Una trasmissione dai toni come quelli di Malpensa, Italia è positiva e importante, ma anche furba, ideologica, con una parola forte verrebbe da dire di "regime". Niente da ridire della parte del ministro. È mancato completamente ogni sorta di contraddittorio. È mancato un pezzo di realtà.
La vicenda di Emmanuel Bonsu Foster, il giovane del Ghana massacrato di botte dai vigili di Parma (poi per fortuna arrestati), o quella del diciannovenne italiano nero Abdul Salam Guibre ammazzato a bastonate a Milano per aver rubato un pacchetto di biscotti sono solo punte di icerberg che fanno del nostro paese un luogo non solo poco sicuro, ma impaurito e poco accogliente.
Questo è anche il paese dove il presidente del consiglio fa battute sul colore della pelle di Obama, ma anche quello dove a pochi chilometri dallo "studio" della trasmissione si bruciano i lavoratori, come la storia di Ion Cazacu o si ammazza per una rivendicazione salariale come a Gerenzano. Fa piacere quindi ascoltare le parole del ministro sulla voglia di accoglienza, ma le cose non sono proprio come le racconta lui, e non abbiamo mai sentito una vera chiamata a raccolta per lavorare insieme in un clima di serenità come appariva dalla trasmissione.
L'aver puntato poi su alcuni aspetti economici e sociali con le voci del sindacalista della Cgil per il lavoro, o dell'architetto Fuskas per gli aspetti abitativi e il Nobel Muhammad Yunus per il microcredito e quindi per una soluzione "a casa loro" è certamente positivo. Peccato però, che come per Enzo Bianchi nella prima puntata, questo sia stato relegato in un angolo lasciando tutto lo spazio di argomentazione solo agli altri.
Quanto ai clandestini e alle battaglie per sconfiggere uno dei traffici più redditizi e schifosi, forse con un po' di coraggio si poteva invitare Bilal, ovvero Fabrizio Gatti. Il contraddittorio tra le dichiarazioni e le promesse di Maroni e il lavoro serio e preparato del giornalista dell'Espresso forse avrebbero potuto aiutare a capire davvero meglio. Gatti ha percorso la nuova tratta degli schiavi e nei suoi reportage racconta scomode verità. Malpensa, Italia, come tante altre trasmissioni, lavorano a tesi. "A me piace lavorare così", ci aveva confessato Paragone giorni fa. Non c'è niente di male a farlo, ma il rischio che si corre con questo metodo è quello di fare il tifo e voler veder vincere la propria squadra. A quel punto è chiaro che senza bisogno di truccare niente, si possono però scegliere arbitri più "morbidi".
martedì 20 gennaio 2009
Obama: "Abbiamo scelto la speranza "
“Abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura”. Il 44° presidente degli Stati Uniti indica da subito la via perché “siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza”.
Non sono semplici proclami. Il suo discorso è intessuto di orgoglio nazionale, ma anche di una grande apertura alle novità.
“Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi”, afferma con forza Obama. “L'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta”. Parole per chiudere definitivamente con ogni sentimento antiamericano, “l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace”. Parole di distensione verso il mondo musulmano, verso le popolazioni più povere. Non è con la forza che si vincono le battaglie e Obama lo afferma in diversi passaggi del suo discorso.
E non rinuncia a tracciare alcune linee anche in materia economica e ambientale. “Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.
E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo”.
Si gioca poi tutto il suo carisma verso la fine del discorso quando il pragmatismo si lega alla poesia, alle emozioni che ne fanno davvero un grande leader.
“Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino”.
A Washington c'era un oceano di persone. Due, forse tre milioni. Ma altre centinaia, in tutto il mondo, erano incollate ai televisori, alle radio, ai siti web per vivere le emozioni di una giornata storica. E Barack Obama non li ha delusi. Con equilibrio, ma grande coraggio ha indicato loro nuovi sentieri. Per l'Occidente e il mondo intero da oggi si può voltare pagina.
Obama un nuovo mito
La sua scrittura è chiara, scorrevole e ha coraggio nel raccontare la sua storia.
“Quello che ci affligge, - racconta Obama, - è il divario tra la grandezza delle nostre sfide e la piccolezza della nostra politica – la facilità con cui ci facciamo distrarre da cose insulse e triviali, il nostro cronico evitare decisioni difficili, la nostra apparante incapacità di costruire il consenso necessario ad affrontare i problemi importanti”.
L'ingresso di Barak Hussein Obama alla Casa Bianca passerà alla storia. Dopo oltre quarant'anni, gli Stati Uniti d'America, e non solo loro, riscoprono il piacere di avere un mito. Dalla morte dei due Kennedy e quella di Martin Luther King nessun politico aveva più riscosso tanto sucesso e suscitato tante speranze. Obama non è solo nero e giovane. È un uomo che crede fermamente nel suo paese, nei sogni, nei valori profondi dell'uguaglianza e della solidarietà. Ha fatto tanta strada e ha avuto il coraggio di scriverla, di analizzarla con serenità e trasparenza.
Nel 1995, quando non ricopriva ancora nessuna carica politica, pubblicò la sua autobiografia dei primi trent'anni di vita. I sogni di mio padre è un libro straordinario, intenso, scritto in modo avvincente. È diviso in tre parti che raccontano le sue origini, gli anni della formazione e dei primi lavori sociali e politici a Chicago e dei suoi viaggi in Kenia alla ricerca di una parte importante della propria identità. “Non era semplicemente gioia quella che provai. Era piuttosto la sensazione che tutto quello che stavo facendo, ogni gesto, respiro e parola portasse con sé l'intero significato della mia vita, che un cerchio stesse cominciando a chiudersi, così che avrei potuto finalmente riconoscere me stesso per quello che ero”. Un libro coraggioso che permette di conoscerlo a fondo, nelle sue convinzioni, nella sua tormentata vicenda familiare e soprattutto nella sua profonda identità. Da parte del padre keniano, Obama ha sette tra fratelli e sorelle avuti da tre diverse donne e una sorella avuta dalla madre Ann in seconde nozze. L'Africa e la ricerca delle sue origini è un elemento fondamentale nella vita del neo presidente. L'altra sarà l'incontro con Michelle descritto nelle pagine finali del libro edito dalla casa editrici Nutrimenti e pubblicato in Italia per la prima volta nel 2007. “In questi ultimi anni (si ricordi che sono pagine scritte nel 1994, ndr) credo di aver imparato ad essere più paziente, con gli altri e con me stesso. Se così è stato, è solo uno dei tanti miglioramenti nel mio carattere che devo a mia moglie Michelle”. I sogni di mio padre si chiude con il suo matrimonio dove aveva potuto reincontrare molti dei suoi fratelli e sorelle. Le sue ultime parole fanno sentire la carica di un uomo aperto e sensibile. “Almeno per quell'istante, mi sentii l'uomo più fortunato del mondo”.
Obama ha poi continuato un ottimo lavoro di scrittura con L'audacia della speranza pubblicato nel 2006. In Italia è edito da Rizzoli ed è uscito un anno dopo. In questo nuovo lavoro, dopo dieci anni di attività racconta della politica, dei progetti, delle idee, dei sogni per un mondo nuovo. Era un semplice senatore, uno di quelli che in Italia avremmo chiamato peones. Chiamato ad aprire la convention democratica che avrebbe scelto Kerry come sfidante di Bush, pronunciò un discorso rimasto alla storia, che da lì a quattro anni lo ha portato a battere Hilary Clinton alle primarie e poi Mc Cain nella sfida per la Casa Bianca.
In chiusura del primo capitolo che tratta del clima di rissa tra repubblicani e democratici scrive: “Immagino che le persone stiano aspettando una politica che abbia la maturità di bilanciare idealismo e realismo, di distinguere tra quello su cui si può o non si può venire a patti, di ammettere la possibilità che l'altra parte possa avere ragione qualche volta. Spesso non capiscono le controversie tra destra e sinistra, conservatori e liberal, ma riconoscono la differenza tra dogmatismo e senso comune, responsabilità e irresponsabilità, tra le cose che durano e quelle che passano. Sono là fuori, in attesa che repubblicani e democratici li raggiungano”.
Ora l'America e il mondo lo attendono e lo metteranno alla prova. Una bella responsabilità. Ma è già storia.
Nel 1995, quando non ricopriva ancora nessuna carica politica, pubblicò la sua autobiografia dei primi trent'anni di vita. I sogni di mio padre è un libro straordinario, intenso, scritto in modo avvincente. È diviso in tre parti che raccontano le sue origini, gli anni della formazione e dei primi lavori sociali e politici a Chicago e dei suoi viaggi in Kenia alla ricerca di una parte importante della propria identità. “Non era semplicemente gioia quella che provai. Era piuttosto la sensazione che tutto quello che stavo facendo, ogni gesto, respiro e parola portasse con sé l'intero significato della mia vita, che un cerchio stesse cominciando a chiudersi, così che avrei potuto finalmente riconoscere me stesso per quello che ero”. Un libro coraggioso che permette di conoscerlo a fondo, nelle sue convinzioni, nella sua tormentata vicenda familiare e soprattutto nella sua profonda identità. Da parte del padre keniano, Obama ha sette tra fratelli e sorelle avuti da tre diverse donne e una sorella avuta dalla madre Ann in seconde nozze. L'Africa e la ricerca delle sue origini è un elemento fondamentale nella vita del neo presidente. L'altra sarà l'incontro con Michelle descritto nelle pagine finali del libro edito dalla casa editrici Nutrimenti e pubblicato in Italia per la prima volta nel 2007. “In questi ultimi anni (si ricordi che sono pagine scritte nel 1994, ndr) credo di aver imparato ad essere più paziente, con gli altri e con me stesso. Se così è stato, è solo uno dei tanti miglioramenti nel mio carattere che devo a mia moglie Michelle”. I sogni di mio padre si chiude con il suo matrimonio dove aveva potuto reincontrare molti dei suoi fratelli e sorelle. Le sue ultime parole fanno sentire la carica di un uomo aperto e sensibile. “Almeno per quell'istante, mi sentii l'uomo più fortunato del mondo”.
In chiusura del primo capitolo che tratta del clima di rissa tra repubblicani e democratici scrive: “Immagino che le persone stiano aspettando una politica che abbia la maturità di bilanciare idealismo e realismo, di distinguere tra quello su cui si può o non si può venire a patti, di ammettere la possibilità che l'altra parte possa avere ragione qualche volta. Spesso non capiscono le controversie tra destra e sinistra, conservatori e liberal, ma riconoscono la differenza tra dogmatismo e senso comune, responsabilità e irresponsabilità, tra le cose che durano e quelle che passano. Sono là fuori, in attesa che repubblicani e democratici li raggiungano”.
Ora l'America e il mondo lo attendono e lo metteranno alla prova. Una bella responsabilità. Ma è già storia.
domenica 11 gennaio 2009
Giudizio e pregiudizio
Confesso che avrei voluto essere al posto di Flavio Ibba. Dai tempi del liceo ho fatto dell'impegno sociale e politico una delle scelte profonde della mia vita. Ho avuto la fortuna di vivere esperienze forti che mi hanno formato. Alcune di queste mi hanno profondamente cambiato. Ricordo con piacere l'impegno per alcuni mesi in Friuli dopo il terremoto. Poi un campo di formazione per capi scout con Giovanni Bachelet, solo pochi mesi prima che la Brigate rosse trucidassero suo padre Vittorio. E tante altre esperienze.
Sono convinto che le persone possano cambiare. Una convinzione che mi rende sempre ottimista, positivo. Non è buonismo credere che dentro ogni persona ci sia il bene e che a volte sia difficile crederci a partire dal soggetto stesso.
"Dobbiamo chiederci cosa ci spinge così prepotentemente a giudicare gli altri non secondo la loro specificità ma secondo dei pregiudizi collettivi". Una domanda che Aldo Carotenuto rivolge a tutti, e che leggendo molti commenti pubblicati su Varesenews in seguito all'articolo che racconta l'esperienza di Ibba nella West bank risuona ancora più forte.
Il giovane politico varesino ha scelto di fare esperienze di volontariato internazionale per proseguire una sua formazione. Da qui e dai suoi pensieri sarebbe bene ripartire e non da aneddoti o chiacchiere sul suo conto.
"La radice della sofferenza, - prosegue Carotenuto, - sta nel fatto di giudicare le cose cercando di capirle e di entrarci dentro, mentre ci si rende conto che per gli altri esiste solo un pregiudizio, che tende a parzializzare tutti coloro che tentano di sottarsi a quel modello preordinato".
Giudizio e pregiudizio non vanno mai a braccetto. Il primo richiede conoscenza, riflessione e consapevolezza. Il secondo è figlio dell'ignoranza e della paura di guardarsi dentro per capire meglio cosa ci disturba. Atteggiamenti e comportamenti che escono dalla sfera privata e che fanno meglio comprendere come mai è così difficle risolvere i conflitti. Anche quello arabo palestinese.
Sono convinto che le persone possano cambiare. Una convinzione che mi rende sempre ottimista, positivo. Non è buonismo credere che dentro ogni persona ci sia il bene e che a volte sia difficile crederci a partire dal soggetto stesso.
"Dobbiamo chiederci cosa ci spinge così prepotentemente a giudicare gli altri non secondo la loro specificità ma secondo dei pregiudizi collettivi". Una domanda che Aldo Carotenuto rivolge a tutti, e che leggendo molti commenti pubblicati su Varesenews in seguito all'articolo che racconta l'esperienza di Ibba nella West bank risuona ancora più forte.
Il giovane politico varesino ha scelto di fare esperienze di volontariato internazionale per proseguire una sua formazione. Da qui e dai suoi pensieri sarebbe bene ripartire e non da aneddoti o chiacchiere sul suo conto.
"La radice della sofferenza, - prosegue Carotenuto, - sta nel fatto di giudicare le cose cercando di capirle e di entrarci dentro, mentre ci si rende conto che per gli altri esiste solo un pregiudizio, che tende a parzializzare tutti coloro che tentano di sottarsi a quel modello preordinato".
Giudizio e pregiudizio non vanno mai a braccetto. Il primo richiede conoscenza, riflessione e consapevolezza. Il secondo è figlio dell'ignoranza e della paura di guardarsi dentro per capire meglio cosa ci disturba. Atteggiamenti e comportamenti che escono dalla sfera privata e che fanno meglio comprendere come mai è così difficle risolvere i conflitti. Anche quello arabo palestinese.
venerdì 9 gennaio 2009
Il tifo e il sangue dei bambini a Gaza
Ottocento morti e tremila feriti. E il sangue non cesserà di scorrere a Gaza. Da qui, a sole poche centinaia di chilometri di distanza da quel conflitto, tutto è diverso. Questo non basta però ad accettare un clima davvero brutto che si respira in questo periodo. Si sente sempre più spesso parlare di questo conflitto quasi come se fosse una partita di pallone, dove a vincere su tutto è il tifo. Una sorta di appartenenza acritica che ormai anima il dibattito politico del nostro Paese su ogni questione. Anche i media spesso cadono in questo terribile atteggiamento dando voce a persone che non solo non ne sanno niente, ma che non argomentano le proprie posizioni se non ripetendo posizioni ideologiche precostituite.
Insomma si fa il tifo e basta. Questo è assurdo già in casa nostra, dove la politica ha sostituito i campi di battaglia, e per duro che sia lo scontro si fa solo verbale.
A Gaza non si confrontano due eserciti. Quella forma di guerra quasi non esiste più, e chi sta nelle zone interessate al conflitto ne parla chiaramente. Certamente è difficile districare la matassa delle cause, delle ragioni, dei torti, ma oggi l'equidistanza assomiglia tanto alla complicità. Chiedere di far cessare la carneficina a cui si assiste ogni giorno non significa scegliere una parte. Per una volta dimentichiamo il tifo e proviamo ad ascoltare e a credere sia possibile trovare vie d'uscita ai conflitti che non preveda solo la forza.
L'intervista al consigliere comunale di Varese Flavio Ibba
Insomma si fa il tifo e basta. Questo è assurdo già in casa nostra, dove la politica ha sostituito i campi di battaglia, e per duro che sia lo scontro si fa solo verbale.
A Gaza non si confrontano due eserciti. Quella forma di guerra quasi non esiste più, e chi sta nelle zone interessate al conflitto ne parla chiaramente. Certamente è difficile districare la matassa delle cause, delle ragioni, dei torti, ma oggi l'equidistanza assomiglia tanto alla complicità. Chiedere di far cessare la carneficina a cui si assiste ogni giorno non significa scegliere una parte. Per una volta dimentichiamo il tifo e proviamo ad ascoltare e a credere sia possibile trovare vie d'uscita ai conflitti che non preveda solo la forza.
L'intervista al consigliere comunale di Varese Flavio Ibba
martedì 6 gennaio 2009
La fatica della speranza
Ieri sera, con mio figlio di tredici anni sono andato a vedere Il bambino con il pigiama a righe. Un dramma familiare in uno ben più tragico per dimensioni. Uno sguardo sui campi di sterminio e sulla Shoah con gli occhi di due bambini di otto anni. Uno ebreo e l'altro figlio dell'ufficiale nazista che dirige il lager. Una storia che lascia ben poco spazio alla speranza.
La gente che usciva scossa dal cinema pronunciava frasi improbabili per mascherare un imbarazzo profondo. Il film è da vedere assolutamente e da far vedere a tutti i ragazzi sopra i dodici anni.
Detto questo mi colpisce che gli ultimi due film che ho visto hanno al centro, in un modo e nell'altro, ebrei ed israeliani proprio nei giorni in cui questi stanno massacrando un popolo. Non ho titoli per fare analisi storiche o geopolitiche, ma ci vuole davvero poco a capire come la reazione israeliana contro i palestinesi sia del tutto spropositata e soprattutto indegna di un popolo civile. Odio contro odio e l'unica certezza è che vincerà la barbarie, e la disperazione produce più vittime di qualsiasi sporca guerra.
Tutti responsabili con ruoli diversi, come sempre nella vita. E se non si guarda le cose per quello che producono serve davvero a poco credere di migliorare il mondo. I tanks israeliani sparano e ammazzano donne e bambini. Ne basterebbe uno solo per considerare follia pura questa situazione. Non ci si può abituare a tutto questo. Non possiamo noi che viviamo in un mondo dove per qualche centimetro di neve si mobilitano forze in massa occupando spazi sui media.
E allora questo mio silenzio in questi giorni è stato soprattutto figlio di un imbarazzo di fronte al quale parole di circostanza sarebbero state improbabili come quelle sentite ieri sera.
"Certo che è finita male..."
martedì 30 dicembre 2008
Il giardino dei limoni
Il film Il giardino dei limoni di Eran Riklis non fa vedere la guerra, ma racconta le tensioni, le paure, i soprusi ed esalta sentimenti ed emozioni viste da due parti. Sono due donne le protagoniste, da una parte la palestinese Salma che vive del raccolto dei limoni prodotti nel suo giardino da cinquantanni, dall'altra Mira, moglie del ministro della difesa israeliano. La casa dell'esponente politico è proprio sul confine con la West Bank e il giardino di Salma è visto dal Mossad come un pericolo per l'incolumità del ministro. Inizia così una lunga disputa anche legale per la sua distruzione.
Un film intenso che con delicatezza entra nelle emozioni delle due donne. Tra loro c'è solo una rete metallica e una cultura di guerra, di odii, pregiudizi che sembra impossibile da superare. O quasi perché con pochi gesti e sguardi tra le due nasce un sentimento nuovo che lascia alle spalle l'ostilità che sembra essere nella natura delle cose. Due belle donne, forti e affascinanti che sono loro malgrado vittime di logiche più grandi.
Un messaggio però che sembra stridere con quanto sta succedendo in questi giorni e che manda in aria l'idea che solo dalle donne possa arrivare un diverso futuro. Il ministro della difesa isaraeliano che ha ordinato le rappresaglie a Gaza è infatti una donna.
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