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venerdì 17 gennaio 2014

Il computer con mio figlio

domenica 11 luglio 2010

Senza maturità

Arrivano i primi dati con gli esiti degli esami di maturità. E arrivano le prime conferme. Il rigore richiesto dal ministro Gelmini sembra trovar seguito. Ai tanti non ammessi alla fine delle lezioni si sommano adesso altri respinti. Il numero dei “non maturi” negli ultimi anni è così triplicato. Oltre trentamila giovani dovranno ripetere l’ultima classe e riprovare a superare la maturità il prossimo anno.
L’Italia è uno dei paesi europei con la scolarità più bassa e con la più alta dispersione scolastica. Condizione che non si supera certo usando una “manica più larga”, ma colpiscono le evidenti contraddizioni di una sistema che fa acqua da tutte le parti.
Come si fa a migliorare una condizione preoccupante se ogni volta che si devono fare tagli della spesa pubblica, la scuola è sempre la prima ad essere presa in considerazione?
Una condizione che riguarda ormai anche la nostra provincia dove verranno chiuse numerose scuole a seguito della cosiddetta riforma.
Come si può affrontare con serietà il lavoro degli insegnanti, se questi non passa giorno, che non vengano apostrofati come fannulloni? E che senso ha formare classi di trenta e passa alunni?
Come si può chiedere maggior rigore agli studenti se ogni modello loro proposto premia furbi e arrivisti?
La scuola sconta trasformazioni e cambiamenti sociali profondi. Negli ultimi dieci anni, insieme con una forte spinta multietnica, c’è stata una vera e propria rivoluzione che riguarda principalmente il sistema della comunicazione e questo ha inciso in modo rilevante sui modelli educativi.
La distanza tra gli studenti e i loro insegnanti per la prima volta ha messo a disagio gli adulti. Quando gli attuali maturandi hanno iniziato il loro percorso scolastico eravamo in un altro mondo. Il digitale faceva allora la propria comparsa e questi ragazzini sono cresciuti assorbendone ogni evoluzione. Per tante ragioni non è andata nella stessa maniera ai loro insegnanti. Oggi iniziamo a vedere i risultati.
Gli studenti hanno bisogno di guide, di progettualità, di aver fiducia nei propri maestri. Le risposte alla loro crescita umana, culturale, spirituale non la trovano certo su Google, ma nemmeno in un sistema contraddittorio che non sa far altro che chiedere solo maggior rigore, quasi che fosse colpa loro se sono stati abituati così, dove tutto è dovuto e subito.
La maturità mette in risalto questa crisi della scuola e gli esami oscillano tra desiderio di “vendetta” da parte di alcuni insegnanti e momento di liberazione per molti studenti. Il percorso educativo si scontra così con un mero esercizio numerico dove conta solo la somma di frazioni di valutazioni.
Per affrontare questo momento, che ha anche dei potenziali straordinari, occorre avere una visione del futuro e una fiducia nelle giovani generazioni. Occorre recuperare il senso di responsabilità e di condivisione in cui ognuno possa sentirsi protagonista della crescita e sviluppo della propria comunità. Il rigore verrà poi di conseguenza.

sabato 6 marzo 2010

Cinque in condotta

“La scuola non è più la badante che deve accudire e comprendere tutti. Un tempo, se eri bravino, il comportamento non aveva valore. Oggi si pretende responsabilità da tutti. Gli insegnanti devono accogliere e valorizzare, ma gli alunni devono imparare a stare nel gruppo, a rispettare le regole. Nelle scuole si sta ancora affinando il ritorno dell'importanza del voto in condotta, perché si stanno ristabilendo i giusti ruoli in questa comunità”.
Le parole di Claudio Merletti, dirigente provinciale scolastico, arrivano dopo che in una scuola della nostra provincia quasi metà classe aveva preso cinque in condotta. Apriti cielo. Si è subito scatenata una battaglia con diverse prese di posizione. Non è un caso isolato da quando il voto della condotta è tornato ad avere un’importanza centrale nella vita scolastica. Il problema però è serio, perché spesso la scuola oggi sembra più alle prese con i problemi disciplinari, con i codici di comportamento, che con la propria missione educativa.
Serpeggia sempre di più la preoccupazione delle procedure, degli elementi burocratici per scongiurare eventuali prese di posizione dei genitori. Da protagonisti, con ruoli diversi, si assiste sempre più a uno scollamento tra scuola e famiglie. E i ragazzi spesso restano soli lì in mezzo, in preda alla fatica di adolescenti, alla ricerca della propria identità.
Di fronte ai cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi due decenni le risposte sembrano ogni giorno più inadeguate. Basti pensare all’elevamento dell’età scolastica a sedici anni, alle nuove tecnologie con internet e telefoni cellulari in primis, alla forte presenza di culture diverse. Gli adolescenti di oggi sono la prima generazione digitale e non è una semplice definizione. Ogni giorno si susseguono studi delle neuroscienze sui cambiamenti a livello celebrale. I ragazzini oggi sono abituati ad essere multitasking e basta osservarli come usano la tecnologia per rendersi conto cosa significhi. Sono costantemente connessi ai loro mondi e la loro capacità di concentrazione è molto diversa da quella dei loro coetanei di solo vent’anni fa.
Di fronte a tale complessità gli insegnanti per lavorare meglio dovrebbero rivedere ogni giorno le proprie strategie, ma nel nostro Paese sembra che le preoccupazioni siano di ben altro tipo. Non si dà la giusta importanza a questa professione.
Una situazione assurda perché il nostro futuro dipende dall’età della formazione. Trattare con disattenzione la scuola significa pregiudicare un mondo migliore.
È anche per queste ragioni che va ripensata la rete delle nostre università, che non sono solo l’approdo di un percorso scolastico, ma il primo elemento della formazione degli insegnanti di domani.

venerdì 26 febbraio 2010

Lo spezzatino della “fabbrica” del sapere

Cinque università in trenta chilometri. E ce n’è per tutti i gusti, anche se per la verità mancano facoltà di taglio prettamente umanistico. L’Insubria a Varese e Como, la Liuc a Castellanza, il Politecnico sempre nella città lariana e per chiudere la Usi e la Supsi tra Lugano e Mendrisio.
In tutto quindicimila studenti, con oltre duemilasettecento persone che ci lavorano tra docenti e personale tecnico. Ventisettemila i giovani che in questi anni si sono laureati: un piccolo esercito.
Sono pochi i territori che possono vantare una situazione così ricca di offerta formativa di alto profilo. Venti facoltà con centinaia di corsi e decine di master. Una vocazione legata all’economia, all’ingegneria, all’informatica e alla comunicazione. Università che si legano così in modo forte al tessuto economico e sociale.
Altro dato di grande interesse è l’alto numero di studenti stranieri che arrivano da ogni parte del mondo, sia per il percorso curriculare completo, che per singoli progetti per periodi definiti.
Questa la foto e l’oggetto, come si può osservare, è davvero interessante. Mostra una ricchezza invidiabile sotto ogni punto di vista, perché se si guarda meglio, più in profondità, si scoprono cose davvero affascinanti. Ci sono incubatori, centri di ricerca sia di taglio teorico che applicata, partnership internazionali di livello mondiale e tanto altro. A questo si somma una “fabbrica” tra le più importanti per occupazione, ma anche per indotto economico generato.
Quello che manca, ancora un volta, è un coordinamento tra tutto questo ben di Dio. C’è qualche eccezione, ma davvero rara, altrimenti ognuno fa per sé. Non esiste alcuna rete e alcun progetto che valorizzi tutte queste realtà. E così parte di questa immensa ricchezza rischia di disperdersi.
Le università, che sono luogo di ricerca per eccellenza, da espressione del territorio potrebbero lavorare per il territorio. Non si tratta di cambiare la loro missione, il loro modo di operare, ma solo di tessere una rete. Attraverso questa il valore delle singole attività crescerebbe in modo significativo e ci guadagnerebbero tutti. Gli studenti che potrebbero scambiarsi esperienze formative, i docenti che avrebbero spazi di confronto e di espressione maggiori e tutto il territorio grazie a una promozione molto più efficace. Tutto questo favorirebbe una crescita culturale e potrebbe costituire un vero ponte tra le varie comunità.

venerdì 30 ottobre 2009

Vogliamo l'America

Una volta eravamo antiamericani. poi sarà l'età che vanza, sarà Obama che è grande, sarà quel che sarà, ma almeno io mi sono ravveduto. Non che non veda con chiarezza le storture e le cose terribili che gli Stati Uniti combinino, però...
Leggere questo articolo per non credere.
L'intervista ad Alessandro e la storia di Martina hanno aperto uno squarcio interessante sul funzionamento delle università all'estero. Subito si sono scatenati commenti che hanno messo al centro delle loro scelte anche gli aspetti economici e finanziari. Siamo andati fare qualche verifica soprattutto nel luogo più lontano, e per questo in apparenza meno accessibile, il Mit di Boston. Viene fuori un quadro da far arrossire chi ha le leve del potere del nostro Paese.
A partire dalla trasparenza si vede subito la differenza di stile. Daniel Barkowitz è il direttore di financial aid all'MIT e gestisce un blog dove si trovano tutte le informazioni del caso.
Nella "sua" università quasi il 30% degli studenti per iscriversi, frequentare e vivere non paga un solo centesimo. Trattamento riservato a quanti hanno un reddito inferiore ai 75.000 dollari. Poi ci sono una serie di altre agevolazioni anche per chi ha disponibilità economiche maggiori.
Si badi bene che non è un caso isolato perché le maggiori università americane (Harvard, Princeton, etc.) adoperano un sistema di ammissione che viene chiamato "need-blind admission", che vuol dire che la domanda di ogni studente viene esaminata senza considerare le risorse finanziarie dello studente. Ogni persona accettata deve poi mandare la dichiarazione di redditi famigliari; dopodichè l'università utilizza "need-based financial aid", cioè viene data una borsa di studio che paga tutto quello che il reddito non riesce a coprire (e spesso la borsa di studio copre tutte le spese). Inoltre, l'università offre varie opportunità di lavoro pagato agli studenti, come assistenti di laboratorio, tutori, etc. Tutto questo è per implementare meritocrazia nella sua pienezza.
Per tornare ad alcuni studenti dell'MIT (specialmente quelli internazionali) che provengono da posti remoti del pianeta, spesso con poche risorse economiche. Esemplare la storia di E.G., cresciuto in una risaia in un piccolo villaggio nell'Ovest dell'isola di Java. Lui facendo le olimpiadi di matematica ha saputo dell'MIT, ha fatto domanda, è stato accettato, ed è andato a vivere lì nel campus. È solo grazie al sistema puramente meritocratico che le grandi università americane attraggono e offrono possibilità a persone di talento in tutto il mondo.

lunedì 8 dicembre 2008

Altro che nostalgia

Trovarsi dopo trent'anni dalla maturità con i vecchi compagni di liceo aveva dei bei rischi, ma andavano corsi. Del resto lo avevamo già fatto altre volte, ma ormai erano passati dieci anni e chissà come eravamo cambiati.
Un'emozione unica, forte, intensa. E a cinquant'anni le cose si vedono davvero con occhi diversi. L'incontro è stato una bella festa. Ore passate insieme dense non di nostalgie, che solo qua e là facevano capolino, ma di interesse vero per le vite dei vecchi compagni i classe. Una prova del fatto che proprio in quell'età si sviluppa e definisce la propria identità. Come si fosse puri, senza tante esperienze che poi renderanno più forti, più acciaccati più maturi o vissuti, ma in un certo senso anche più inquinati.
Oggi non abbiamo vissuto di ricordi e nostalgie, ma di emozioni per quello che eravamo e siamo. E lo stupore di molti per l'intimità subito ritrovata, ma anche per la semplicità con cui ci si relazionava ha fatto sentire quanto poi si sia rimasti così tanto simili a quelli "scolaretti" più o meni diligenti di quei fantastici anni '70.
Quella mitica VF del liceo Ruffini di Viterbo, proprio nell'anno terribile del rapimento e della morte di Moro, oggi qua e là ricordato nei momenti più drammatici, ha lasciato davvero i segni a tanti di noi che non hanno avuto paura di confessare che quelli sono stati forse gli anni più belli. Vero o meno restano importanti per la capacità di stare insieme, di crescere insieme e condividere una fase meravigliosa della vita.

sabato 8 novembre 2008

L'osceno Cossiga

È solo un vecchietto un po' "stordito". Preferisco pensarla così altrimenti c'è davvero da star male a leggere la lettera aperta di Francesco Cossiga alle forze dell'ordine.
L'ex Presidente della repubblica sostiene che "l'ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita".
Una situazione che farebbe crescere nella gente comune "la paura dei manifestanti e con la paura l'odio verso di essi e i loro mandanti o chi da qualche loft o da qualche redazione, ad esempio quella de L'Unità, li sorregge".
"Io aspetterei ancora un po' - continua Cossiga - e solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di 'Bella ciao', devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell'ordine contro i manifestanti".

domenica 2 novembre 2008

Buonanotte Italia

Mi abbandono a riflessioni "private", ma fanno parte di me quanto tutto il resto. Direi anche di più e così stasera scrivevo a un'amica: "sono tornato a casa a Gazzada. La tastiera è la stessa, il notebook è lo stesso, ma fuori non ci sono i miei pini marittimi e così resto diviso tra una Viterbo che sento ancora casa mia e una Varese che mi tiene in prestito. Ma ormai ci ho fatto l'abitudine".
Anche il viaggio di ritorno è stato ottimo. Il tempo ha concesso una tregua e dopo giorni di pioggia anche molto sole mi ha accompagnato per i quasi seicento chilometri. E lungo quelle sei ore ho risentito collaboratori e amici legati al giornale. Ho pensato alle cose da fare nei prossimi giorni. Ai miei figli e a tanti affetti che vivo in questa terra che mi accoglie ormai da trent'anni.
Pensieri privati, ma anche riflessioni su questa strana Italia. La settimana appena passata mette tristezza a chi come me ha in don Lorenzo Milani uno dei maestri. Siamo al trionfo dell'ipocrisia quando non della assoluta mala fede. E bene fa Concita De Gregorio a dire che l'attuale ministro della pubblica istruzione non sa nemmeno di cosa parla.
Mettiamo insieme solo tre dati e riflettiamoci.
1) Meno del 10% della popolazione italiana detiene oltre il 42% della ricchezza nazionale.
2) Il 36,5% della popolazione italiana è "analfabeta funzionale", ossia non sa distinguere tra decine centinaia e migliaia e non sa compilare un modulo elementare (dati di istituti pubblici di ricerche europee)
3) siamo il paese più vecchio del mondo
intanto però si taglia fondi nella ricerca e nella scuola.
Buonanotte.

giovedì 16 ottobre 2008

La fatica di crescere

I giornali sono un'opera collettiva. La loro bellezza sta tutta lì. È il confronto continuo tra i redattori che fa crescere. Il rapporto con i lettori e con il territorio fa il resto. E così mercoledì mattina si è aperta una bella discussione su cosa fare ancora sull'episodio di Brinzio, dove degli imbecilli hanno imbrattato le sagome dei bambini neri.
Ne è venuta fuori un'interessante intervista di Roberta Bertolini al provvediore Claudio Merletti. Dopo aver tirato le orecchie ai media, tra le altre cose afferma: «Dare letture ideologiche a questi episodi di cronaca mette a repentaglio il lavoro delicato degli insegnanti. Trasmette un clima di sfiducia che investe i ragazzi, le famiglie e i docenti. Va detto, invece, che gli istituti professionali, come quello che aveva come studenti i giovani protagonisti del pestaggio, svolgono un ruolo importante nell'educazione e nell'integrazione. Sono frequentati da ragazzi immigrati che, nella maggior parte dei casi e al di là di qualche singolo episodio, vivono accanto ai compagni senza alcun problema. Questo anche per merito della "scuola" che è fatta di persone, di docenti, di presidi che mettono in campo tutti i meccanismi per assorbire le differenze sociali, compensare i limiti. Sono quelle le scuole in cui è più difficile lavorare, ma anche quelle in cui si svolge il lavoro più faticoso di integrazione tra i singoli ragazzi e tra i ragazzi e la società».

martedì 7 ottobre 2008

Vincono la Gelmini e i suoi grembiulini

Quella di oggi è una brutta pagina del lavoro del Parlamento. Su un tema delicato come quello della scuola a nulla servono i colpi di mano. La Camera, con un voto di fiducia inutile chiesto dal Governo per tagliare ogni possibile modifica, ha approvato il maxi emendamento alla riforma voluta dal ministro Gelmini. Molte le novità. Su tutte quella che smantella la vecchia esperienza della scuola elementare e reintroduce il maestro unico e i voti.
Al di là di aspetti tecnici che andranno valutati poi nel concreto, colpisce questa fretta e totale assenza di ogni tipo di coinvolgimento degli insegnanti in una riforma che sarà epocale. Si smantella uno dei punti di eccellenza riconosciuti a livello internazionale per risparmiare soldi. Questo va detto con chiarezza.
È brutta una nazione dove si deve additare qualcuno come fannullone, come incapace, come inadeguato e causa di ogni male. È brutto perché è lontano anni luce dallo sviluppo, dalla crescita, dall'innovazione che tanto serve all'Italia. È brutto perché senza il coinvolgimento positivo dei lavoratori e di ogni altro ruolo all'interno dei vari settori, non si va da nessuna parte e a mala pena ci si trascina.
La giornata di oggi diventa così ben peggiore di quanto faccia credere chi si lamentarà per dover reintrodurre i grembiulini nelle scuole. E speriamo che in questo mese che attende il voto del Senato, Governo, forze politiche e sociali, addetti ai lavori si siedano a discutere e chi deve farlo ci ripensi.

martedì 30 settembre 2008

Domani niente scuola

L'Italia degli adolescenti raccontata da un infiltrato è una bella idea. Il libro di Andrea Bajani appena uscito per Einaudi però non sempre è convincente. In un'età di mezzo, a quindici anni dalla fine delle superiori, l'autore si ributta nella mischia e in un mese partecipa a tre gite scolastiche di una scuola di Torino, Firenze e Palermo. Destinazione Parigi e Praga.
Bajani descrive in parallelo le tre esperienze attraverso una scrittura veloce e intrigante. La domanda di Flavia (nome di fantasia come spiega l'autore alla fine del libro) "Ma perché te ne frega tanto di noi?" è centrale e Bajani prova a spiegarlo via via che si svolgono le gite scolastiche. Ne viene fuori un affresco a tante tinte, ma alla fine resta davvero poco.
È un racconto e l'autore non ha mai la pretesa di esaudire un bisogno di analisi sociologica. Questo lo salva. Un po' meno il suo mischiare tanti racconti di gioventù che sembrano messi lì solo a rendere più denso il libro. Ci sono condizioni ed emozioni che sono degli adolescenti di ogni generazione e allora viene facile raccontarle. "Mi rendo conto per la prima volta che a memoria so solo le canzoni che ho imparato fino a diciott'anni. Poi, dopo di allora, non mi è rimasto attaccato niente". E ci torna nelle ultime righe del libro quando afferma che "è una fissazione degli adulti, quella di cercare riparo dalla pioggia, di pensare all'acqua come a una minaccia. È una fissazione degli adulti, esattamente come è una fissazione degli adulti quella di smettere di cantare a voce alta o di smttere di correre. O come quella di smettere di fidarsi".
Bajani, pur sconvolto, si allea con i ragazzi. E ha ragione di diffidare delle analisi di "esperti" che vanno in televisione a spiegare il disagio giovanile e fanno solo bla bla bla. Si perde peò poi via in battute che lascino più di una perplessità Come quando racconta della terribile espeirenza vissuta nel ristorante dell'albergo. "Se davvero volete mettere il naso dentro il disagio giovanile, provate a spacciare rispettivamente per Antipasto e Dessert una macedonia di pesche sciroppate e una merendina confezionata".
Per contro fa bene a soffermarsi per qualche riga sulla figura dei docenti. "La metamorfosi del corpo insegnanti in un'accolita di deficienti è tra i fenomeni antropologicamente più rilevante degli ultimi anni. È l'Italia istruita dei professionisti e dei laureati, che pensano he il professore ne sappia meno di loro". E verrebbe da dire, purtroppo non solo loro.
In complesso carino, molto leggibile, ma non del tutto riuscito. Comunque merita di esser letto.

giovedì 25 settembre 2008

Gelmini, giù la maschera

Vi consiglio di comprare l'ultimo numero di Internazionale, purtroppo in edicola ancora solo per oggi. C'è un intervento di Tullio De Mauro e altri due articoli splendidi sul progetto di riforma del ministro Gelmini.
Oggi i giornali pubblicano articoli di commento sulla prima bozza del documento consegnato ai sindacati. Un decalogo delle ipocrisie altro che riforme. Tagli, tagli e ancora tagli. Insieme con quello che va cambiato, verrebbe smantellato tutto ciò che di buono c'è in questo paese in materia scolastica. basti pensare alle scuole materne e a quelle elementari. Nelle prime non tutto funziona come a Reggio Emilia preso a esempio nel mondo intero, ma comunque lo standard è alto e bisognerebbe migliorarlo non il contrario. Stesso discorso per le scuola elementari. E noi invece abbiamo perso tempo a discutere di grembiulini e amenità simili.

Per fare vere riforme occorre pensare, conoscere, ascoltare e confrontarsi. Altrimenti è come iniziare a costruire una casa dalla scelta delle maniglie delle porte o dai lucernari.

Una tristezza infinita. C'è da sperare che su questo tema fondamentale per la crescita del Paese si mobilitino tutti e non solo gli addetti ai lavori.

lunedì 15 settembre 2008

Gelmini, il bue e l'asino

“Trovo vergognoso che si strumentalizzino i bambini per cavalcare proteste che sono solo politiche. Per tutti i bambini il primo giorno di scuola è una festa, un momento di gioia e allegria, non certo un’occasione per terrorizzarli. Sembra non conoscere limite, invece, l’opera di disinformazione e allarmismo messa in piedi da chi difende lo status quo di una scuola che per come è strutturata oggi non può avere un futuro. La scuola non può essere utilizzata come un luogo di battaglie politiche”.
Brava Gelmini. Questo il testo integrale reso noto dal ministro della pubblica istruzione dopo la presa di posizione degli insegnanti che sono entrate in classe con il lutto al braccio.
Peccato però che il ministro sono settimane che non perde occasione per esternare a piacere senza tenere minimamente in conto il parere di chi nella scuola ci lavora.
Insomma la vecchia storiella del bue che dice cornuto all'asino.
Ah, un suggerimento al ministro. Perché non aprire uno spazio di vero dibattito sul sito del ministero su alcuni temi caldi e delicati invece di dover vedere tanta burocrazie e formalità?

domenica 14 settembre 2008

La scuola e le tv di Berlusconi

Veltroni porta un attacco al Governo accusandolo di pensare alla scuola solo in termini di tagli economici. Dice letteralmente: "Berlusconi pensa che la scuola sia le sue televisioni".
Era ora che il leader del Pd rompesse lunghi e inutili indugi e pronunciasse parole precise. E non basta ancora, perché mentre il resto del mondo si interrogava sull'analfabetismo, nel giorno scelto dall'Unesco, per dar battaglia a questa piaga, da noi si discuteva di grembiulini.

martedì 9 settembre 2008

Gelmini e la pubblica distruzione

Come vorrei che fosse un reality. E invece questo ministro c'è davvero. Parlo di Mariastella Gelmini. Il giorno dell'apertura della scuola in Lombardia ha coinciso con quello dedicato dall'Unesco alla lotta all'analfabetismo. Udite, udite. La neo ministra, insultata anche da Bossi, si preoccupa dei grembiuli e di introdurre il maestro unico alle elementari, motivando la scelta per motivi pedagogici, dopo che per giorni aveva spiegato che così facendo si possono ridurre 87mila posti di lavoro migliorando però qualità e retribuzioni. Nemmeno una parola sulla vera piaga di questo paese: l'analfabetismo. Quello vero e non quello già scandaloso evidenziato dal censimento.
Secondo alcune ricerche internazionali, riprese da Tullio De Mauro, in Italia oltre un terzo dei cittadini è "analfabeta funzionale". Siamo cioè di fronte a persone che non sanno distinguere i numeri, faticano a leggere un qualsiasi documento, non sanno complilare moduli.
Ogni tipo di indicatore culturale ci vede in fondo alle classifiche. Basti pensare che oltre il 65% dei cittadini non legge neppure un libro all'anno.
Per non parlare della dispersione scolastica o dell'abbandono.
E la ministra si preoccupa del voto in condotta, dei grembiulini e altre amenità.
Siamo proprio in buone mani.

sabato 2 agosto 2008

Sette in condotta

Non vedo perché scandalizzarsi della proposta di ripristinare il sette in condotta. Quello che deve preoccupare è il vuoto assoluto di idee, cultura, programmazione, indirizzo della scuola. Anziché studiare e poi proporre qualcosa di duraturo e che cambi in modo serio le cose ogni ministro ha le sue fisime e crede che le proprie idee siano la soluzione a ogni male. E così adesso la Gelmini rimette i grembiuli e il voto di condotta come elemento curriculare che possa contrasare il bullismo e ridare status e potere a chi sta in cattedra. Gli venisse mai in mente di coinvolgere chi ci lavora nella scuola, dai ragazzi, ai bidelli, al personale di segreteria e poi via via fino agli insegnanti e ai dirigenti scolastici. No, scherziamo! Sarebbe chiedere troppo. E allora avanti ognuno con le proprie fisse. E bene fa Il manifesto oggi a dedicare la prima pagina a questo argomento e con una vena polemica a mettere la foto delle famose corna di Berlusconi a un vertice Ue del 2002. Così, tanto per farci ridere dietro ancora un pò.

I grembiuli e il toro eccitato

Bell'editoriale di Francesco Merlo su Repubblica di oggi sul ripristino dei grembiuli nella scuola.
"...In Italia non ci vogliono grembiuli ma edifici, aule, strumenti di didattica, un nuovo sistema di stipendi, di aggiornamenti e di incentivi, nuove strategie formative… cioè soldi, competenze e credibilità che spingano le fantasie degli adolescenti ad aggrapparsi ai rami della mitologia e ai misteri delle lingue, ai paradossi matematici, alla filosofia, alla musica della versificazione, alla magia della chimica. O dai a uno studente il piacere di infilarsi nella storia con la capacità del professore e con la ricchezza delle tecniche audiovisive, oppure lo ecciti soltanto come si eccita un toro con il drappo rosso...".

venerdì 25 luglio 2008

Maledetti professori

Un bell'editoriale di Ilvo Diamanti su Repubblica sulla condizione degli insegnanti. Riflessioni critiche e analisi profonde. Merita.

Chiude il suo articolo con
"Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare "opinionista" anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una "pupa ignorante", un tronista o un "amico" palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza "studenti". Perché dovrebbe aver bisogno di docenti? Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare".