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giovedì 29 gennaio 2015

L'elogio della decadenza in Sottomissione

Sono il vuoto e la decadenza la sensazione più forte che mi ha lasciato la lettura di Sottomissione di Michel Houellebecq.
Il libro racconta la vita di François, 45enne professore universitario della Sorbona. Il suo unico merito è stato quello di diventare uno dei massimi esperti al mondo di uno dei padri del decadentismo. La sua vita scorre vuota, senza alcuna passione, se non quella di soddisfare ogni sua pulsione sessuale. Approfitta della sua posizione universitaria per andare a letto con le studentesse che lo ispirano di più. Non ha amici, anche perché non crede nelle relazioni affettive.

domenica 11 gennaio 2015

Quegli applausi

Quegli applausi a Parigi possono cambiare la storia.
Non si erano mai visti oltre 50 capi di stato e governo sfilare con milioni di cittadini.
È la migliore risposta di civiltà contro la barbarie del terrorismo e contro il rozzo tentativo di casa nostra per dividere e far prevalere il rancore.
Dopo giorni di tenebre si intravede la luce.
Il mio editoriale su Varesenews http://www3.varesenews.it/rubriche/editoriali/quegli-applausi-a-parigi-303944.html

sabato 10 gennaio 2015

In tremila per dire no alla violenza

Una serata importante per ognuno di noi. Tremila persone alla marcia della pace a testimoniare che abbiamo bisogno di mitezza e non di aggressività. A testimoniare che la convivenza è l'unica strada. Una vera emozione vedere tante persone insieme in silenzio sfilare per le vie di Gallarate per dire no alla violenza, no al fanatismo, no al terrorismo, ma soprattutto si alla pace, alla vita e alla fraternità.
Leggi tutto qui

venerdì 9 gennaio 2015

Io non mi dissocio


Non ho scritto niente a proposito di queste ultime tre terribili giornate. Ringrazio però Roberta che sull'onda delle sue emozioni vissute in diretta, visto che transitava da Parigi, mi ha stimolato a commentare. Riprendo quello che ho scritto a lei, ma giusto per postare una riflessione che considero stimolante. Sempre oggi ero rimasto dubbioso di fronte alle parole di un mio cugino che vive a Dackar e che si è convertito all'Islam. Ma dopo aver letto Karim Metref lo comprendo meglio. Mouhamed Giampaolo mi scrive "quel titolo non lo condivido.
IO NON CHARLIE E NON SONO NEMMENO UN TERRORISTA. IO SONO GAZA"

Io non avrei scritto quelle parole di Giampaolo, ma per me è facile.
Qui di seguito trovate il mio commento e il link al post di Karim Metref.
Non dobbiamo cedere al buio, a un mondo senza speranza di cambiamento. Questo sarebbe darla vinta a chi semina terrore. Siamo fatti di emozioni e razionalità. Tenerle in contatto, farle dialogare è cosa complessa nella quotidianità, diventa ancor più dura, soprattutto se non c'è abitudine, quando subentra la paura. Il terrorismo gioca anche su questo. Non ci credo alle guerre di religione, non in questo momento storico. Ho appena letto questa riflessione di Karim Metref, un educatore e blogger che vive a Torino. Merita...per provare ad andare oltre

domenica 4 luglio 2010

Nel mare ci sono i coccodrilli

C'è bisogno di questa letteratura, anche se il libro di Fabio Geda fatica a decollare a causa di una narrazione piatta. Nel mare ci sono i coccodrilli, come recita il sottotitolo, racconta la storia vera di Enaiatollah Akbari, un ragazzino fatto scappare dalla propria madre dall'Afghanistan. Un vero e proprio pellegrinaggio doloroso e durissimo tra Pakistan, Iran, Turchia e Grecia, fino ad approdare in Italia. Un libro in cui l'autore fa parlare in prima persona il ragazzo stemperando sempre la drammaticità della storia.
Ricorda Il cacciatore di aquiloni, senza averne però l'intensità narrativa. Resta comunque un libro importante perché testimonia di un'altra Italia che sa accogliere e comprendere. La storia del piccolo Enaiatollah è la storia di migliaia di uomini e donne fuggiti dalla propria terra martoriata da guerre e disastri vari.

martedì 29 giugno 2010

Lume Lume

La letteratura sull'altro, sullo straniero, inizia a differenziarsi e trovare forme espressive diverse. Il libro di Nino Vetri, ha ragione Andrea Camilleri, ha diversi pregi. Il migliore è quello di una narrazione della quotidianità fatta di tante piccole cose.
Dalla ricerca delle parole di una canzone rumena partono tante micro storie di protagonisti di tante parti del mondo. Personaggi che si incontrano e scontrano con culture indigene. Ne vengono fuori affreschi deliziosi.
Racconti anche nostri, dei nostri territori più prossimi come i negozi. "Ogni giorno in centro chiude una bottega storica. Una salumeria con le insegne anni quaranta, una torrefazione decorata con donnine anni cinquanta, un negozio che vendeva solo tè e caffè di tutti i tipi... Brasil, si chiamava. Tutte botteghe dove si parlava. Entravi per comprare il caffè, parlavi per mezz'ora. Al loro posto: negozi in franchising. Che vuol dire tutti uguali in tutto il mondo. E tutti, o quasi, che vendono calze e mutande".

sabato 2 gennaio 2010

Welcome

Bilal arriva a Calais convinto che il suo viaggio verso Londra è ormai finito. A separarlo dalla sua amata resta solo la Manica. Si accorge presto che come lui hanno creduto facile raggiungere la Gran Bretagna centinaia di immigrati. La città francese, a ridosso del porto, è un brulicare di miseria e disperazione.
Il film di Noiret è coraggioso, bello e intenso. Racconta il dramma di Bilal per affrontare un tema scottante come quello delle migrazioni. È un film che si presta a tante letture diverse perché sullo sfondo c'è anche un'altra storia d'amore finita tra Simon, che "adotterà" Bilal insegnandoglia nuotare e sua moglie insegnante e volontaria per dare assistenza ai "clandestini".
Ogni personaggio ha un suo rovescio ed emerge la distanza tra le motivazioni, il senso della vita, semplice e poetico di un ragazzino che scappa dal Kurdistan per amore e due adulti forti e determinati schiacciati dalle proprie contraddizioni. Le stesse che emergono all'interno di una comunità ricca e opulenta come quella francese che sceglie il pugno di ferro per contrastare l'arrivo di tanti immigrati in cerca di fortuna a costo anche di restringere pesamentemente la libertà e alimentare un decadimento dei valori fondanti del proprio paese.
Un film assolutamente da vedere e che sembra la parte terminale dello straordinario libro di Fabrizio Gatti titolato proprio Bilal e che racconta l'odissea dei clandestini per uscire dai propri paesi alla ricerca di una vita diversa.
Non ci sono soluzioni facili e il regista non toglie nulla alla drammaticità della situazione e narra la storia senza alcun elemento di retorica, vittimismo o facile buonismo. È un film che ci interroga profondamente e ci vorranno anni per uscire da questa fase drammatica e che, seppur con caratteristiche diverse, tanto costa al mondo intero.

mercoledì 26 agosto 2009

Il sangue versato per tutti

Rialzare la testa e non solo resistere. Senza alcun astio, con pacatezza, ma anche fermezza è ora di dire basta. Di far sentire la propria voce su questo clima putrido, pericoloso, asfittico, che ha ucciso la speranza e la pietà. E con questa la dignita di milioni di esseri umani.
Basta con questa caccia alle streghe nei confronti di quanti sono diversi da noi. Ma poi diversi di da chi? come recita il titolo di un film carino.
Don Ernesto Mandelli, parroco di un piccolo borgo del Varesotto, scrive una lettera aperta alle donne e agli uomini della Lega. Ezio Mauro racconta l'odissea di Titti, l'unica donna viva dei cinque eritri sopravvissuti all'ultima tragedia di quanti cercano "salvezza" nel nostro paese.
Chissà se Roberto Maroni, ma soprattutto davvero le donne e gli uomini della Lega avranno il tempo e la voglia di fermarsi a riflettere.
Un mondo migliore è possibile, ma occorre muoversi qui e ora. E occorre farlo credendo davvero possibile che questo parta dai cuori e dalle menti di tutti: anche di quanti sembrano aver smarrito ogni sorta di umanità.

giovedì 28 agosto 2008

La gogna dell'immigrato

Per chi se lo fosse perso consiglio l'editoriale di Michele Serra, La gogna dell'immigrato, su Repubblica di tre giorni fa. Un'analisi precisa della situazione sociale del paese rispetto al fenomeno immigrati e le reazioni delle forze dell'ordine. Serra chiude il suo articolo con questa frase.
"Un passante che vi applaude o che vi fischia, in una maniera o nell' altra, lo troverete sempre: si sa, sono le famose "due Italie". è il vostro giudizio autonomo, dunque, l' unico criterio che può salvare non solo l' africano, ma pure voi".

martedì 5 agosto 2008

Caro Maroni, ma quale sicurezza

Maroni mi è simpatico. L'ho incontrato tante volte, in situazioni sempre diverse, ma è sempre stato un piacere.
Un leghista "anomalo", "godereccio", attento, intelligente. Con il tempo è diventato sempre più un politico accorto, capace e sicuro. Divertente il suo racconto di quando la prima volta da ministro degli interni nel 1994 "scomparve" da un'uscita secondaria di Montecitorio per torare in albergo mentre la polizia lo cercava per tutta Roma.
Altri tempi. Adesso il nostro ministro è alle prese con ben altre situazioni. Da settimane sta facendo delle campagne sulla sicurezza che lasciano a bocca aperta. L'uscita sui poteri speciali ai sindaci è solo l'ultima delle trovate. Maroni non è uno sciocco ed è attentissimo agli effetti mediatici delle sue iniziative. Sa che la gente, soprattutto la sua, quella leghista ma non solo, dopo aver sentito tanti proclami vuole fatti. E così si cavalca l'insicurezza. Ma restano inattese delle domande fondamentali. Caro ministro quando la vedremo impegnato in prima persona con i veri problemi della sicurezza di questo paese? Quando la vedremo a Scampia, a Napoli, a Locri, a Palermo alzare la voce e prendere provvedimenti contro la mafia, la camorra, la ndrangheta? A quando le battaglie contro il capolarato che è la piaga drammatica che sfrutta i clandestini e li tratta come schiavi? In Italia ogni anno muoiono sul lavoro il doppio delle persone assassinate. Questa è una vera priorità altro che mendicanti e degrado urbano.
Caro Maroni, ma pensa davvero che siano gli zingari, i rom, gli accattoni, i lavavetri, le prostitute, gli immigrati il problema numero uno di questa Italia che non passa giorno che non venga derisa dai paesi vicini?
Altro che sicurezza, molti provvedimenti sembrano pensati e organizzati per alimentare paure e insicurezze. Il nostro paese ha bisogno di maggiore cultura, di maggiore solidarietà, di maggiori spinte all'apertura e non finte strategie che alimentano solo inutili odi e diffidenze.
Bene fa Antonio Albanese che, nell'ultimo suo spettacolo teatrale, mette in scena il ministro della paura, quella stessa figura che abbiamo visto in azione in alcuni momenti bui del nostro paese.
Lei ministro "Bobo" è troppo simpatico per prendere quel ruolo. Ci pensi.

giovedì 24 luglio 2008

Bilal e le vergogne dell'Europa

“La testa è già in cammino da qualche mese. Lo stomaco e le sue paure anche“. E le paure per Fabrizio Gatti erano più che motivate. Uno zaino, pochi oggetti, un nome falso e il passaporto italiano come unica protezione. Una protezione che a nulla sarebbe però valsa in tutta una serie di situazioni drammatiche e pericolosissime.
Bilal è qualcosa di più di un libro. Gatti è partito da Milano ed è arrivato in aereo a Dakar e da lì ha ripercorso nelle stesse condizioni di migliaia e migliaia di africani la tratta degli schiavi del Terzo Millennio. Si è infiltrato per prendere i “camion della speranza” che arricchiscono bande di criminali e di gente senza scrupoli protetti da eserciti e governanti. Ha cercato storie di vita da raccontare. Ha “adottato” James e Joseph, due fratelli che seguirà anche un volta terminato il viaggio perché “questi ragazzi fuggiti dal vicolo cieco della loro terra sono i veri abitanti del villaggio globale”. Ma Gatti non si ferma a un crudo diario, fa parlare uomini e donne, carnefici e vittime e ricostruisce la storia drammatica di interi paesi massacrati da dittatori sanguinari e dalle complicità di altri potenti europei.
Bilal, - come racconta in un video Gatti, - non è un libro sull’immigrazione. È la storia di uomini e donne che a mani e piedi nudi hanno attraversato il Sahara e il mare. È la storia della più grande conquista del Terzo Millennio, la conquista della libertà. È una storia che conosco bene perché ero con loro. Bilal è il nome di copertura in questo viaggio durato mesi dal Senegal fino in Libia, in Tunisia con i trafficanti che organizzano barche. Poi si sposta nel Cpt di Lampedusa e nei campi e cantieri dell’edilizia in Italia. E infine l’espulsione.
È dedicato ai tanti che non ce l’hanno fatta. Una storia di grande umanità. Ogni 100 che partono 12 muoiono. Bilal è anche la storia di un grande tradimento da parte dell’Unione Europea degli ideali di uguaglianza, libertà fraternità, perché i nostri capi di stato e di governo per interessi sono scesi a patti con i dittatori“.
Bilal è un libro che ogni cittadino dovrebbe leggere. Un capolavoro di giornalismo. Scritto con un ritmo incalzante sembra un thriller, ma non è fiction. È la realtà.
Dopo duecento pagine, in Niger alle porte della Libia, durante una notte inquieta Gatti spiega a se stesso prima ancora che ai lettori perché una scelta così pazza. Perché rischiare sapendo che poi niente sarebbe più stato lo stesso per lui. “Lo dovevo fare. - È la risposta che si da. - Fino in fondo al Sahara. Fin dall’altra parte del Mediterraneo. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio nella sua crudeltà infinita, a plasmare me. Senza nemmeno sapere in quale essere mi trasformerà, ormai non posso fermarmi. Cercavo il perché migliaia di uomini e donne si imbarcano su rottami destinati ad affondare. Volevo scoprire cosa c’è sulla rotta per l’Europa di più spaventoso della morte in mare. E l’ho scoperto. Qui nel deserto ho conosciuto la morte da vivi. Eppure era facile immaginarlo già prima della partenza. Ma il viaggio mi aspettava. Era la prova da superare per poter guardare senza più complessi di inferiorità i sopravvissuti sbarcati in Italia, ma anche la storia degli italiani, degli europei partiti nell’Ottocento, nel Novecento per le Americhe, l’Australia, l’Africa del Sud. Un insostituibile esercizio della memoria“.
Bilal è un libro che non passa così come niente. È un pugno nello stomaco. Ribalta ogni certezza. Smaschera luoghi comuni. Indaga con delicatezza e onestà anche nelle pieghe dei sentimenti dei carnefici, quelli che resteranno lì a garantire i sanguinari dittatori ma che a loro volta maltrattano, torturano, taglieggiano i propri connazionali. Eppure non è un libro di disperazione. Le storie autentiche, anche di ragazzi che viaggiano con Gatti e che non ce la faranno, trovano una via d’uscita.
Il racconto diventa scandalo e vergogna quando supera i deserti, i mari aperti per arrivare nel paradiso tanto sognato. Nell’Italia meta ormai raggiunta Gatti va ad indagare le vere condizioni a cui sono sottoposti uomini e donne. Le forme di schiavitù sono diverse, ma le storie non sono per questo meno drammatiche. Sfruttamento, lavoro nero, pestaggi, fino alla morte e basterebbe ricordare la fine di Ion Cazacu, qui proprio a casa nostra, nella civilisssima Gallarate.
Bilal è un dono che Fabrizio Gatti ha fatto a tutti noi. E non potremo più dire non lo sapevo, non lo avrei mai immaginato.
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Fabrizio Gatti lavora come inviato per il settimanale L'Espresso. Il suo lavoro giornalistico ha ricevuto notevoli riconoscimenti tra cui nel 2005 il premio Mario Francese e nel 2006 il premio giornalistico della Ue contro le discriminazioni. Nel 2007 il Premio "Nient'altro che la verità" intitolato a Giuseppe Fava. Nel febbraio del 2008 con Bilal ha vinto il Premio Terzani (guarda il video). Sul suo giornalismo d'inchiesta è stata discussa anche una tesi di laurea all'Università del Sacro cuore di Brescia.