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giovedì 5 settembre 2013

Due articoli per Angelo

Una delle foto del giorno del funerale
Un'intervista da leggere quella di Massimo Solani a Massimo Vassallo, fratello di Angelo.
È uscita oggi su L'Unità e riprendiamo solo l'attacco iniziale.
Massimo Vassallo ha un piede in sala parto dove sua moglie Ornella sta per dare alla luce il loro secondo figlio. Si chiamerà Angelo, come quello zio sindaco di Pollica Acciaroli che non conoscerà e che tre anni fa qualcuno ha freddato in una tiepida sera di settembre, a pochi metri da casa sua e non lontano dal suo mare. Tre anni passati senza verità, senza che l’inchiesta della magistratura sia riuscita a dare una speranza ad una famiglia sconvolta dal dolore e ad una intera comunità rimasta sola dopo le promesse fatte dalle istituzioni accorse il giorno dei funerali. 
Cose da pazzi, verrebbe da dire, ma invece è il nostro Paese.

Il secondo articolo è mio, sempre sull'Unità, ed è la cronaca dei funerali.
“Sarai sempre il nostro Angelo”. 
I giovani di Acciaroli indossavano una maglietta bianca con una scritta blu, il colore simbolo del loro paese. La comunità del Cilento ha reagito con una partecipazione straordinaria ai funerali di Angelo Vassallo, il sindaco trucidato domenica notte mentre stava rientrando a casa. 

lunedì 21 giugno 2010

La banda larga è democrazia

Ogni epoca ha le sue parole. Chiare, dirette, magiche, a volte misteriose. Descrivono la vita ed evocano emozioni. Alcune sono universali, altre sembrano sbucare dal nulla. Nel nostro secolo una di queste è banda larga. Una parola che richiede un aggettivo, ma che potremmo usarla anche come fosse un tutt'uno.
Di banda larga si parla sempre più spesso. Non ha a che fare solo con la tecnologia, anche se è direttamente legata allo sviluppo di Internet e serve per garantire una migliore e più efficace connessione alla Rete.
E questa è qualcosa che è dentro di noi. Rappresenta lo sviluppo del nostro cervello, delle nostre sinapsi. E da elemento tecnologico è diventato così elemento di socialità e di comunità. Permette un livello di interazione e partecipazione senza precedenti. Siamo di fronte a un nuovo modo di vivere le relazioni che non elimina il bisogno essenziale di fisicità, ma che ci consente maggiori scambi e maggiori opportunità. Restano le emozioni il nucleo vitale della vita, ma queste non vengono certo annullate dall’uso del web.
La Rete è infatti democrazia, libertà e conoscenza. E per queste ragioni la parola banda larga è centrale per il nostro secolo. Purtroppo nel nostro Paese scontiamo un ritardo pericoloso. Due dati ci danno la misura di una condizione veramente preoccupante: lo scarsissimo livello culturale di una parte consistente della popolazione e la bassa diffusione della banda larga. Sono fenomeni tra loro legati e forse in molti casi riguarda le stesse persone.
E’ un ritardo non tanto nel presente, ma nella visione di futuro. E l’incapacità di cogliere a fondo questa situazione diventa giorno dopo giorno sempre più pericolosa.
Lo Stato deve fare una parte importante e non bastano le imprese private, perché vivono restrizioni anche di natura giuridica che non consento di sviluppare liberamente il sistema delle telecomunicazioni.
Da qui emerge tutta l’incapacità della politica di saper affrontare seriamente questo tema. Chi governa oggi, vista l’impossibilità di controllarla, ha il timore che la Rete, con la sua istanza democratica e un po’ anarchica, permetta ai cittadini di sviluppare maggiore conoscenza e coscienza. Berlusconi ha poi una precisa idea di futuro, fatto di maggiori canali televisivi e di semplice intrattenimento.
Nel Partito democratico si intravedono potenzialità e possibili effetti, ma si vive in una contraddizione che fa sprecare enormi energie. C’è la paura di perdere l’identità, non comprendendo che una maggiore diffusione della Rete non solo la preserverebbe, ma porterebbe valori, progetti e proposte a una più larga platea.
Dentro questa situazione il Paese vive una condizione bloccata. E anche in questo la banda larga è utile come specchio del momento storico che viviamo.
Per sbloccarci c’è bisogno di coraggio, di capacità di ascolto, di guardare con maggior fiducia il futuro senza vivere nella perenne sindrome dell’essere reduci. C’è bisogno di visioni, ma soprattutto di ribellione perché si dia sempre maggior spazio alla socialità, alla condivisione e alla speranza.
La banda larga è anche questo.

sabato 19 giugno 2010

C'è bisogno di rete

Due articoli per L'Unità online e uno per il quotidiano in edicola.
Il primo sul convegno PDigitale, Non stop banda larga
l'altro sempre su quell'appuntamento Il web per democrazia e libertà.

mercoledì 16 giugno 2010

La prima volta sull'Unità

Un mio articolo sull'Unità di oggi.

Il tifo dei padani: né col "trota" né con l'Italia

Piove a Città del Capo e piove anche a Varese. Nella serata di esordio degli azzurri fa freddo e la città è deserta. Qualche bar ha tentato di attrarre i tifosi, ma con scarsi risultati. Manco a dirlo, in piazza del Garibaldino, le finestre della sede storica della Lega nord sono tutte sbarrate, ma da quel partito, al di là delle polemiche sull’inno di Mameli e il tricolore, non c’è un vero ostracismo verso la Nazionale.
“Certo che ho visto la partita”, afferma il sindaco Attilio Fontana, militante storico del Carroccio. “Da tifoso del Milan rimango però più legato alla mia squadra che all’Italia, a cui proprio non riesco ad appassionarmi. Comunque questa prima partita è stata l’occasione per ritrovarci tra amici”.
Una fede calcistica per i rossoneri e per la nazionale che è bipartisan e unisce altri politici illustri come il ministro dell'Interno Roberto Maroni e l’onorevole del Pd Daniele Marantelli. Anche loro, grandi appassionati di calcio, hanno visto giocare gli azzurri e hanno tifato Italia.
Entusiasta come sempre Marco Caccianiga, popolarissimo consigliere comunale della Lega nord ed ex assessore allo sport: “Per me i mondiali iniziano con l'esordio del grande Brasile ma, dopo questo mio vero grande amore, tifo Italia”.
Insomma, quell'affermazione di Renzo Bossi, la “trota” come lo ha definito suo padre Umberto, “io non tiferò per l'Italia, ma solo per la mia vera nazionale che è la Padania”, non sembra trovare tanto seguito tra i leader del Carroccio varesini.
In ogni caso di entusiasmo, politica o meno, per la prima partita della Nazionale se ne è visto proprio poco. Varese si è dimostrata fredda e non solo a causa di un’estate che sembra non voler arrivare. Una città che tifa con moderazione senza facili entusiasmi. Fa caroselli per le vittorie che contano, ma senza troppo esagerare. Figuriamoci allora per una prima partita dei mondiali in Sud Africa.
C'è poi da considerare che questa è una terra che vive a pane e basket. Da quello sport ha avuto grandi soddisfazioni grazie alle conquiste di tanti scudetti e trofei internazionali. Il 2010 però è stato un anno magico per la città. Domenica lo stadio di calcio è tornato a rivivere un momento di gloria. Era da quando Pietro Anastasi giocava a Masnago che non si vedeva così tanta gente. Il Varese, con un campionato straordinario è stato promosso in serie B ed è scoppiata la gioia dei tifosi.
Quell'energia si era sentita anche all'ippodromo, dove era stato installato al centro della pista l'unico vero maxi schermo della città.
Per Italia - Paraguay sempre lì sono arrivati solo uno sparuto drappello di tifosi. Un po' infreddoliti, con poche bandiere hanno provato a tifare per Cannavaro e compagni, ma tra la partita scialba e le condizioni meteorologiche avverse, il clima era davvero dimesso.
“Ma tiralo via quello lì che non sta nemmeno in piedi” impreca un ragazzo nei confronti di Lippi. “Come si fa a lasciare a casa Totti per portare quel brocco?” Siamo davvero tutti commissari tecnici e il gol di De Rossi fa tirare un sospiro di sollievo che però dura poco. “Certo che se giochiamo come stasera dove vogliamo andare?”. Qualcuno la prende con ironia, “dai è andata bene. Abbiamo fermato il Paraguay”.
Di politica all'ippodromo non c'era segno. E se non fosse per quell'albergo di Salvatore Ligresti, costruito in fretta e furia, grazie alle deroghe che conferivano tutti i poteri alla protezione civile e al suo capo Bertolaso, in occasione dei mondiali di ciclismo del 2008, lo scenario sarebbe davvero incantevole. Incurante dello scempio edilizio fatto, saltando ogni ordinaria procedura amministrativa, il cielo si colora di tutte le tonalità di azzurro, di grigio e di nero con le nuvole minacciose che lambiscono le montagne verdissime della “città giardino”.
La gente scorre lentamente fuori e commenta la partita, ma qualcuno indica le luci dietro le piste dell'ippodromo: “Certo che quell'albergo è proprio brutto!”