Mi sono arrivati nuovi libri e ripenso alle letture della fase finale dell'estate. Una vera ricchezza di proposte che mi hanno permesso di riflettere su molti aspetti del nostro vivere.
È stato il periodo di libri in "coppia". Ho iniziato con un'accoppiata sul web 2.0. Granieri e Metitieri (tristemente scomparso pochi mesi fa). Poi un'altra con Edgar Morin, I miei demoni, e una splendida intervista di Goffredo Fofi, La vocazione minoritaria. A seguire altro doppio con Yalom e il suo straordinario Le lacrime di Nietzsche e a seguire Miller, L'equazione dell'anima sul rapporto tra Jung e Pauli. E per finire, mi spiace dirlo, l'unica delusione, due grandi del giornalismo Enrico Mentana, La passionaccia ed Enrico Franceschini, Voglio l'America. Più bravi a fare il loro lavoro che non gli autori di diari.
Nuovi acquisti per nuova aria. Un romanzo: Philip Roth, Indignazione. Tre libri di vita con Marco Lodoli che si preoccupa di scuola con Il rosso e il blu, Ida Caputo, Le donne non invecchiano mai e Una storia quasi soltanto mia scritto a quattro mani tra Licia Pinelli e Piero Scaramucci. Dopo la lettura del libro di Calabresi, di Sofri non potevo resistere alla tentazione di leggere da "dentro" la storia di Pinelli.
E mica è finita qui... settimana scorsa, come un tossicodipendente dell'odore dei libri, mi ero comprato l'Autobiografia di Malcom X, Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela, Un nuovo inizio di Barak Obama, Negli occhi dello sciamano di Hernàn Huarache Mamami.
Ora ci sarà da ridere su come trovare il tempo di leggerli. Ma si sa, prima o poi, in questa o altra vita il tempo si troverà perché intanto cerco ancora.
mercoledì 30 settembre 2009
lunedì 21 settembre 2009
Basta che funzioni
Nel suo nuovo film Woody Allen gioca con il suo pubblico. Ci parla sfacciatamente guardando dritto nello schermo attraverso il protagonista Larry David. Un gioco che in sala viene apprezzato con il pubblico che ride. Un gioco che svela quasi sfacciatamente il meccanismo della proiezione, di cui il cinema è grande metafora. La proiezione non solo della pellicola, ma del nostro guardare all'altro.Allen torna a New York ma prosegue nel suo raccontare le relazioni e l'amore. Ci sono tre fasi determinanti nella vita: la nascita (e su questa Allen non entra affatto), la morte (e con questa ci gioca tanto che il protagonista ha grandi cambiamenti proprio quando prova a farla finita) e le relazioni. Su queste il regista americano sta mettendo in scena tutto il suo decennale lavoro psicanalitico con una maestria formidabile. Basta che funzioni all'apparenza è molto diverso da quello straordinario Viky, Cristina, Barcelona dello scorso anno. In realtà anche qui Allen tratta del tema dell'amore scardinando e mettendo alla berlina ogni concezione bigotta. Lavora sulle contraddizioni esaltando il ruolo della sessualità e della cultura all'interno di ogni relazione. Lo fa in modo dissacrante che vede nel motto Basta che funzioni l'unico senso del tutto.
La commedia di Allen diventa così un grande contenitore. Il film, molto molto godibile in se, per la sua storia, per le gag divertenti, per i ritratti curiosi dei personaggi, lascia allo spettatore piani di lettura ulteriori e non è un caso che il regista scelga di aprire e chiudere la narrazione con monologhi rivolti direttamente agli spettatori. I protagonisti della commedia non lo capiscono ed giusto così perchè solo lui "ha lo sguardo d'insieme".
Complimenti Woody.
Il bambino e la guerra
Adriano Sofri ha visto con i propri occhi l'orrore della guerra nella ex Jugoslavia. È nonno e padre. Ha una sensibilità fuori dal comune e il suo editoriale sul piccolo Simone, figlio di un militare caduto in Afghainistan vale più di cento analisi geopolitiche.
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domenica 20 settembre 2009
Regime cialtrone, stampa pecorona
Putin che libera due felini, la Santanchè che si prende più spazio dei leader della comunità islamica alla fine del Ramadan, il divieto del lancio del riso da parte di un sindaco piemontese, i gay che dopo le botte e le intimidazioni dovrebbero smetterla di fare polemiche.
Ce n'è per tutti i gusti nel telegiornale della rete ammiraglia ormai non solo "militarizzata". Una serie di servizi inverosimili, ma peggio ancora per quelli "seri". Tre minuti sul missionario ucciso in Brasile. Tre minuti di pianti e di attacchi al paese latinoamericano perché non sarebbe sicuro. Ma dai? Ancora più ridicola l'affermazione che non si crede all'aggressione a scopo di rapina perché gli sarebbero stati sottratti pochi solo 50 real. Peccato che in quella zona con quella cifra ci si viva per quasi un mese. Questo non toglie nulla ovviamente al dramma della barbara uccisione del missionario, ma perchè tanta cialtronaggine? Perché non analizzare con maggiore cura le parole e le affermazioni?
Dello stesso tenore il servizio succesivo sulla fine del Ramadan con microfono lasciato alla "provocatrice" Santanché che appena fiuta la possibilità di apparire ci si lancia. Per lei lo stesso spazio di quello lasciato ai vertici della comunità islamica e quella cattolica che si sono incontrati a Milano.
Insomma un tg "ideologico" a 360 gradi e così non poteva mancare il solito Putin che apre una gabbia di felini "per smorzare le polemiche degli animalisti" afferma il commentatore.
E come ciliegina un bel servizio sul comunello del Piemonte dove il sindaco trova anche lui la sua popolarità con una bella intervista che spiega le ragioni del divieto per il lancio del riso ai matrimoni "perché siamo in un periodo di crisi. Sostituiamolo con dei petali di rose" afferma il primo cittadino. Si costituisce così un comitato che chiede di rivedere quella bizzarra ordinanza anche perchè, con molto buon senso, fanno notare che costa più un mazzo di rose che mezzo chilo di riso, di cui il territorio abbonda a differenza delle rose. Il commentatore non batte ciglio e afferma che "non poteva proprio mancare, come è costume italiano, la nascita di un comitato per il no".
Avete capito? Non poteva mancare...
È buio pesto e per fortuna li vedo proprio raramente i tg.
Ce n'è per tutti i gusti nel telegiornale della rete ammiraglia ormai non solo "militarizzata". Una serie di servizi inverosimili, ma peggio ancora per quelli "seri". Tre minuti sul missionario ucciso in Brasile. Tre minuti di pianti e di attacchi al paese latinoamericano perché non sarebbe sicuro. Ma dai? Ancora più ridicola l'affermazione che non si crede all'aggressione a scopo di rapina perché gli sarebbero stati sottratti pochi solo 50 real. Peccato che in quella zona con quella cifra ci si viva per quasi un mese. Questo non toglie nulla ovviamente al dramma della barbara uccisione del missionario, ma perchè tanta cialtronaggine? Perché non analizzare con maggiore cura le parole e le affermazioni?
Dello stesso tenore il servizio succesivo sulla fine del Ramadan con microfono lasciato alla "provocatrice" Santanché che appena fiuta la possibilità di apparire ci si lancia. Per lei lo stesso spazio di quello lasciato ai vertici della comunità islamica e quella cattolica che si sono incontrati a Milano.
Insomma un tg "ideologico" a 360 gradi e così non poteva mancare il solito Putin che apre una gabbia di felini "per smorzare le polemiche degli animalisti" afferma il commentatore.
E come ciliegina un bel servizio sul comunello del Piemonte dove il sindaco trova anche lui la sua popolarità con una bella intervista che spiega le ragioni del divieto per il lancio del riso ai matrimoni "perché siamo in un periodo di crisi. Sostituiamolo con dei petali di rose" afferma il primo cittadino. Si costituisce così un comitato che chiede di rivedere quella bizzarra ordinanza anche perchè, con molto buon senso, fanno notare che costa più un mazzo di rose che mezzo chilo di riso, di cui il territorio abbonda a differenza delle rose. Il commentatore non batte ciglio e afferma che "non poteva proprio mancare, come è costume italiano, la nascita di un comitato per il no".
Avete capito? Non poteva mancare...
È buio pesto e per fortuna li vedo proprio raramente i tg.
Aridateci Visentini e Montanelli
"Brunetta (come parecchi ex socialisti, ahimè) è il berlusconiano perfetto: pur di non dubitare di se stesso, attribuisce ogni problema alla malvagità del Nemico. Urgerebbe un analista se anche gli psicanalisti non fossero, come è ovvio, una élite di merda".
Finisce così l'articolo di Michele Serra, su Repubblica di oggi. Un editoriale da incorniciare. Una risposta alle esternazioni del ministro Brunetta che vorrebbe morta la sinistra e che la considera una elité di merda.
Serra analizza la storia dell'ultimo secolo e con poche battute arriva a delle conclusioni che valgono purtroppo per fin troppe persone che hanno ruoli di Governo del Paese.
Berlusconi "da solo, ha più potere dei fantasmatici "poteri forti" messi assieme, più denaro, più media, più altoparlanti e più balconi, più giornali, più giornalisti, più servitù e più tutto. Ma, effettivamente, nonostante questo potere fortissimo, Berlusconi non è élite, non è classe dirigente, non è statista (gli statisti uniscono i popoli, non li spaccano a metà come una mela). È potere senza rispetto, ricchezza senza status, popolarità senza prestigio. Brunetta, che è animoso e sincero, avverte nel profondo questa inadeguatezza. Ma piuttosto che investirne, con la dovuta umiltà, se stesso e il suo capo, si aggrappa al popolo e indica nelle "élite di merda" il Nemico da combattere".
Finisce così l'articolo di Michele Serra, su Repubblica di oggi. Un editoriale da incorniciare. Una risposta alle esternazioni del ministro Brunetta che vorrebbe morta la sinistra e che la considera una elité di merda.
Serra analizza la storia dell'ultimo secolo e con poche battute arriva a delle conclusioni che valgono purtroppo per fin troppe persone che hanno ruoli di Governo del Paese.
Berlusconi "da solo, ha più potere dei fantasmatici "poteri forti" messi assieme, più denaro, più media, più altoparlanti e più balconi, più giornali, più giornalisti, più servitù e più tutto. Ma, effettivamente, nonostante questo potere fortissimo, Berlusconi non è élite, non è classe dirigente, non è statista (gli statisti uniscono i popoli, non li spaccano a metà come una mela). È potere senza rispetto, ricchezza senza status, popolarità senza prestigio. Brunetta, che è animoso e sincero, avverte nel profondo questa inadeguatezza. Ma piuttosto che investirne, con la dovuta umiltà, se stesso e il suo capo, si aggrappa al popolo e indica nelle "élite di merda" il Nemico da combattere".
giovedì 17 settembre 2009
La caparbietà di Paolo
È un ragazzo normalissimo. Entro in casa sua e non fa nulla per mettermi a mio agio. Resta lì sdraiato sul divano, un po' perplesso del perché il direttore di un giornale debba occuparsi di lui. Sa bene che questo poi potrebbe scatenare un "contagio" con altri media. Lo ha sperimentato già. Ma lui resta lì sdraiato e giocherella con il telefonino. Risponde a messaggini e lascia che la mamma gli chieda di spegnerlo e invece va avanti.È l'immagine dell'adolescente. Un po' indolente, un po' perplesso. E poi a seconda delle domande si accende e sboccia un sorriso che è subito seguito da una diversa loquacità.
Racconto questi piccoli retroscena di una lunga intervista realizzata per Varesenews. È da poco uscito il suo libro, Vado a fare la chemio e torno.
Su quel divano Paolo è vero, autentico. È lui che ha combattuto il tumore. È lui che adesso vuole riprendersi il tempo rubato da una malattia bastarda. È lui che vuole sfidare la nuova condizione ed essere come i suoi compagni che tutte le mattine prendono il treno per andare a scuola e poi magari un autobus e un bel pezzo a piedi. Lui ha un ginocchio "bionico", ma fa lo stesso.
Paolo ha l'età di mio figlio Stefano, classe '95. E Alice, sua sorella, l'età di mia figlia Sara, '92.
È una lezione per me cercare le domande, studiare, leggere, informarmi, confrontarmi, discutere, ascoltare e poi entrare nelle case e immergermi nelle storie. È un grande regalo che mi hanno fatto Paolo, Rosanna, la sua mamma e Piecarlo, suo papà. Rivedere le ansie, le paure, le speranze, l'orgoglio, negli occhi di altri genitori fa da specchio e fa riflettere su quanto fortune e sfortune siano sempre relative e quanto ogni vicenda può farci crescere e nella nostra crescita incontrare e condividere il cammino degli altri.
Grazie Paolo.
mercoledì 16 settembre 2009
La gogna in edicola
Nove colonne per "smascherare" centinaia di possibili evasori. Questi avrebbero portato le loro ricchezze in Svizzera. Il tutto nasce dall'archivio elettronico di un avvocato ticinese fermato a Malpensa. Questo era controllato dalla Guardia di finanza per essere il tramite attraverso cui alcuni cittadini italiani aprivano conti in territorio elvetico. Un giro di denaro enorme.
Fin qui la notizia. Da ieri un quotidiano nazionale e oggi uno locale pubblicano nomi e cognomi e paese di origine. In mezzo all'inchiesta anche 39 varesini.
Nessuno di questi per ora è indagato. Potrebbero aver aperto un conto per ragioni professionali o chissà perché. I giornali sbattono in prima pagina la notizia e pubblicano tutti i nomi. Perché? Qual è la ragione? Di cosa sono accusati questi cittadini?Non è certo nostra intenzione difendere gli evasori fiscali che vanno perseguiti con il massimo dello sforzo. Ma qui la questione è altra.
Che fine ha fatto l'attenzione alla tutela della privacy dei cittadini?
La deriva che sta prendendo l'informazione nel nostro paese è davvero preoccupante. Si oscilla da un garantismo assoluto, che spesso riguarda i veri potenti, che se ne guardano bene dal rispondere delle loro azioni e che insultano giorno dopo giorno chi fa domande, alla gogna mediatica per comuni cittadini. Qual è la ratio della scelta di pubblicare i nomi di queste persone? Non c'è per ora nessuna contestazione legale a questi cittadini. Fin qui la loro unica responsabilità è quella di essere nell'archivio di un professionista sotto inchiesta per aver favorito l'evasione fiscale. Far scattare una sorta di gogna mediatica è terribile anche in presenza di responsabilità oggettive, figuriamoci di fronte a un fatto come quello in questione.
Questi giornali si interrogano sui risvolti delle loro scelte? Non sono domande retoriche. Competono la nostra professione, il modo di intendere il servizio come quello dell'informazione. Cosa aggiunge pubblicare nomi e cognomi in questo modo?
Nella migliore delle ipotesi si può pensare che lo si faccia pensando alla morbosità dei lettori che potrebbe far vendere qualche copia in più. Sembra vincere chi grida di più, chi fa leva sulle emozioni forti. Il ragionamento, l'analisi, la riflessione diventano elementi secondari se non inutili.
Ci viene qualche dubbio però almeno per il giornale nazionale che sta orchestrando veri linciaggi ad personam. Non vorremmo che avesse una strategia anche peggiore che è quella di rendere il clima sempre più teso perché la vera libertà di stampa venga ancor più imbavagliata. È troppo facile fare la voce grossa e prendersela con chi non ha mezzi o possibilità di replicare e prendere di fatto sempre le difese del "principe".
Fin qui la notizia. Da ieri un quotidiano nazionale e oggi uno locale pubblicano nomi e cognomi e paese di origine. In mezzo all'inchiesta anche 39 varesini.
Nessuno di questi per ora è indagato. Potrebbero aver aperto un conto per ragioni professionali o chissà perché. I giornali sbattono in prima pagina la notizia e pubblicano tutti i nomi. Perché? Qual è la ragione? Di cosa sono accusati questi cittadini?Non è certo nostra intenzione difendere gli evasori fiscali che vanno perseguiti con il massimo dello sforzo. Ma qui la questione è altra.
Che fine ha fatto l'attenzione alla tutela della privacy dei cittadini?
La deriva che sta prendendo l'informazione nel nostro paese è davvero preoccupante. Si oscilla da un garantismo assoluto, che spesso riguarda i veri potenti, che se ne guardano bene dal rispondere delle loro azioni e che insultano giorno dopo giorno chi fa domande, alla gogna mediatica per comuni cittadini. Qual è la ratio della scelta di pubblicare i nomi di queste persone? Non c'è per ora nessuna contestazione legale a questi cittadini. Fin qui la loro unica responsabilità è quella di essere nell'archivio di un professionista sotto inchiesta per aver favorito l'evasione fiscale. Far scattare una sorta di gogna mediatica è terribile anche in presenza di responsabilità oggettive, figuriamoci di fronte a un fatto come quello in questione.
Questi giornali si interrogano sui risvolti delle loro scelte? Non sono domande retoriche. Competono la nostra professione, il modo di intendere il servizio come quello dell'informazione. Cosa aggiunge pubblicare nomi e cognomi in questo modo?
Nella migliore delle ipotesi si può pensare che lo si faccia pensando alla morbosità dei lettori che potrebbe far vendere qualche copia in più. Sembra vincere chi grida di più, chi fa leva sulle emozioni forti. Il ragionamento, l'analisi, la riflessione diventano elementi secondari se non inutili.
Ci viene qualche dubbio però almeno per il giornale nazionale che sta orchestrando veri linciaggi ad personam. Non vorremmo che avesse una strategia anche peggiore che è quella di rendere il clima sempre più teso perché la vera libertà di stampa venga ancor più imbavagliata. È troppo facile fare la voce grossa e prendersela con chi non ha mezzi o possibilità di replicare e prendere di fatto sempre le difese del "principe".
lunedì 14 settembre 2009
Non ci lasciamo deprimere da Videocracy
Sulle prime, allo scorrere delle immagini del documentario di Erik Gandini, Videocracy, sale una depressione infinita. Sembra incontenibile la tristezza, lo sconcerto per quello che sta vivendo il nostro paese.Una ricostruzione sul potere della televisione che va ben oltre il connubbio con Berlusconi. Non è in gioco la politica, ma un intero sistema culturale che sembra aver smantellato ogni possibile valore se non quello dell'apparire.
La narrazione scorre su più piani. Fantastico quello dell'operaio bergamasco di Sarnico che meglio di qualsiasi trattato di sociologia spiega quali sono i miti oggi. Da lì in poi il veder raccontate le storie di Lele Mora (terribile e sconvolgente la sua suoneria del cellulare con Faccetta nera e una serie di immagini naziste), di Fabrizio Corona e altri serve solo a far comprendere allo spettatore come la televisione abbia prodotto un cambiamento non solo degli stili di vita, ma proprio dei riferimenti etici e culturali.
Il rischio di queste operazioni, importanti e che porteranno altra pessima immagine dell'Italia a Bruxelles dove il film andrà in programmazione tra qualche settimana, è che portino solo assefuazione e senso di sconfitta assoluta per quanti non fondano la propria vita sull'apparire e il vuoto.
L'Italia non è solo quella di Videocracy. Lo schifo che si vede nel film ha diverse facce. Ci sono quelle di chi si è arricchito grazie a questo sistema. Chi ha speculato e specula sulle povere ragazzine e su i galoppini in cerca di una ricchezza e popolarità a buon mercato. C'è chi pianifica o ci prova, vedi Corona. Ci sono quelli che hanno scalato tutto e che hanno portato l'Italia nei peggiori posti in classifica per libertà di stampa e per le pari opportunità tra uomoni e donne.
C'è chi non si rende conto, non ha la coscenza di essere lo "sfruttato" della situazione che di fatto alimenta il suo malessere stesso facendogli credere che è per il proprio bene.
Non ci lasciamo però deprimere da Videocracy perché siamo inpresenza di una società malata, ma non c'è solo questo. C'è nel tessuto sociale, economico e anche politico ancora una capacità di risposta diversa. Occorre però svegliarsi da questo torpore che, come per gli animali a sangue freddo, rischia di non percepire il surriscaldamento dell'acqua fino a morire di infarto per eccesso di calore.
Se questo è l'effetto di film coe Videocracy ben venga, altrimenti meglio lasciar stare.
sabato 12 settembre 2009
Le lacrime di Nietzsche
Non avevo mai sentito parlare del libro di Yalom, Le lacrime di Nietzsche. Devo a lei una lettura entusiasmante. In un periodo dove leggo quasi a coppia per argomenti. Dopo L'equazione dell'anima, dove protagonisti di una storia vera erano Jung e Pauli ora ci si imbatte in un rapporto che non c'è mai stato tra Breuer, maestro di Freud, e Nietzsche.
Il grande medico viennese non incontrò mai il filosofo tedesco, ma la magia del libro è quella del ricostruire quel periodo attraverso le elaborazioni che da lì a poco avrebbero visto la nascita della psicanalisi e la filosofia di Nietzsche.
Il racconto scorre veloce e, per quanti non conoscono nulla di quelle materie che avrebbero rivoluzionato l'idea stessa del pensiero occidentale, è un'occasione ghiotta leggere il libro di Yalom.
La fine dell'Ottocento mostra così tutta la propria grandezza. Un romanzo importante che ricostruisce con grande attenzione una fase storica che avrebbe influenzato tutto il secolo successivo e non solo.
La breve descrizione da Ibs
Nella Vienna fin de siècle, abbandonato da Lou Salomé, giovane donna dal fascino incantevole con cui ha condiviso un esaltante ménage à trois, Friedrich Nietzsche, schivo, solitario, asociale, è in preda a una disperazione estrema che gli ha fatto tentare più volte il suicidio. Uno stato che si manifesta con una moltitudine impressionante di sintomi: emicrania, parziale cecità, nausea, insonnia, febbri, anoressia. Gli è accanto Joseph Breuer, stimato medico ebreo, futuro padre fondatore della psicanalisi, che sottopone il filosofo alle sue cure, basate sulla convinzione che la guarigione del corpo passi attraverso quella dell'anima. Reduce dal difficile rapporto con un'altra paziente, Anna O., su cui ha sperimentato un trattamento psicologico rivoluzionario, anche Breuer è in preda a una depressione profonda dovuta alla forte attrazione che prova per la donna, a dissapori matrimoniali, al senso di soffocante prigionia causata dai legami e dalle convenzioni della vita borghese. Tra Breuer e Nietzsche, nel corso di numerose sedute successive, si instaura un dialogo serrato e coinvolgente nel corso del quale il primo cerca invano di arrivare alle radici del male oscuro del filosofo e di indurlo ad aprirgli il cuore. Alla fine, il medico ha l'idea risolutiva: vestiti i panni del paziente e confessando tormenti, pene e preoccupazioni a Nietzsche, riesce a infrangerne l'impenetrabile isolamento e a provocare in lui una liberatoria catarsi emotiva.
venerdì 4 settembre 2009
Leggere, amare sognare (15)
Il verbo leggere non sopporta l'imperativo,
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...
Daniel Pennac
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...
Daniel Pennac
Acquistati
- L'equazione dell'anima, Arthur Miller, Rizzoli
- Umanità accresciuta, Giuseppe Granieri, Laterza
- Il grande inganno del web 2.o, Fabio Metitieri, Laterza
- La narice del coniglio, Paola Mastracola, Guanda
- Fragile e spavaldo, Gustavo Pietropolli Charmet, Laterza
- La voce dei bambini d'Africa, AA.VV, Terre di mezzo
- La gallina volante, Paola Mastracola, Tea
- Kualid che non riusciva a sognare, Vauro Senesi, Piemme
Ricevuti
- Intervista con la storia, Oriana Fallaci, Rizzoli
Ricevuti
- Intervista con la storia, Oriana Fallaci, Rizzoli
- Diario di una ninfomane, Valèrie Tasso, Tropea
- Cacciatore di anime, Jack London, Mattioli
- Contro l'imperialismo, Mark Twain, Mattioli
- Viaggio in Italia, Mario Tozzi, De Agostini
- Chesil beach, Ian McEwan, Einaudi
Letti
- I miei demoni, Edgard Morin, Biblioteca Meltemi
- L'equazione dell'anima, Arthur Miller, Rizzoli
- Umanità accresciuta, Giuseppe Granieri, Laterza
- Il grande inganno del web 2.o, Fabio Metitieri, Laterza
- La narice del coniglio, Paola Mastracola, Guanda
- Nocciolo d'oliva, Erri De Luca, Edizioni Messaggero Padova
Le recensioni
Le "puntate" precedenti
Leggere, amare sognare del 1 agosto- 3 luglio - 31 maggio - 1 maggio - 1 aprile - 1 marzo - 31 gennaio - del 30 dicembre - del 30 novembre - del 1 novembre - del 30 settembre - del 1 settembre - del 16 agosto - del 1 agosto
Leggere, amare sognare del 1 agosto- 3 luglio - 31 maggio - 1 maggio - 1 aprile - 1 marzo - 31 gennaio - del 30 dicembre - del 30 novembre - del 1 novembre - del 30 settembre - del 1 settembre - del 16 agosto - del 1 agosto
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