sabato 31 gennaio 2009

Leggere, amare sognare (8)

Il verbo leggere non sopporta l'imperativo,
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...

Daniel Pennac



Acquistati
- Il pane di ieri, Enzo Bianchi, Einaudi
- Carmine Pascià, Gian Antonio Stella, Rizzoli
- L'audacia delle speranza, Barack Obama, Rizzoli


Ricevuti
- Le lacrime di Nietzsche, Irvin D Yalom, Neri Pozza

Letti
- I sogni di mio padre, Barack Obama, Nutrimenti
- E se covano i lupi, Paola Mastracola, Guanda
- Eros e pathos, Aldo Carotenuto, Bompiani
- L'età del dubbio, Andrea Camilleri, Sellerio editore

Le recensioni
I sogni di mio padre - E se covano i lupi

La mia libreria virtuale su aNobii

Le "puntate" precedenti
- Leggere, amare sognare del 30 dicembre - del 30 novembre - del 1 novembre - del 30 settembre - del 1 settembre - del 16 agosto - del 1 agosto

Malpensa, Italia e il paese delle meraviglie

Un Maroni fantastico e un Paragone furbissimo hanno condotto la seconda puntata di Malpensa, Italia nel paese delle meraviglie. Complimenti a entrambi. Il resto solo comparse.
Il tema era di quelli tosti. Immigrazione e sicurezza, il pane della Lega. Paragone ha impostato tutta la trasmissione su una domanda giusta. Come si fa a coniugare il bisogno di forza lavoro, soprattutto al Nord con l'esigenza di sicurezza dei cittadini? E il ministro degli Interni Roberto Maroni con un'alzata così è andato subito a schiacciare fin dalle prime battute. "L'immigrazione non è un problema. Il problema sono i clandestini. E lo sono così tanto che abbbiamo dichiarato l'emergenza nazionale". Chi aveva il timore o il desiderio, dipende dai punti di vista, di assistere a una trasmissione aggressiva, dai toni accesi, dagli slogan facili sarà rimasto (per fortuna comunque) deluso. Paragone è stato abile e bravissimo. Ma via via che il tempo scorreva saliva sempre più inquiieta una domanda: ma di quale paese stanno parlando?
I due sindaci di Padova e Brescia, al di là di qualche sussulto, sono stati utili a raccontare alcuni reali problemi, ma niente di più. Tutti sdegnati perché dall'estero ci considerano razzisti. Tutti preoccupati di distinguere tra immigrati buoni e quelli cattivi. Maroni ironico sull'attacco di un articolo di Repubblica, che pur portando ad esempio Treviso come modello di possibile integrazione, parla di sconcerto. E del resto come si potrebbe far diversamente quando il vicesindaco Giancarlo Gentilini parlando degli islamici dice che "questi devono andare a pisciare nelle moschee".
Una trasmissione dai toni come quelli di Malpensa, Italia è positiva e importante, ma anche furba, ideologica, con una parola forte verrebbe da dire di "regime". Niente da ridire della parte del ministro. È mancato completamente ogni sorta di contraddittorio. È mancato un pezzo di realtà.
La vicenda di Emmanuel Bonsu Foster, il giovane del Ghana massacrato di botte dai vigili di Parma (poi per fortuna arrestati), o quella del diciannovenne italiano nero Abdul Salam Guibre ammazzato a bastonate a Milano per aver rubato un pacchetto di biscotti sono solo punte di icerberg che fanno del nostro paese un luogo non solo poco sicuro, ma impaurito e poco accogliente.
Questo è anche il paese dove il presidente del consiglio fa battute sul colore della pelle di Obama, ma anche quello dove a pochi chilometri dallo "studio" della trasmissione si bruciano i lavoratori, come la storia di Ion Cazacu o si ammazza per una rivendicazione salariale come a Gerenzano. Fa piacere quindi ascoltare le parole del ministro sulla voglia di accoglienza, ma le cose non sono proprio come le racconta lui, e non abbiamo mai sentito una vera chiamata a raccolta per lavorare insieme in un clima di serenità come appariva dalla trasmissione.
L'aver puntato poi su alcuni aspetti economici e sociali con le voci del sindacalista della Cgil per il lavoro, o dell'architetto Fuskas per gli aspetti abitativi e il Nobel Muhammad Yunus per il microcredito e quindi per una soluzione "a casa loro" è certamente positivo. Peccato però, che come per Enzo Bianchi nella prima puntata, questo sia stato relegato in un angolo lasciando tutto lo spazio di argomentazione solo agli altri.
Quanto ai clandestini e alle battaglie per sconfiggere uno dei traffici più redditizi e schifosi, forse con un po' di coraggio si poteva invitare Bilal, ovvero Fabrizio Gatti. Il contraddittorio tra le dichiarazioni e le promesse di Maroni e il lavoro serio e preparato del giornalista dell'Espresso forse avrebbero potuto aiutare a capire davvero meglio. Gatti ha percorso la nuova tratta degli schiavi e nei suoi reportage racconta scomode verità. Malpensa, Italia, come tante altre trasmissioni, lavorano a tesi. "A me piace lavorare così", ci aveva confessato Paragone giorni fa. Non c'è niente di male a farlo, ma il rischio che si corre con questo metodo è quello di fare il tifo e voler veder vincere la propria squadra. A quel punto è chiaro che senza bisogno di truccare niente, si possono però scegliere arbitri più "morbidi".

venerdì 30 gennaio 2009

Brava Concita. Il resto fa tristezza

Stamattina a sfogliare i giornali italiani viene tristezza. Sulle prime pagine di Repubblica e del Corriere della sera nemmeno una riga sulla prima legge di Obama. E dire che non solo è stata una delle ragioni della sua dura battaglia elettorale, non solo riguarda una figura diventata simbolo negli Usa, non solo tira in causa una delle più popolari aziende, ma ci riguarda tutti in modo diretto. In Italia non è più possibile da anni discriminare. Questo sulla carta, poi nei fatti le differenze sono ancora enormi.
Nel panorama editoriale italiano però non tutto è piatto. Ancora una volta brava Concita De Gregorio che sulla "sua" Unità pubblica a tutta pagina la notizia di Omaba. Il resto fa solo tristezza.

giovedì 29 gennaio 2009

Obama e la parità tra sessi

Eccolo Obama. Dopo solo nove giorni ha iniziato a lavorare su quello che aveva promesso. Il Presidente ha firmato una legge contro le discriminazioni salariali per le donne. La legge, come riportano tanti giornali tra cui Repubblica, "è dedicata a Lilly Ledbetter, una lavoratrice della Goodyear che scoprì dopo anni di servizio di ricevere una paga inferiore solo per il fatto di essere donna. La stessa Ledbetter ha partecipato alla cerimonia di firma della legge nella East Room della Casa Bianca".
"E sapete come va dalle nostre parti? - scrive nel suo blog Cinzia Sasso. - Secondo Eurostat, in Europa il gap salariale è in media del 16 per cento; in Spagna - che ha fatto dei grandi passi avanti - raggiunge il 26 e in Italia è mediamente del 28,7 per cento.

Milk e il coraggio di lottare

Solo trent'anni. Non è vero che il mondo sta fermo e il film di Gus Van Sant insegna. Harvey Milk divenne consigliere comunale di San Francisco. Il primo esponente politico istituzionale dichiaratamente gay. In due ore il regista, con un'interpretazione fantastica di Sean Penn, racconta gli ultimi suoi otto anni di vita e le battaglie per i diritti dei gay negli Stati Uniti. Un film importante, coraggioso, in cui l'America ha il coraggio di guardarsi indietro e mettere in scena un pezzo di Medioevo che ha vissuto e che ancora appartiene a gran parte del mondo.
Un lavoro importante anche perché non è solo la biografia di un uomo, ma un affresco senza tanti fronzoli di quello che è stato il nascere del movimento, che non si fermava all'affermazione semplice dei diritti per gli omosessuali, ma rivendicava qualcosa di più profondo. La voglia di cambiamento e di liberazione per tutti i soggetti.

martedì 27 gennaio 2009

Tessitore di pace

Sono passati otto anni. Volati verrebbe da dire. Il tempo non rimargina le ferite e per fortuna nemmeno ci si abitua. Cambiano però le emozioni. L'affetto tra chi resta prende il posto del dolore intenso. La solidarietà scaccia quella terribile domanda: perché?
E così Gigi è ancora tra noi. e con lui tante altre persone che in queste stagioni ci hanno lasciate.
Nella Messa di Valdarno c'era un'atmosfera di pace, di vero amore. Marta è stata splendida. Il suo cammino è stato straordinario e su quella panca, stretta tra due alfieri bellissimi, i suoi figli Tomaso e Giorgio si sentiva la presenza di "un uomo straordinario e semplice" come lo ha descritto sua moglie. "Me lo ricordo lì in cucina a lavare i piatti e poi nella camera ad addormentare i nostri figli, prima di uscire per andare al consiglio comunale o a cantare con i suoi amici. Per lui tutto era importante allo stesso modo". Ecco questa immagine descrive la grandezza di Gigi Bassani.
Per me è stato un fratello e non ho mai pianto tanto in vita mia come per la sua scomparsa. In questi anni con tanti mici ci siamo stretti spesso tra noi. Un ricordo fatto non solo di dolore o nostalgie. Quelle reclamano il loro spazio e non è possibile negarlo. Il ricordo però ha viaggiato nei progetti intitolati a Gigi. Nelle tante azioni di cooperazione internazionale, nelle borse di studio, nelle adozioni a distanza. Una rete di centinaia di persone che condividono ideali e percorsi di vita. Persone tra loro diverse, con storie diverse, con fedi diverse. Unite da un'idea forte che trova nell'amore e nella solidarietà la carica, la molla, la motivazione di stare abbracciati e guardare al mondo con la straordinaria e ordinaria voglia di cambiarlo e renderlo migliore.
In questo cammino, non è retorica dirlo, Gigi continua a battere il sentiero indicando ancora la rotta.
E ancora oggi è bello rileggere le centinaia di messaggi giunti in quei drammatici e dolorosi giorni.
Il 10 maggio ci ritroveremo a far festa a Maddalena di Somma Lombardo, ospiti della comunità dell'Anfaas.

sabato 24 gennaio 2009

A Malpensa, Italia la famiglia resta a terra

Fare una trasmissione d'attualità originale è davvero difficile. E questa è la grande giustificazione che si può portare a favore di Malpensa, Italia per una forte delusione dopo la prima puntata.
Bravo il conduttore Gianluigi Paragone a destreggiarsi tra gli ospiti, ma per il resto il vuoto. Tutto già visto, tutto già sentito. Originale l'idea di intervistare Enzo Bianchi, priore di Bose, unica voce davvero fuori dal coro. Peccato sia stato relegato in un angolino silenzioso con un preregistrato di pochi istanti.
Tengo famiglia era il tema, ma poi si è parlato di tutto e di più. Un mix di argomenti buttati là senza alcun approfondimento. Globalizzazione, tasse, social card, federalismo fiscale, Nord, delocalizzazione, costo del lavoro, occupazione, riforme, sistema contrattuale, sistema bancario, crisi e per finire la solita evasione fiscale. La trasmissione davvero non si è fatta mancare temi su cui dibattere. Con il risultato che alla 1,25 si è spenta la tele con la sensazione di aver già sentito tutto e di essere ancora in campagna elettorale.
Complimenti per gli ospiti, ma il limite forse è proprio lì. Che cosa possono dire di nuovo Tremonti, D'Alema, Della Valle e Giannino? Troppo poco lo spazio affidato a Giuseppe Perucchetti per raccontare di Whirlpool. Fastidiosa poi la "lezione" pseudo istituzionale di Berlusconi.
Insomma Paragone ha ripreso il taglio che aveva dato Gad Lerner a Milano Italia. Ha cercato di mantenere la pacatezza, seppur partigiana come quella del conduttore dell'Infedele, ma davvero niente di più. Vedremo se la trasmissione decollerà nelle prossime puntate. Questa prima è stata davvero insipida.

venerdì 23 gennaio 2009

E se covano i lupi

La fine del libro non è poi così importante. Dalle tre uova covate per tutto il tempo dal lupo usciranno comunque delle tenere creature. Paola Mastracola è una narratrice deliziosa. Via via che avanza la scrittura aumenta il desiderio non solo di capire cosa succeda ai nostri protagonisti, ma che sia già pronto un altro libro che prosegua la storia.
Una favola piena di allegorie, di metafore e simboli della nostra società. Una scrittura fresca, rapida che è godibile per ogni età. Un lupo filosofo che cova le uova perché vuole finalmente fare qualcosa di concreto. Sua moglie anatra invece non vuole essere una madre capace solo di svolazzare e così cerca di scoprire il senso dell'attesa e quello di padroneggiare una professione.

Il lupo ha un amico riccio e il loro incontro è importante per l'autonomia di tutta la storia, ma anche per entrare con dolcezza nel tema dei rapporti.

Tenero, delicato e in alcuni tratti davvero profondo.

martedì 20 gennaio 2009

Obama: "Abbiamo scelto la speranza "

Meglio di ogni parola sono le centinaia di foto di cittadini in lacrime a descrivere le emozioni trasmesse da Obama.
“Abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura”. Il 44° presidente degli Stati Uniti indica da subito la via perché “siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza”.
Non sono semplici proclami. Il suo discorso è intessuto di orgoglio nazionale, ma anche di una grande apertura alle novità.
“Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi”, afferma con forza Obama. “L'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta”. Parole per chiudere definitivamente con ogni sentimento antiamericano, “l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace”. Parole di distensione verso il mondo musulmano, verso le popolazioni più povere. Non è con la forza che si vincono le battaglie e Obama lo afferma in diversi passaggi del suo discorso.
E non rinuncia a tracciare alcune linee anche in materia economica e ambientale. “Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.
E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo”.
Si gioca poi tutto il suo carisma verso la fine del discorso quando il pragmatismo si lega alla poesia, alle emozioni che ne fanno davvero un grande leader.
“Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino”.
A Washington c'era un oceano di persone. Due, forse tre milioni. Ma altre centinaia, in tutto il mondo, erano incollate ai televisori, alle radio, ai siti web per vivere le emozioni di una giornata storica. E Barack Obama non li ha delusi. Con equilibrio, ma grande coraggio ha indicato loro nuovi sentieri. Per l'Occidente e il mondo intero da oggi si può voltare pagina.

Obama un nuovo mito

Mi sono imbattuto nella sua prima autobiografia per caso. Durante una ricerca in libreria ho visto il libro e l'ho preso con la promessa di leggerlo prima o poi. Avevo curiosato tra vari suoi discorsi, ma ero affascinato dal titolo. Ammiccante, ma anche carico di possibili emozioni. E non sono rimasto deluso, anzi. I sogni di mio padre è una delle autobiografie più belle che io abbia letto. Mi ha talmente catturato che l'ho letta di un fiato passando poi al secondo suo libro.
La sua scrittura è chiara, scorrevole e ha coraggio nel raccontare la sua storia.
“Quello che ci affligge, - racconta Obama, - è il divario tra la grandezza delle nostre sfide e la piccolezza della nostra politica – la facilità con cui ci facciamo distrarre da cose insulse e triviali, il nostro cronico evitare decisioni difficili, la nostra apparante incapacità di costruire il consenso necessario ad affrontare i problemi importanti”.

L'ingresso di Barak Hussein Obama alla Casa Bianca passerà alla storia. Dopo oltre quarant'anni, gli Stati Uniti d'America, e non solo loro, riscoprono il piacere di avere un mito. Dalla morte dei due Kennedy e quella di Martin Luther King nessun politico aveva più riscosso tanto sucesso e suscitato tante speranze. Obama non è solo nero e giovane. È un uomo che crede fermamente nel suo paese, nei sogni, nei valori profondi dell'uguaglianza e della solidarietà. Ha fatto tanta strada e ha avuto il coraggio di scriverla, di analizzarla con serenità e trasparenza.
Nel 1995, quando non ricopriva ancora nessuna carica politica, pubblicò la sua autobiografia dei primi trent'anni di vita. I sogni di mio padre è un libro straordinario, intenso, scritto in modo avvincente. È diviso in tre parti che raccontano le sue origini, gli anni della formazione e dei primi lavori sociali e politici a Chicago e dei suoi viaggi in Kenia alla ricerca di una parte importante della propria identità. “Non era semplicemente gioia quella che provai. Era piuttosto la sensazione che tutto quello che stavo facendo, ogni gesto, respiro e parola portasse con sé l'intero significato della mia vita, che un cerchio stesse cominciando a chiudersi, così che avrei potuto finalmente riconoscere me stesso per quello che ero”. Un libro coraggioso che permette di conoscerlo a fondo, nelle sue convinzioni, nella sua tormentata vicenda familiare e soprattutto nella sua profonda identità. Da parte del padre keniano, Obama ha sette tra fratelli e sorelle avuti da tre diverse donne e una sorella avuta dalla madre Ann in seconde nozze. L'Africa e la ricerca delle sue origini è un elemento fondamentale nella vita del neo presidente. L'altra sarà l'incontro con Michelle descritto nelle pagine finali del libro edito dalla casa editrici Nutrimenti e pubblicato in Italia per la prima volta nel 2007. “In questi ultimi anni (si ricordi che sono pagine scritte nel 1994, ndr) credo di aver imparato ad essere più paziente, con gli altri e con me stesso. Se così è stato, è solo uno dei tanti miglioramenti nel mio carattere che devo a mia moglie Michelle”. I sogni di mio padre si chiude con il suo matrimonio dove aveva potuto reincontrare molti dei suoi fratelli e sorelle. Le sue ultime parole fanno sentire la carica di un uomo aperto e sensibile. “Almeno per quell'istante, mi sentii l'uomo più fortunato del mondo”.
Obama ha poi continuato un ottimo lavoro di scrittura con L'audacia della speranza pubblicato nel 2006. In Italia è edito da Rizzoli ed è uscito un anno dopo. In questo nuovo lavoro, dopo dieci anni di attività racconta della politica, dei progetti, delle idee, dei sogni per un mondo nuovo. Era un semplice senatore, uno di quelli che in Italia avremmo chiamato peones. Chiamato ad aprire la convention democratica che avrebbe scelto Kerry come sfidante di Bush, pronunciò un discorso rimasto alla storia, che da lì a quattro anni lo ha portato a battere Hilary Clinton alle primarie e poi Mc Cain nella sfida per la Casa Bianca.
In chiusura del primo capitolo che tratta del clima di rissa tra repubblicani e democratici scrive: “Immagino che le persone stiano aspettando una politica che abbia la maturità di bilanciare idealismo e realismo, di distinguere tra quello su cui si può o non si può venire a patti, di ammettere la possibilità che l'altra parte possa avere ragione qualche volta. Spesso non capiscono le controversie tra destra e sinistra, conservatori e liberal, ma riconoscono la differenza tra dogmatismo e senso comune, responsabilità e irresponsabilità, tra le cose che durano e quelle che passano. Sono là fuori, in attesa che repubblicani e democratici li raggiungano”.
Ora l'America e il mondo lo attendono e lo metteranno alla prova. Una bella responsabilità. Ma è già storia.

domenica 18 gennaio 2009

L'Islam e il cardinale

Islam, cattolicesimo, laicità, solidarietà. Sono i temi di una bellissima lettera aperta di don Ernesto Mandelli alla contestazione messa in atto dai giovani padani nei confronti del cardinal Tettamanzi. Le riflessioni del parroco di Lissago meritano un'attenta riflessione anche per quanti credono che Varese rispecchi solo le posizioni di chiusura che certa parte del mondo politico esprime.

giovedì 15 gennaio 2009

L'Italia dei comuni e delle signorie

Un ministro non perde occasione per parlar male dei propri collaboratori, che poi ricoprono posti di lavoro al servizio di tutti i cittadini. Un altro invita i "propri" amministratori alla "disobbedienza", il premier che risponde "me ne frego" e il debito pubblico supera ogni record.
Un panorama sconsolante. Tanto più se ci si ferma ad analizzare alcuni temi tanto dibattuti nei giorni passati. Prendiamo l'esempio di Malpensa. Un balletto senza fine dove da mesi si parla del ruolo del mercato e poi a farla da padrona è solo la politica e il bisogno del consenso. Il sistema aeroportuale italiano è uno degli indicatori di come va questo paese. Nessuna programmazione vera e una montagna di denaro pubblico utilizzato per tenere in vita scali senza senso e senza alcun mercato. Si resta senza parole quando si deve assistere all'intervento del Gabibbo che racconta gli sprechi.Il moltiplicarsi delle province è un altro indicatore di come funziona l'Italia. Anche qui una vera proliferazione e puntualmente torna di moda parlare di altri sdoppiamenti dei territori. Insomma, mentre i processi di globalizzazione e la crisi richiederebbero un vero gioco di squadra, da noi si pensa ai campanili e qualcuno sogna di tornare all'epoca dei comuni e delle signorie.
Non abbiamo dubbi che questo c'entri poco con il federalismo, ma più di qualche perplessità sulla reale volontà della classe politica al Governo di occuparsi delle vere questioni dei cittadini viene eccome.

domenica 11 gennaio 2009

Giudizio e pregiudizio

Confesso che avrei voluto essere al posto di Flavio Ibba. Dai tempi del liceo ho fatto dell'impegno sociale e politico una delle scelte profonde della mia vita. Ho avuto la fortuna di vivere esperienze forti che mi hanno formato. Alcune di queste mi hanno profondamente cambiato. Ricordo con piacere l'impegno per alcuni mesi in Friuli dopo il terremoto. Poi un campo di formazione per capi scout con Giovanni Bachelet, solo pochi mesi prima che la Brigate rosse trucidassero suo padre Vittorio. E tante altre esperienze.
Sono convinto che le persone possano cambiare. Una convinzione che mi rende sempre ottimista, positivo. Non è buonismo credere che dentro ogni persona ci sia il bene e che a volte sia difficile crederci a partire dal soggetto stesso.
"Dobbiamo chiederci cosa ci spinge così prepotentemente a giudicare gli altri non secondo la loro specificità ma secondo dei pregiudizi collettivi". Una domanda che Aldo Carotenuto rivolge a tutti, e che leggendo molti commenti pubblicati su Varesenews in seguito all'articolo che racconta l'esperienza di Ibba nella West bank risuona ancora più forte.
Il giovane politico varesino ha scelto di fare esperienze di volontariato internazionale per proseguire una sua formazione. Da qui e dai suoi pensieri sarebbe bene ripartire e non da aneddoti o chiacchiere sul suo conto.
"La radice della sofferenza, - prosegue Carotenuto, - sta nel fatto di giudicare le cose cercando di capirle e di entrarci dentro, mentre ci si rende conto che per gli altri esiste solo un pregiudizio, che tende a parzializzare tutti coloro che tentano di sottarsi a quel modello preordinato".
Giudizio e pregiudizio non vanno mai a braccetto. Il primo richiede conoscenza, riflessione e consapevolezza. Il secondo è figlio dell'ignoranza e della paura di guardarsi dentro per capire meglio cosa ci disturba. Atteggiamenti e comportamenti che escono dalla sfera privata e che fanno meglio comprendere come mai è così difficle risolvere i conflitti. Anche quello arabo palestinese.

venerdì 9 gennaio 2009

Il tifo e il sangue dei bambini a Gaza

Ottocento morti e tremila feriti. E il sangue non cesserà di scorrere a Gaza. Da qui, a sole poche centinaia di chilometri di distanza da quel conflitto, tutto è diverso. Questo non basta però ad accettare un clima davvero brutto che si respira in questo periodo. Si sente sempre più spesso parlare di questo conflitto quasi come se fosse una partita di pallone, dove a vincere su tutto è il tifo. Una sorta di appartenenza acritica che ormai anima il dibattito politico del nostro Paese su ogni questione. Anche i media spesso cadono in questo terribile atteggiamento dando voce a persone che non solo non ne sanno niente, ma che non argomentano le proprie posizioni se non ripetendo posizioni ideologiche precostituite.
Insomma si fa il tifo e basta. Questo è assurdo già in casa nostra, dove la politica ha sostituito i campi di battaglia, e per duro che sia lo scontro si fa solo verbale.
A Gaza non si confrontano due eserciti. Quella forma di guerra quasi non esiste più, e chi sta nelle zone interessate al conflitto ne parla chiaramente. Certamente è difficile districare la matassa delle cause, delle ragioni, dei torti, ma oggi l'equidistanza assomiglia tanto alla complicità. Chiedere di far cessare la carneficina a cui si assiste ogni giorno non significa scegliere una parte. Per una volta dimentichiamo il tifo e proviamo ad ascoltare e a credere sia possibile trovare vie d'uscita ai conflitti che non preveda solo la forza.

L'intervista al consigliere comunale di Varese Flavio Ibba

martedì 6 gennaio 2009

La fatica della speranza

Buon anno a tutti. Una settimana di silenzio sul blog, non per una vacanza, ma perché azzittito dagli eventi. Oggi poi l'immagine dei Magi, in un'Epifania imbiancata, mi ha risvegliato di colpo. Per chi crede nella loro visita al Salvatore, ma anche per chi crede in altro, il simbolo della speranza è troppo forte e grande per continuare a tacere.
Ieri sera, con mio figlio di tredici anni sono andato a vedere Il bambino con il pigiama a righe. Un dramma familiare in uno ben più tragico per dimensioni. Uno sguardo sui campi di sterminio e sulla Shoah con gli occhi di due bambini di otto anni. Uno ebreo e l'altro figlio dell'ufficiale nazista che dirige il lager. Una storia che lascia ben poco spazio alla speranza.
La gente che usciva scossa dal cinema pronunciava frasi improbabili per mascherare un imbarazzo profondo. Il film è da vedere assolutamente e da far vedere a tutti i ragazzi sopra i dodici anni.
Detto questo mi colpisce che gli ultimi due film che ho visto hanno al centro, in un modo e nell'altro, ebrei ed israeliani proprio nei giorni in cui questi stanno massacrando un popolo. Non ho titoli per fare analisi storiche o geopolitiche, ma ci vuole davvero poco a capire come la reazione israeliana contro i palestinesi sia del tutto spropositata e soprattutto indegna di un popolo civile. Odio contro odio e l'unica certezza è che vincerà la barbarie, e la disperazione produce più vittime di qualsiasi sporca guerra.
Tutti responsabili con ruoli diversi, come sempre nella vita. E se non si guarda le cose per quello che producono serve davvero a poco credere di migliorare il mondo. I tanks israeliani sparano e ammazzano donne e bambini. Ne basterebbe uno solo per considerare follia pura questa situazione. Non ci si può abituare a tutto questo. Non possiamo noi che viviamo in un mondo dove per qualche centimetro di neve si mobilitano forze in massa occupando spazi sui media.
E allora questo mio silenzio in questi giorni è stato soprattutto figlio di un imbarazzo di fronte al quale parole di circostanza sarebbero state improbabili come quelle sentite ieri sera.
"Certo che è finita male..."