Stasera intorno alle venti Vito Antonio, il papà di Michele ci ha lasciati. È rimasto poco più di quindici mesi senza la sua Teresa e ora la raggiunge.
Forte, caparbio, tenace, con una forza di volontà proprio del lucano più tosto ha affrontato quattro anni durissimi dentro e fuori dall'ospedale senza mai mollare. In queste ore i ricordi affollano la mente in maniera scomposta, ma l'immaggine più bella arriva da un suo racconto. Lo vedo sui pali della luce quando lavorava all'Enel. Era orgoglioso di quel suo lavoro. Delle corse durante le emergenze per riparare qualche guasto. C'era un'etica forte nel suo operare. Amava ripetere spesso le diverse imprese. E negli ultimi mesi le sue imprese correvano molto meno in alto, ma richiedevano altrettanto coraggio e voglia di vivere. Ogni ricovero, ogni momentaneo black out era un colpo durissimo alla sua autonomia. Ma lui non mollava. Anche in rianimazione, quest'ultima volta, dopo due settimane era preoccupato per i muscoli delle sue gambe e chiedeva di fare esercizi per tenerle allenate. Al suo fianco sempre Michele e Mimmo che lo hanno assistito con attenzione e tenerezza.
Da qualche giorno però non ce la faceva più e ha deciso di raggiungere la sua Teresa, scomparsa a marzo dello scorso anno.
Anche nei momenti duri la sua preoccupazione andava per la sua consorte e per i suoi figli.
Vito Antonio era uomo di altri tempi e, malgrado la confidenza che via via cresceva, gli davo del lei, ma sono certo che oggi non se la prenderebbe se l'ultimo saluto è diventato un ciao.
mercoledì 24 giugno 2009
martedì 23 giugno 2009
Qui non canta più nessuno
Sono stato quattro giorni a Madrid. Impossibile condensare emozioni, sensazioni in poche righe. Mi limito a poche riflessioni. La Spagna è colpita in modo violento dalla crisi economica e dal terrorismo. Prorpio mentre ero nella capitale l'Eta è tornata ad uccidere con un attentato sanguinario contro un importante poliziotto.
Malgrado questo c'è un clima vivace, allegro. Si avverte la voglia di vivere, di partecipare, di incontro. Madrid è una città sicura e la paura non condiziona la vita di nessuno.
Gli occhi da turista possono ingannare, ma ho avuto la possibilità di incontrare persone che vivono lì e con cui scambiare opinioni. Sensazioni confermate poi da amici appena rientrati da altrettanti viaggi a Barcellona.
La Spagna di oggi somiglia molto al nostro paese di 30 - 40 anni fa dove si cantava, ci si incontrava e si viveva con maggiore semplicità. Oggi in Italia domina una cultura asfittica e soprattutto una generale sfiducia che insieme con un certo decadimento morale è il peggiore dei mix possibili.
E allora mi torna alla mente quello che disse Thierry Dieng a un dibattito sull'immigrazione. "Sono andato via dall'Italia per qualche anno e quando sono tornato non cantava più nessuno".
A proposito di libertà e di Spagna, alcune possibili risposte sono nel bell'articolo di Juan Arias pubblicato da El pais e Internazionale.
Malgrado questo c'è un clima vivace, allegro. Si avverte la voglia di vivere, di partecipare, di incontro. Madrid è una città sicura e la paura non condiziona la vita di nessuno.
Gli occhi da turista possono ingannare, ma ho avuto la possibilità di incontrare persone che vivono lì e con cui scambiare opinioni. Sensazioni confermate poi da amici appena rientrati da altrettanti viaggi a Barcellona.
La Spagna di oggi somiglia molto al nostro paese di 30 - 40 anni fa dove si cantava, ci si incontrava e si viveva con maggiore semplicità. Oggi in Italia domina una cultura asfittica e soprattutto una generale sfiducia che insieme con un certo decadimento morale è il peggiore dei mix possibili.
E allora mi torna alla mente quello che disse Thierry Dieng a un dibattito sull'immigrazione. "Sono andato via dall'Italia per qualche anno e quando sono tornato non cantava più nessuno".
A proposito di libertà e di Spagna, alcune possibili risposte sono nel bell'articolo di Juan Arias pubblicato da El pais e Internazionale.
Mia triste Italia
Juan Arias è un grande giornalista spagnolo. In Italia, dove ha vissuto per tanti anni, è famoso per soprattutto per un libro pubblicato con la casa editrice cattolica Cittadella, Il Dio in cui non credo.
Una settimana fa ha scritto un lungo articolo pubblicato da El pais e poi su Internazionale di questa settimana, sulla condizione del nostro paese. Lo riporto integralmente perché merita davvero molto.
Ho vissuto in Italia più che in Spagna: circa 50 anni. A questo paese che, secondo l’Unesco, riunisce il 36% dell’arte di tutto il pianeta, devo molto sia umanamente che culturalmente.
In Italia, dove studiai, dove ho respirato per la prima volta l’aria pura della libertà – arrivando dal paese della censura, delle condanne a morte arbitrarie, dell’inesistenza dei partiti politici – mi diedero la cittadinanza per meriti culturali.
Lì votai per la prima volta nella mia vita. Avevo più di 40 anni. In Spagna non si votava, si viveva solo nel terrore. Ricorderò sempre quella mattina quando potei inserire la mia scheda elettorale nel segreto dell’urna. Il mio voto, mi dissero, ne valeva mille. Erano elezioni in cui gli italiani iniziavano a stancarsi dei politici, e questo invitava all’astensione. La Rai mi intervistò chiedendomi cosa provava uno spagnolo che poteva votare per la prima volta. Parlai della mia evidente emozione e osai chiedere a coloro che intendevano disertare le urne che andassero a votare come a risarcirmi per non averlo potuto fare a mia volta per così tanti anni. Dalla radio, in seguito, mi telefonarono per dirmi che migliaia di persone, comprese famiglie intere, volevano che io sapessi che erano andate a votare per me.
In Italia ho potuto pubblicare quello che nel mio paese non mi era consentito. Riviste e quotidiani mi hanno aperto le loro porte. Ho goduto del privilegio di conoscere e intervistare i personaggi della letteratura e dell’arte che in quel periodo facevano grande il paese di Dante e Leonardo, scrittori come Fellini, Pasolini, Sciascia, Italo Calvino; stilisti come Valentino, Armani, Missoni; grandi imprenditori come Agnelli o Pirelli; magnifici editori come Einaudi o Feltrinelli… e politici degni come Berlinguer o Moro, o giudici capaci come Falcone, con il quale parlai alcuni mesi prima che fosse assassinato. Durante il mio incontro con il giudice Falcone eravamo circondati da un sacco di polizia armata fino ai denti e di sirene: “E’ tutta scena. Quando la mafia deciderà, mi uccideranno lo stesso” mi disse il magistrato partendo con un mezzo sorriso triste. Lo uccisero. Quella era un’Italia che io amavo appassionatamente e nella cui lingua scrissi i miei primi libri. Fino a che arrivò Silvio Berlusconi. Lo vidi atterrare a Palermo, capoluogo della Sicilia, cuore della mafia, in elicottero, come un dio pagano. Era alla sua prima candidatura. In pochi credevano che quell’istrione, che mai aveva avuto a che fare con la politica, in un paese tanto politicizzato come l’Italia potesse vincere.
Io scrissi sul mio quotidiano che sarebbe stato eletto. Vidi quel giorno a Palermo quasi mezzo milione di persone alzare le braccia verso l’elicottero che portava il Salvatore. La mafia siciliana aveva cambiato bandiera. Abbandonava la potente Democrazia Cristiana, fino ad allora la sua signora, per offrire il bacio e il suo voto all’imprenditore di cui si diceva che avesse l’arte magica di creare posti di lavoro dal nulla. Da quel giorno l’Italia iniziò ad entrare nel tunnel della decadenza. Io me ne tornai in Spagna.
Ora vedo, come in un incubo, che gli italiani, che a me avevano dato il piacere della libertà di informazione e di espressione, devono leggere El Pais per poter conoscere le spudoratezze compiute dal loro Cavaliere.
Dov’è quell’Italia che il mondo ammirava e amava?
L’Italia mi difese quando il governo del dittatore Franco voleva processarmi per aver pubblicato un articolo che riguardava il comportamento della Chiesa spagnola durante la dittatura militare. Mi convocarono a Madrid. Fui ricevuto dall’allora ministro Giron, a casa sua. Mi disse che un ministro aveva portato il mio articolo al Consiglio dei Ministri chiedendo la mia testa. Al termine del Consiglio, Franco si limitò a chiamare il ministro Giron e gli disse: “Lascia vivo questo ragazzo, altrimenti andiamo a farne un martire in Italia. Però chiamalo e raccontagli cosa è successo”. Era un avviso chiaramente mafioso.
Così era allora in Spagna. Così è oggi, o quasi, in Italia.
Nelle mie notti insonni mi chiedo come sia potuta avvenire una tale metamorfosi. Come si sia arrivati a questa triste Italia di oggi. Posso solo farmi alcune domande partendo dalla mia lunga esperienza italiana. Perché Berlusconi vinse la prima volta, quando già circolava un libro che raccontava i suoi misfatti e le illegalità commesse come impresario edile a Milano? Perché, quando erano al potere, i socialisti di Bettino Craxi, che finì la sua vita in esilio ricercato per corruzione, permisero a Berlusconi di creare il suo impero televisivo contro tutte le norme della Costituzione? Che fecero, o cosa non fecero, i comunisti, eredi del severo e onorato Berlinguer, quando dopo più di 40 anni di lotte per avere il potere lo raggiunsero e lo gestirono cosi' male che gli italiani preferirono eleggere Berlusconi? In che cosa furono ingannati gli italiani? Perche' persero cosi' velocemente l’essenza di quel che era stato il maggior partito comunista d’Europa, che riuniva sotto le sue ali e proteggeva dalla mediocrita' della destra tutta l’intelligenza, l’arte e la cultura del paese? Un partito, insisto, che aveva come leader un Berlinguer sempre timido e schivo, come doveva essere un figlio dell’austera Sardegna, però onesto, rispettato e tanto amato. Il giorno della sua morte si paralizzò la citta' di Roma e due milioni di persone si riversarono per le strade come se la squadra nazionale di calcio avesse vinto il mondiale.
A quel tempo ero un critico severo dell’allora potente Democrazia Cristiana, che da 40 anni deteneva il potere e che fini' travolta dagli scandali per la sua corruzione. Oggi, a tanti anni di distanza, devo riconoscere che quello che vedo ora è peggio. Ed è davanti agli occhi di tutti. La Democrazia Cristiana, profondamente conservatrice, aveva, comunque, un profondo rispetto per la libertà di espressione dei giornalisti.
Conservo ancora alcuni biglietti, scritti con la calligrafia grande di Fanfani o quella minuta di Andreotti, entrambi piu' volte a capo del Governo. Ogni volta che pubblicavo un articolo critico rivolto all’uno o all’altro, arrivava al mio ufficio un motociclista che mi portava uno di questi biglietti, dove mi ringraziavano per quello che avevo scritto su di loro.
Quando la Spagna stava per entrare nell’Unione Europea, il ministro degli Affari Esteri italiano era Andreotti. Nella ambasciata italiana a Madrid, alcuni piu' realisti del re decisero di analizzare i miei articoli, concludendo che ero eccessivamente critico nei confronti dei politici italiani. Chiamarono l’ambasciatore spagnolo a Roma e, con evidente atteggiamento mafioso, gli ricordarono che l’assenso dell’Italia era fondamentale per l’entrata della Spagna nella Comunita' Europea e che i miei articoli non piacevano. La notizia arrivò alle orecchie di Andreotti, del tutto ignaro della vicenda. Quella mattina mi chiamò per offrirmi un’intervista. Mi ricevette a braccia aperte. Non si parlò della faccenda. Mi raccontò aneddoti inediti sul suo rapporto con papa Giovanni Paolo II. Mi disse che il Papa polacco a volte lo invitava a pranzo o a cena, e ad assistere con lui alla messa nella sua cappella privata. Prima di congedarmi mi autografò un libro con queste parole: “Al mio caro collega giornalista Juan Arias, con amicizia”. Andreotti si vantava sempre di essere un giornalista professionista. E sulla porta mi disse. “La Spagna sarà molto importante nella Comunità europea. Io voterò a favore”. Lo ha fatto. Andreotti, ciò nonostante, soleva dire che i politici spagnoli mancavano di “finezza” (in italiano nel testo. NdR).
Tristemente, questa “finezza” oggi manca a tanti politici italiani, a partire dal suo presidente e dalla sua corte faraonica, a cui l’informazione libera provoca orrore e panico.
Forse non è vero che agli italiani piace tanto Berlusconi - per lo meno agli italiani che conosco io - e forse è vero che non piacciono loro nemmeno gli altri politici. A questi altri io diedi il primo voto della mia vita. Come direbbe Saramago: Triste cosa.
Una settimana fa ha scritto un lungo articolo pubblicato da El pais e poi su Internazionale di questa settimana, sulla condizione del nostro paese. Lo riporto integralmente perché merita davvero molto.
Ho vissuto in Italia più che in Spagna: circa 50 anni. A questo paese che, secondo l’Unesco, riunisce il 36% dell’arte di tutto il pianeta, devo molto sia umanamente che culturalmente.
In Italia, dove studiai, dove ho respirato per la prima volta l’aria pura della libertà – arrivando dal paese della censura, delle condanne a morte arbitrarie, dell’inesistenza dei partiti politici – mi diedero la cittadinanza per meriti culturali.
Lì votai per la prima volta nella mia vita. Avevo più di 40 anni. In Spagna non si votava, si viveva solo nel terrore. Ricorderò sempre quella mattina quando potei inserire la mia scheda elettorale nel segreto dell’urna. Il mio voto, mi dissero, ne valeva mille. Erano elezioni in cui gli italiani iniziavano a stancarsi dei politici, e questo invitava all’astensione. La Rai mi intervistò chiedendomi cosa provava uno spagnolo che poteva votare per la prima volta. Parlai della mia evidente emozione e osai chiedere a coloro che intendevano disertare le urne che andassero a votare come a risarcirmi per non averlo potuto fare a mia volta per così tanti anni. Dalla radio, in seguito, mi telefonarono per dirmi che migliaia di persone, comprese famiglie intere, volevano che io sapessi che erano andate a votare per me.
In Italia ho potuto pubblicare quello che nel mio paese non mi era consentito. Riviste e quotidiani mi hanno aperto le loro porte. Ho goduto del privilegio di conoscere e intervistare i personaggi della letteratura e dell’arte che in quel periodo facevano grande il paese di Dante e Leonardo, scrittori come Fellini, Pasolini, Sciascia, Italo Calvino; stilisti come Valentino, Armani, Missoni; grandi imprenditori come Agnelli o Pirelli; magnifici editori come Einaudi o Feltrinelli… e politici degni come Berlinguer o Moro, o giudici capaci come Falcone, con il quale parlai alcuni mesi prima che fosse assassinato. Durante il mio incontro con il giudice Falcone eravamo circondati da un sacco di polizia armata fino ai denti e di sirene: “E’ tutta scena. Quando la mafia deciderà, mi uccideranno lo stesso” mi disse il magistrato partendo con un mezzo sorriso triste. Lo uccisero. Quella era un’Italia che io amavo appassionatamente e nella cui lingua scrissi i miei primi libri. Fino a che arrivò Silvio Berlusconi. Lo vidi atterrare a Palermo, capoluogo della Sicilia, cuore della mafia, in elicottero, come un dio pagano. Era alla sua prima candidatura. In pochi credevano che quell’istrione, che mai aveva avuto a che fare con la politica, in un paese tanto politicizzato come l’Italia potesse vincere.
Io scrissi sul mio quotidiano che sarebbe stato eletto. Vidi quel giorno a Palermo quasi mezzo milione di persone alzare le braccia verso l’elicottero che portava il Salvatore. La mafia siciliana aveva cambiato bandiera. Abbandonava la potente Democrazia Cristiana, fino ad allora la sua signora, per offrire il bacio e il suo voto all’imprenditore di cui si diceva che avesse l’arte magica di creare posti di lavoro dal nulla. Da quel giorno l’Italia iniziò ad entrare nel tunnel della decadenza. Io me ne tornai in Spagna.
Ora vedo, come in un incubo, che gli italiani, che a me avevano dato il piacere della libertà di informazione e di espressione, devono leggere El Pais per poter conoscere le spudoratezze compiute dal loro Cavaliere.
Dov’è quell’Italia che il mondo ammirava e amava?
L’Italia mi difese quando il governo del dittatore Franco voleva processarmi per aver pubblicato un articolo che riguardava il comportamento della Chiesa spagnola durante la dittatura militare. Mi convocarono a Madrid. Fui ricevuto dall’allora ministro Giron, a casa sua. Mi disse che un ministro aveva portato il mio articolo al Consiglio dei Ministri chiedendo la mia testa. Al termine del Consiglio, Franco si limitò a chiamare il ministro Giron e gli disse: “Lascia vivo questo ragazzo, altrimenti andiamo a farne un martire in Italia. Però chiamalo e raccontagli cosa è successo”. Era un avviso chiaramente mafioso.
Così era allora in Spagna. Così è oggi, o quasi, in Italia.
Nelle mie notti insonni mi chiedo come sia potuta avvenire una tale metamorfosi. Come si sia arrivati a questa triste Italia di oggi. Posso solo farmi alcune domande partendo dalla mia lunga esperienza italiana. Perché Berlusconi vinse la prima volta, quando già circolava un libro che raccontava i suoi misfatti e le illegalità commesse come impresario edile a Milano? Perché, quando erano al potere, i socialisti di Bettino Craxi, che finì la sua vita in esilio ricercato per corruzione, permisero a Berlusconi di creare il suo impero televisivo contro tutte le norme della Costituzione? Che fecero, o cosa non fecero, i comunisti, eredi del severo e onorato Berlinguer, quando dopo più di 40 anni di lotte per avere il potere lo raggiunsero e lo gestirono cosi' male che gli italiani preferirono eleggere Berlusconi? In che cosa furono ingannati gli italiani? Perche' persero cosi' velocemente l’essenza di quel che era stato il maggior partito comunista d’Europa, che riuniva sotto le sue ali e proteggeva dalla mediocrita' della destra tutta l’intelligenza, l’arte e la cultura del paese? Un partito, insisto, che aveva come leader un Berlinguer sempre timido e schivo, come doveva essere un figlio dell’austera Sardegna, però onesto, rispettato e tanto amato. Il giorno della sua morte si paralizzò la citta' di Roma e due milioni di persone si riversarono per le strade come se la squadra nazionale di calcio avesse vinto il mondiale.
A quel tempo ero un critico severo dell’allora potente Democrazia Cristiana, che da 40 anni deteneva il potere e che fini' travolta dagli scandali per la sua corruzione. Oggi, a tanti anni di distanza, devo riconoscere che quello che vedo ora è peggio. Ed è davanti agli occhi di tutti. La Democrazia Cristiana, profondamente conservatrice, aveva, comunque, un profondo rispetto per la libertà di espressione dei giornalisti.
Conservo ancora alcuni biglietti, scritti con la calligrafia grande di Fanfani o quella minuta di Andreotti, entrambi piu' volte a capo del Governo. Ogni volta che pubblicavo un articolo critico rivolto all’uno o all’altro, arrivava al mio ufficio un motociclista che mi portava uno di questi biglietti, dove mi ringraziavano per quello che avevo scritto su di loro.
Quando la Spagna stava per entrare nell’Unione Europea, il ministro degli Affari Esteri italiano era Andreotti. Nella ambasciata italiana a Madrid, alcuni piu' realisti del re decisero di analizzare i miei articoli, concludendo che ero eccessivamente critico nei confronti dei politici italiani. Chiamarono l’ambasciatore spagnolo a Roma e, con evidente atteggiamento mafioso, gli ricordarono che l’assenso dell’Italia era fondamentale per l’entrata della Spagna nella Comunita' Europea e che i miei articoli non piacevano. La notizia arrivò alle orecchie di Andreotti, del tutto ignaro della vicenda. Quella mattina mi chiamò per offrirmi un’intervista. Mi ricevette a braccia aperte. Non si parlò della faccenda. Mi raccontò aneddoti inediti sul suo rapporto con papa Giovanni Paolo II. Mi disse che il Papa polacco a volte lo invitava a pranzo o a cena, e ad assistere con lui alla messa nella sua cappella privata. Prima di congedarmi mi autografò un libro con queste parole: “Al mio caro collega giornalista Juan Arias, con amicizia”. Andreotti si vantava sempre di essere un giornalista professionista. E sulla porta mi disse. “La Spagna sarà molto importante nella Comunità europea. Io voterò a favore”. Lo ha fatto. Andreotti, ciò nonostante, soleva dire che i politici spagnoli mancavano di “finezza” (in italiano nel testo. NdR).
Tristemente, questa “finezza” oggi manca a tanti politici italiani, a partire dal suo presidente e dalla sua corte faraonica, a cui l’informazione libera provoca orrore e panico.
Forse non è vero che agli italiani piace tanto Berlusconi - per lo meno agli italiani che conosco io - e forse è vero che non piacciono loro nemmeno gli altri politici. A questi altri io diedi il primo voto della mia vita. Come direbbe Saramago: Triste cosa.
martedì 16 giugno 2009
In piazza ad allattare
Sembravano passati i tempi in cui le donne per allattare si dovevano appartare, quasi che fosse un gesto da tener nascosto. E invece, nella Varese del 2009, ci sono ancora situazioni di intolleranza tanto da costringere un gruppo di mamme a dimostrare in piazza la loro naturale attività.
Mercoledì si ritroveranno dalle ore 13 in piazza Monte Grappa per far valere un diritto, non loro, ma generale. "L'allattamento al seno, - spiega Marta Campiotti, l'ostetrica che coordina Casa Maternità di Induno Olona, - è un'azione naturale ma che purtroppo trova tanti ostacoli diversi. Se a una serie di difficoltà culturali aggiungiamo anche atteggiamenti di precisa ostilità come è successo ad alcune mamme, la cosa diventa grave. L'allattamento è un momento fondamntale per la vita del neonato e non c'è niente di più bello".
Nei giorni scorsi c'era stata una denuncia da parte di un gruppo di ostetriche supportate dalla sezione varesina del Movimento per la difesa del cittadino, che ha sollecitato il Pirellone ad un confronto sul tema
Mercoledì si ritroveranno dalle ore 13 in piazza Monte Grappa per far valere un diritto, non loro, ma generale. "L'allattamento al seno, - spiega Marta Campiotti, l'ostetrica che coordina Casa Maternità di Induno Olona, - è un'azione naturale ma che purtroppo trova tanti ostacoli diversi. Se a una serie di difficoltà culturali aggiungiamo anche atteggiamenti di precisa ostilità come è successo ad alcune mamme, la cosa diventa grave. L'allattamento è un momento fondamntale per la vita del neonato e non c'è niente di più bello".
Nei giorni scorsi c'era stata una denuncia da parte di un gruppo di ostetriche supportate dalla sezione varesina del Movimento per la difesa del cittadino, che ha sollecitato il Pirellone ad un confronto sul tema
martedì 9 giugno 2009
Emozioni a Legaland
Ci sono due parole che possono spiegare bene il successo della Lega: emozioni e radicamento.
In giro per la provincia campeggiano ovunque i manifesti del Carroccio. Uno su tutti colpisce. Un Bossi sorridente, più giovane di almeno quindici anni con lo slogan "la Lega non ti abbandona". Semplice, diretto, incisivo. Il Bossi gagliardo che manda a quel paese tutti in diretta, che va a Porta a porta e canta con Reitano. Un Bossi che anche malato non molla.
Di fronte ai profondi cambiamenti degli ultimi ventanni la Lega ha sempre trovato una risposta facile che fa proprio leva sulle emozioni. Promette di mantenere la ricchezza e l'identità che tante fatiche hanno richiesto al popolo del nord per arrivare fin qui. Così risulta più chiara la battaglia sul federalismo e la sicurezza contro l'immigrazione.
Il primo è la leva per trattenere sul territorio la ricchezza prodotta. Il secondo invece osteggia con tutta l'energia possibile ciò che minerebbe alle radici l'identità e le tradizioni. E così dalla lotta ai "terroni" ci si è spostati all'islam o comunque al diverso. L'elezione di un sindaco nero è un fatto storico da non sottovalutare, ma serve solo a rafforzare l'idea che la battaglia contro l'immigrazione non è razzismo, ma un anecessità.
Sono le paure allora a fare da forte collante.La Lega però non è solo questo. Basta guardare la composizione delle loro liste per capire che c'è qualcosa di più profondo e che, anche restando in tema di emozioni, non è soltanto la paura a far vincere. Sono tantissimi i giovani che militano nel Carroccio. Tante le donne che non solo vengono candidate, ma vincono. C'è voglia di partecipazione ed entusiasmo. C'è un protagonismo che nasce dai territori, dalle comunità. E proprio per questo la Lega perde dove fa una battaglia più di marketing, per esserci e far vedere il proprio logo. Vince invece dove presenta candidati del posto che vivono nel paese e si impegnano.
Dopo diciasette anni di governo del territorio sarà anche ora di smettere di vivere la Lega come qualcosa di provvisorio e di incidententale, anche se alcune battaglie di bandiera per i risultati elettorali contano davvero poco. O almeno così sembra.
Per le europee lo smacco su Malpensa avrebbe dovuto penalizzare pesantemente il Carroccio. Così non è stato. La Lega perde invece la competizione in tutte le amministrazioni vicine all'aeroporto. Qualcosa vorrà pur dire. La politica sembra così più vicina alla vita dei cittadini di quanto si possa credere.
È un dato preciso anche nei valori numerici del voto. I due partiti più "ideologici" Lega e Udc fanno il pieno dei loro voti. Tre milioni per i primi e due per i secondi che al di là delle percentuali più o meno volatili, perché legate a quanti vanno a votare, sono il patrimonio di una forza politica. La Lega il suo lo sa usare e bene. Altrettanto non si può dire della sinistra e del Pd, ma anche del Pdl. Il partito di Franceschini perde dai tre ai quattro milioni di voti ( a seconda che si consideri o meno il voto dei radicali). Il Pdl, grande deluso delle elezioni, ne perde quasi tre e per il partito appena nato e tanto voluto dal presidente non è un bel segnale. Chi non va a votare sceglie e chi ne paga lo scotto deve riflettere.
La sinistra non riesce più ad interpretare bisogni e cambiamenti dei cittadini e basterebbe guardare ed ascoltare per capirlo. Parte dalla fisicità e dal linguaggio dei loro leader. Aspetti che troppo spesso seguono l'assenza di idee e di progetti. Non è un problema solo italiano, ma non è una bella consolazione.
La lezione degli Stati Uniti è già stata archiviata e l'Europa sembra vivere con fastidio il protagonismo di Obama. Le forze del nostro centro sinistra, insieme con la capacità di leggere i cambiamenti, sembrano aver perso la capacità di emozionare il proprio elettorato.
E in tempo di crisi questo continuerà a far vincere chi, almeno a parole, non abbandona mai.
In giro per la provincia campeggiano ovunque i manifesti del Carroccio. Uno su tutti colpisce. Un Bossi sorridente, più giovane di almeno quindici anni con lo slogan "la Lega non ti abbandona". Semplice, diretto, incisivo. Il Bossi gagliardo che manda a quel paese tutti in diretta, che va a Porta a porta e canta con Reitano. Un Bossi che anche malato non molla.
Di fronte ai profondi cambiamenti degli ultimi ventanni la Lega ha sempre trovato una risposta facile che fa proprio leva sulle emozioni. Promette di mantenere la ricchezza e l'identità che tante fatiche hanno richiesto al popolo del nord per arrivare fin qui. Così risulta più chiara la battaglia sul federalismo e la sicurezza contro l'immigrazione.
Il primo è la leva per trattenere sul territorio la ricchezza prodotta. Il secondo invece osteggia con tutta l'energia possibile ciò che minerebbe alle radici l'identità e le tradizioni. E così dalla lotta ai "terroni" ci si è spostati all'islam o comunque al diverso. L'elezione di un sindaco nero è un fatto storico da non sottovalutare, ma serve solo a rafforzare l'idea che la battaglia contro l'immigrazione non è razzismo, ma un anecessità.
Sono le paure allora a fare da forte collante.La Lega però non è solo questo. Basta guardare la composizione delle loro liste per capire che c'è qualcosa di più profondo e che, anche restando in tema di emozioni, non è soltanto la paura a far vincere. Sono tantissimi i giovani che militano nel Carroccio. Tante le donne che non solo vengono candidate, ma vincono. C'è voglia di partecipazione ed entusiasmo. C'è un protagonismo che nasce dai territori, dalle comunità. E proprio per questo la Lega perde dove fa una battaglia più di marketing, per esserci e far vedere il proprio logo. Vince invece dove presenta candidati del posto che vivono nel paese e si impegnano.
Dopo diciasette anni di governo del territorio sarà anche ora di smettere di vivere la Lega come qualcosa di provvisorio e di incidententale, anche se alcune battaglie di bandiera per i risultati elettorali contano davvero poco. O almeno così sembra.
Per le europee lo smacco su Malpensa avrebbe dovuto penalizzare pesantemente il Carroccio. Così non è stato. La Lega perde invece la competizione in tutte le amministrazioni vicine all'aeroporto. Qualcosa vorrà pur dire. La politica sembra così più vicina alla vita dei cittadini di quanto si possa credere.
È un dato preciso anche nei valori numerici del voto. I due partiti più "ideologici" Lega e Udc fanno il pieno dei loro voti. Tre milioni per i primi e due per i secondi che al di là delle percentuali più o meno volatili, perché legate a quanti vanno a votare, sono il patrimonio di una forza politica. La Lega il suo lo sa usare e bene. Altrettanto non si può dire della sinistra e del Pd, ma anche del Pdl. Il partito di Franceschini perde dai tre ai quattro milioni di voti ( a seconda che si consideri o meno il voto dei radicali). Il Pdl, grande deluso delle elezioni, ne perde quasi tre e per il partito appena nato e tanto voluto dal presidente non è un bel segnale. Chi non va a votare sceglie e chi ne paga lo scotto deve riflettere.
La sinistra non riesce più ad interpretare bisogni e cambiamenti dei cittadini e basterebbe guardare ed ascoltare per capirlo. Parte dalla fisicità e dal linguaggio dei loro leader. Aspetti che troppo spesso seguono l'assenza di idee e di progetti. Non è un problema solo italiano, ma non è una bella consolazione.
La lezione degli Stati Uniti è già stata archiviata e l'Europa sembra vivere con fastidio il protagonismo di Obama. Le forze del nostro centro sinistra, insieme con la capacità di leggere i cambiamenti, sembrano aver perso la capacità di emozionare il proprio elettorato.
E in tempo di crisi questo continuerà a far vincere chi, almeno a parole, non abbandona mai.
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giovedì 4 giugno 2009
Vincere
Vengono i brividi e due scene valgono tutto il film. La prima con Giovanna Mezzogiorno ad intepretare Ida, la moglie segreta di Mussolini, in cima alle sbarre mentre fuori cade tanta neve. Un'immagine potente, dolorosa, densa di disperazione ma non di rassegnazione.La seconda mostra tutta la brutalità e la stupidità del fascismo quando una squadraccia attacca una festa dell'Avanti e spara e ammazza vecchi e giovani che stanno ballando. La violenza gratuita, inutile, barbara di chi in nome di un ideale fasullo diprezza la via altrui.
Ma in Vincere, al di là di una storia raccontata in modo delicato e attento, la forza narrativa di Marco Bellocchio, come già fatto in altri film, si pensi solo a L'ora di religione con uno straordinario Sergio Castellito, è la fotografia, l'immagine.
Ma in Vincere, al di là di una storia raccontata in modo delicato e attento, la forza narrativa di Marco Bellocchio, come già fatto in altri film, si pensi solo a L'ora di religione con uno straordinario Sergio Castellito, è la fotografia, l'immagine.
Primi piani e giochi di luce magistrali e abili. Il regista si affida poi a spezzoni di documentari per ricostruire la figura del duce. Fa a pezzi la chiesa e tutto il potere.
E qui vengono i brividi sul serio nel pensare ai giorni nostri. Il film diventa così ancor più attuale e non solo un esercizio intellettuale.
Da vedere.
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