lunedì 31 gennaio 2011

Il discorso del Re

Grande film, grande interpretazioni, regia, tempi, fotografia. Una bella storia, ancor più perché vera. Sullo sfondo di un Regno Unito profondamente in crisi e pronto all'ingresso in guerra contro Hitler, si snoda la vita di Bertie che diventerà Giorgio VI dopo la morte del padre e la triste abdicazione di suo fratello Edoardo VII. Il nuovo re soffre però di una terribile balbuzie. Ne prova di ogni tipo per superare questo delicato handicap, fino a incontrare Lionel Logue. Tra i due, con alti e bassi, nasce una profonda amicizia. Il film è, in definitiva, anche la narrazione di un rapporto speciale.
I due attori Colin Firth (Giorgio VI) e Geoffrey Rush (Lionel) sono strepitosi.
Da non perdere.

Leggere, amare sognare (30)

Il verbo leggere non sopporta l'imperativo,
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...

Daniel Pennac



Acquistati
- L'albero dei mille anni, Pietro Calabrese, Rizzoli
- Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani, Tea
- La rana che finì cotta senza accorgersene, Olivier Clerc, Bombiani
- L'ultima lezione, Randy Pausch, Bur Rizzoli

Ricevuti
- La patria, bene o male, Carlo Fruttero - Massimo Gramellini, Mondadori
- I segreti del Vaticano, Corrado Augias, Mondadori
- Gran bella cosa è vivere, miei cari, Nazim Hikmet, Mondadori

Letti
- La vita oscena, Aldo Nove, Einaudi
- L'albero dei mille anni, Pietro Calabrese, Rizzoli
- Momenti di trascurabile felicità, Francesco Piccolo, Einaudi

Recensioni


giovedì 27 gennaio 2011

Vallanzasca e la sciocchezza delle polemiche

Grande film Vallanzasca. Interpretazione magistrale di Kim Rossi Stuart, ottima regia e sceneggiatura. Insomma da vedere perché ci permette di conoscere questo criminale con tante lenti diverse. Emerge l'uomo e non solo il ladro e l'assassino. Il film non assolve, non condanna, guarda e racconta. Non cade nemmeno nella tentazione di farne una vittima del sistema.
La lettura è quella della storia di un uomo, del suo lato oscuro. Kim Rossi Stuart interpreta il bel René senza che lo spettatore si identifichi o provi desiderio di difesa. Le polemiche nate prima dell'uscita del film appaiono così legate al pregiudizio. E' difficile raccontare le zone d'ombra, ma serve e ci permette di riflettere.

lunedì 24 gennaio 2011

Qualunquemente ... brutto

Mah... Non mi ha convinto per niente Qualunquemente. Come spesso capita, passare dal cabaret al cinema non è semplice. Cetto La Qualunque e il suo partito du pilu sul grande schermo perdono molto. Si ride poco e le battute più belle sono quelle del trailer.
Antonio Albanese è bravissimo e ha un'interpretazione magistrale, ma non basta.
Può anche essere che il mio sia un giudizio molto condizionato dalla situazione politica che stiamo vivendo, ma tanto è, il film non mi è piaciuto per niente. Scontato e moscio ha pochi sprazzi. Dispiace, ma tanto successo è legato solo ad Albanese e a una televisione che ormai condiziona tutto. I proprietari delle sale di questi tempi ridono, ma alla lunga sarà solo un pesante impoverimento per tutti. Ma questo è un altro discorso e ne parleremo un'altra volta.

domenica 23 gennaio 2011

Avevo un bel pallone rosso

Manca letizia negli sguardi di Margherita Cagol. Suo padre glielo rimprovera ed è preoccupato per le sorti di questa sua figlia che non capisce più. Avevo un bel pallone rosso si snoda a cavallo del decennio che va dal 1965 al 1975. Gli anni della contestazione e poi della nascita delle Brigate rosse. Nel chiuso di una casa trentina, quella della famiglia Cagol, si discute su quello che sta succedendo all'interno dell'università.
Una cultura chiusa, un po' bigotta, si scontra con il cambiamento di Margherita. All'inizio i dialoghi, tutti in dialetto, hanno elementi di vita quotidiana. Via via che l'impegno della ragazza diventa sempre più forte, intrecciandosi con la relazione con Renato Curcio, c'è una metamorfosi anche del linguaggio.
Una scenografia asciutta, semplice, tutta giocata in piccoli spazi e con contrasti di luci molto efficaci vedono protagonisti sul palco Angela Demattè, che dello spettacolo è anche autrice, e Andrea Castelli. Bravissimi nelle loro interpretazioni, reggono quasi due ore di dialoghi e silenzi in modo emozionante.
Un testo che si attiene in modo stretto alla storia senza alcun giudizio o rivisitazione a posteriori. Sono tanti i piani di lettura dello spettacolo e il linguaggio ne è protagonista assoluto. La storia personale di una figlia e del padre che non la capisce più, la loro incomunicabilità, il dramma tutto personale si gioca dentro un contesto storico rilevante per tutto il Paese. Sono anni di trasformazioni a ogni livello. Il fermento pre sessantottino lo si avverte appena e si svela più in elementi educativi e del costume. Margherita, già universitaria, deve chiedere il permesso per uscire la sera ed è un valore il suo rientrare prima delle sette di sera. Il padre rigido, bigotto, ma anche ironico è attento a questi dettagli e si preoccupa dei giudizi della gente. Margherita lo ascolta, ne accetta le decisioni pur soffrendo di questa realtà che giorno dopo giorno sente sempre più stretta.
La distanza tra quel suo piccolo mondo e la volontà di occuparsi dei problemi degli operai, degli sfruttati, degli oppressi diventerà incolmabile fino alla scelta di sposare Curcio ed andarsene da casa. La formazione sui testi marxisti, sulle esperienze della rivoluzione culturale cinese e la militanza diventano tutto. Ci sono gesti simbolici forti come quello del crocefisso alla parete che diventa Lenin.
Il padre ora inizia ad essere preoccupato seriamente. Va a trovare Margherita, ormai Mara, a Milano, ma la figlia è distante, distratta, incapace di uscire dalla gabbia ideologica in cui vive. Anche qui l'autrice, oltre all'uso del linguaggio, tragico e quasi militare, fa compiere un gesto chiaro e netto di separazione. Mara non apre la confezione che contiene la torta fatta dalla madre. La prende, senza nemmeno aprirla, e la mette sopra la cucina in uno spazio quasi irraggiungibile. Lei, come i suoi compagni, fondatori delle Brigate rosse, si sono tagliati i ponti con il passato, hanno bruciato le carte d'identità perché le loro vite sono ormai altro.
La tragedia è annunciata e da quel momento sarà tutto un precipitare, nel Paese, e nella vita di Mara che verrà stroncata in uno scontro a fuoco ad Acqui nel 1975.
Un testo drammatico, ma anche fatto di tenerezza, di dolcezza, dove i ruoli spesso si invertono in un gioco che è tipico della relazione genitore figlio.
Uno spettacolo che fa discutere e farà discutere perché è coraggioso, non rimuove e indaga dentro l'anima dei protagonisti. Li presenta senza alcun giudizio, quello lo darà la storia, in questo caso non è in gioco nemmeno la magistratura perché Mara Cagol è morta.
Angela Demattè cerca di capire cosa abbia portato Mara alla trasformazione così forte, determinata e assoluta. Una domanda che resta aperta e il merito, grande, dell'autrice è averla messa in scena permettendo a ognuno di noi di farci i conti.

sabato 15 gennaio 2011

L'albero dei mille anni

Era tanto che non mi capitava di restare inchiodato alla lettura di un libro. Ho dovuto farmi forza per interrompere L'albero dei mille anni.
"Due parole e la vita deraglia. Bastano due parole a cambiare la nostra esistenza e stravolgerla per sempre. Non avevo mai immaginato potesse accadere così". E, una dietro l'altra, le 326 pagine del libro di Pietro Calabrese scorrono veloci.
Dobbiamo un grandissimo, immenso grazie a quest'uomo. Come lo dobbiamo a Jean-Dominique Bauby per il suo Lo scafandro e la farfalla e a Tiziano Terzani per Un altro giro di giostra e La fine è il mio inizio. Uomini con il dono della parola, della capacità di trasmettere emozioni, ma che hanno dovuto affrontare il dolore assoluto che li avrebbe portati alla morte.
Terzani e Calabrese hanno condiviso, oltre alla professione, anche l'età. Morire a 66 anni oggi sembra assurdo, ma il cancro non passa dall'anagrafe prima di scegliere a chi far visita.
"All'improvviso un cancro. La vita all'improvviso". Non poteva scegliere miglior titolo Pietro Calabrese che in più di un passaggio scrive "Non è vero, non può essere capitata a me una cosa come questa". E invece è così. Un tumore ha preso posto come un terribile spettatore dentro il polmone destro. Non è operabile. Il giornalista, andato in pensione da poco, dopo una carriera prestigiosa, decide di scriverne su una rubrica del magazine del Corriere della sera e poi di farne un libro.
"Anche a questo, credo, servono le malattie gravi: ad aprirci gli occhi e magari, se sei fortunato, a farli aprire anche agli altri". L'albero dei mille anni è il dono che ci lascia Calabrese che, con un coraggio emozionante, racconta giorno dopo giorno la sua battaglia contro il tumore, "arrivato addosso all'improvviso come un treno in corsa". Un treno che permette però di aprire tante riflessioni. Animano l'autore e con lui il lettore. E così diventa possibile comprendere più a fondo che "pensiamo il bello e il buono sono sempre altrove, lontano da noi. Invece sono qui, davanti a noi, ai nostri piedi, e non ce ne accorgiamo finendo col calpestarli e ucciderli".
Possiamo fare diversamente. Il libro di Calabrese ci può aiutare a pensarci.
Ha fatto appena in tempo a veder finito il suo ultimo lavoro, prima che il cancro si suicidasse, e ci portasse via anche lui. Grazie davvero Pietro.

martedì 11 gennaio 2011

La vita oscena di Aldo Nove

Entusiasmo e poi una faticaccia per l'ultimo romanzo di Aldo Nove. Superare le prime pagine non è stato facile, ma poi piano piano si entra nella storia e la scrittura ti cattura definitivamente.
È davvero forte La vita oscena. Intriso di un dolore così forte, quasi accecante, che all'inizio ti toglie il fiato. Altro che non si può rappresentare, raccontare, come dice l'autore in un'intervista con Daria Bignardi. Lui ci riesce benissimo. Ti ci senti in quella morsa terribile che quel bambino e poi giovanissimo uomo si è trovato a dover vivere.
Un grande coraggio a mettere in scena la sua terribile storia. Una storia che dimostra quanto sia sottile il confine tra inferno e paradiso, tra vita e morte, tra elevazione (attraverso la poesia) e disperazione (attraverso la ricerca di ogni cosa più sfrenata).
Le parole dalla metà del libro in avanti corrono feroci, dirette, dure, senza sconti su tutto quello che è stata la discesa agli inferi, da cui poi però è riemerso.
Difficile, ma importante, La vita oscena è un inno alla vita, alla poesia anche quando sembra solo trivialità e annullamento.

domenica 9 gennaio 2011

Hereafter, che peccato Clint

Che peccato. E la chiuderei qui. "Un argomento difficile trattato con troppa superficialità". Non trovo parole migliori di quelle uscite dalla bocca di una giovane appena finito il film.
Hereafter è stato salutato da diversi critici, e tra questi il mio preferito Roberto Escobar, come un capolavoro. Una sorta di perfezione finale nella filmografia impeccabile del grande Clint Eastwood. Non sono di questo parere. Non sono un esperto, ma un tema così delicato e controverso come quello di cosa ci sia nell'aldilà non può esser affrontato così come fatto in Hereafter. Non basta aver messo in berlina tanti ciarlatani e non si tratta di volere soluzioni a una questione tanto spinosa.
Il film racconta tre storie che hanno in comune il tema della morte. La giornalista perché l'ha vista in faccia durate uno tsunami, il bambino perché gli muore il gemello e Matt Damon perché è un medium e sensitivo. La circolarità delle storie li porterà poi per ragioni diverse a ritrovarsi a Londra.
Ho trovato banale e perfin un po' irritante il modo di trattare la vicenda della protagonista femminile. Il regista, in modo quasi didattico, è costretto addirittura a farglielo dire durante un dialogo a cena. "Sei mesi fa ero ricca, famosa, avevo te..." Oltre che aver perso tutto, la tolgono addirittura dai manifesti pubblicitari e perde anche il suo amore.
Peccato davvero. Da uno come Clint Eastwood, e dopo i capolavori fin qui girati, ci si aspettava qualcosa di veramente forte e provocatorio. Non ci è riuscito. L'America del cinema si rivolge al paranormale. Lo ha fatto Woody Allen con una sconclusionata, ma interessante commedia, ci ha provato ora un gigante, ma di strada ce n'è da fare ancora tanta...

martedì 4 gennaio 2011

Un altro mondo

Andrea (Silvio Muccino, sua anche la regia e parte della sceneggiatura) ha 28 anni e vive di rendita grazie a un assegno della mamma. Il giorno del suo compleanno riceve una lettera che gli cambierà la vita. Decide di andare a Nairobi dove il padre sta morendo. Il suo ricordo si ferma a poche immagini, ma il Kenia gli permetterà di scoprire un pezzo delle proprie radici. Per capire questo occorre arrivare alla fine del film mentre da subito si ritrova un fratellino di otto anni, Charlie.
La sua vita svogliata e superficiale non sarà più la stessa. Come non lo sarà per Livia, interpretata da una splendida e brava Isabella Ragonese.
È un film sull'amore, sulla possibilità del cambiamento. Non ha la pretesa di raccontare niente del divario tra Nord e Sud. La scelta del paese non è casuale e la si coglie in un murales che ritrae Barack Obama, anche lui di origini keniane.
Un altro mondo è un bel film. Una bella colonna sonora Interpretato benissimo. Due punti deboli: alcune parti della sceneggiatura e il bambino, sempre troppo perfetto e sopra le righe. Charlie è poco credibile.
Grande l'interpretazione anche di Greta Scacchi nella parte della madre di Andrea.

lunedì 3 gennaio 2011

Le letture di inizio anno

Sul comodino la pigna di libri cresce. Aggiungo cose da leggere, ma l'avvio del 2011 ha quattro protagonisti: Aldo Nove, Enzo Bianchi, Jovanotti e Massimo Diana.
Lo scrittore varesino in La vita oscena racconta l'infanzia difficile di un ragazzino. Un libro autobiografico scritto come sempre da Dio, ma che non mi appassiona coma altri di Nove.
Di Enzo Bianchi, autore di Ogni cosa alla sua stagione, non c'è molto da dire. Profondo e da prendere a piccoli dosi, ma davvero bello.
Interessante il taglio del libro di Jovanotti, Viva Tutto, scritto a quattro mani attraverso uno scambio di email con il filosofo Fabio Bonelli.
E per chiudere una bella scoperta. Le figure dell'amore di Massimo Diana. Il primo lavoro di una trilogia che affronta due grandi temi della vita: imparare ad amare e prepararsi alla morte.