mercoledì 30 giugno 2010

Leggere, amare sognare (25)

Il verbo leggere non sopporta l'imperativo,
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...

Daniel Pennac



Acquistati
- La caccia al tesoro, Andrea Camilleri, Sellerio
- Nel mare ci sono i coccodrilli, Fabio Geda, B.C. Dalai editore
- La colata, AAVV, Chiarelettere
- Ilaria Alpi, una donna, la sua storia, Mariangela Gritta Grainer, ALI
- L'etica in un mondo di consumatori, Zygmunt Bauman, Laterza
- Le cose fondamentali, Tiziano Scarpa, Einaudi
- Il rettilineo è una tortura, AAVV, FBE edizioni
- Una madre lo sa, Concita De Gregorio, Mondadori
- Lume Lume, Nono Vetri, Sellerio

Ricevuti
- I geni altruisti, Gabriele Milanesi, Mondadori
- Chi dà il nome agli uragani, Laura Campiglio, Flaccovio
- Passare a Mac, Simone Gambirasio, Hoepli

Letti
- Strane cose, domani, Raul Montanari, B.C Dalai editore
- Caino, Josè Saramago, Feltrinelli
- La caccia al tesoro, Andrea Camilleri, Sellerio
- Tutti al mare, Michele Serra, Feltrinelli
- Adolescenti, David Bainbridge, Einaudi
- Lume Lume, Nono Vetri, Sellerio-


Le recensioni

La bella società

Un pessimo minestrone. La bella società scimmiotta La meglio gioventù ma senza averne mai lo spessore e la sceneggiatura. Dispiace ma Gian Paolo Cugno proprio non è Giordana. E comunque anche fare paragoni non serve. Viene spontaneo ma la distanza è abissale.
La storia dei due fratelli percorre quarant'anni di storia tra la Sicilia e Torino. La povertà, le battaglie operaie e contadine, il terrorismo, l'abbandono, l'amore e tanto altro in un minestrone insulso salvato a tratti solo da una splendida fotografia, anche quella un po' troppo cartolina.
Dopo Baaria, un altro film che non fa onore alla terra siciliana.

martedì 29 giugno 2010

Lume Lume

La letteratura sull'altro, sullo straniero, inizia a differenziarsi e trovare forme espressive diverse. Il libro di Nino Vetri, ha ragione Andrea Camilleri, ha diversi pregi. Il migliore è quello di una narrazione della quotidianità fatta di tante piccole cose.
Dalla ricerca delle parole di una canzone rumena partono tante micro storie di protagonisti di tante parti del mondo. Personaggi che si incontrano e scontrano con culture indigene. Ne vengono fuori affreschi deliziosi.
Racconti anche nostri, dei nostri territori più prossimi come i negozi. "Ogni giorno in centro chiude una bottega storica. Una salumeria con le insegne anni quaranta, una torrefazione decorata con donnine anni cinquanta, un negozio che vendeva solo tè e caffè di tutti i tipi... Brasil, si chiamava. Tutte botteghe dove si parlava. Entravi per comprare il caffè, parlavi per mezz'ora. Al loro posto: negozi in franchising. Che vuol dire tutti uguali in tutto il mondo. E tutti, o quasi, che vendono calze e mutande".

domenica 27 giugno 2010

Un Mac per amico

Non sarà una notizia, ma per me si. Ho acquistato un Mac. La campagna di affiliazione dentro Varesenews così prosegue e fa "vittime" giorno dopo giorno.
Una decisione che covava da tempo ma, che come è mio solito, è poi stata presa in pochi minuti. Ed ora si sperimenta. Intanto sto scrivendo con il mio vecchio notebook, ma saranno le ultime note...

Il pallone sgonfio

Non c’era nessuno ad aspettarli. Questa l’immagine più forte e più triste della disfatta della nazionale ai mondiali.
A Fiumicino giusto qualche fischio da parte di una decina di tifosi. A Malpensa nessuno dei giocatori si è fermato infilandosi furtivamente nelle auto dai vetri oscurati che li attendevano in un aeroporto deserto.
Finisce con questa immagine l’avventura della squadra di Lippi.
Mai come oggi quanto successo in Sud Africa rischia di diventare un esempio perfetto dello stato del nostro Paese. In un mondo che sta cambiando con ritmi vertiginosi, l’Italia si è presentata vecchia, senza idee e con i vizi peggiori. Tutto questo a partire dal leader che, il giorno dopo la vittoria di quattro anni fa, se ne era andato perché riteneva chiuso un ciclo. E invece è tornato. E lo ha fatto quasi fosse il salvatore, il saggio, il più grande. Con una presunzione e una spocchia fastidiosa anche per quanti non capiscono nulla di calcio.
Invece di guardare avanti Lippi ha portato in Sud Africa un gruppo senza identità. Né carne, né pesce, come si è soliti dire in tante occasioni. Non ha avuto il coraggio di aprire una nuova fase con un rosa di giovani, portando invece “veterani” senza però quell’estro dato dai tanti lasciati incomprensibilmente a casa. Stare così in mezzo ha prodotto il peggiore dei risultati.
Una squadra finta, senza anima, senza gioco. L’allenatore, dopo la disfatta, si è assunto le proprie responsabilità dichiarando che con il suo fare ha impaurito e bloccato i giocatori. Non può bastare.
La Nazionale si è davvero rivelata l’immagine di un’Italia che non sa scommettere sui propri talenti, su quelli più creativi e originali. Sono stati lasciati a casa Totti, Cassano e Balotelli, solo per fare dei nomi, perché hanno personalità meno convenzionali, e si è puntato sul già noto, su ciò che ha funzionato in passato, ma non è detto che funzioni per il futuro. Come i fatti hanno dimostrato.
L’Italia è ferma e guarda solo a se stessa. Intanto in Sud Africa non c’è solo Shakira con il suo Waka Waka a dimostrare quanto sta cambiando anche nel calcio. Dall’America arriva un vento diverso, nuovo, pieno di entusiasmi e di voglia di protagonismo non solo in termini calcistici. Negli ultimi vent’anni non c’era mai stato un risultato così positivo per le squadre di quel continente. Sono sette le finaliste mentre il Vecchio continente non era mai andato così male. Solo sei squadre hanno passato le fasi eliminatorie.
Il calcio è stato spesso usato come metafora per raccontare la vita.
Varese stavolta si distingue. È ancora forte l’eco per la conquista della serie B. Un traguardo che solo tre anni fa era inimmaginabile. Le ragioni di questa impresa sono tante. Un leader travolgente, uno spirito di squadra, l’umiltà, ma soprattutto l’esser veri e credere ai sogni.
Non è difficile, magari non sempre si vince, ma almeno ci si prova, si gioca e ci si diverte.

lunedì 21 giugno 2010

La banda larga è la via per lo sviluppo

C’è bisogno di Rete e di visioni del futuro. La banda larga non è più qualcosa che ci evoca l’immagine di qualche ragazzino che smanetta su un computer. Anzi, per Francesco Caio, tra poco, questi saranno oggetti assimilabili a quelli dell‘epoca vittoriana.
“Non ci sono scuse, - afferma l’esperto di telecomunicazioni - la domanda c'è. Abbiamo dotato tanti oggetti di uso quotidiano della capacità di memoria e quindi ora c’è bisogno di infrastrutture di rete. Per costruirle ci vogliono anni. Serve una visione e una trasparenza di interessi intorno al tavolo in cui sia coinvolta la politica. Se questa non si muove saremo in ritardo e poi dovremo lavorare in emergenza”.
La crisi economica non può essere la scusa per non intervenire, anzi è proprio in questi periodi che ci si attrezza per trovare nuovi processi e nuove idee per far uscire il Paese da un situazione difficile.
Secondo Luca De Biase, responsabile di Nova24 del Sole 24ore, “l’innovazione nasce da un atto di ribellione” e di “ragioni per ribellarci - gli risponde Renato Soru, patron di Tiscali - ne avremmo tante. Prima tra tutte il fatto che di questi argomenti si parla poco e questo non va bene. L'Europa ci chiede di costruire un'economia più competitiva e più inclusiva. Questo è il sogno di tutti, ma ha bisogno della Rete e quindi c’è una responsabilità politica di chi ci governa e di chi vorrà governare trovare le soluzioni. Non si può dire che si costruirà la Rete con i tempi del mercato, perché nelle grandi infrastrutture non si è mai fatto così. Berlusconi continua a dirci che paese ha nella testa e quello che lui vuole è un mondo con più canali televisivi e più consumatori”.
La capacità del Paese di competere e di avere sviluppo passa sempre più dalla sua capacità di innovare e cogliere i cambiamenti a tanti livelli.
“Più informatizzazione - spiega Caio - significa abbattere i costi delle imprese e della burocrazia e permettere così di utilizzare quelle risorse liberate consentendo ai soggetti sociali ed economici di avere maggior accesso ai servizi. E’ questo che serve alla crescita del Paese e se perdiamo questo treno altro che pastorizia. La Rete oggi è la risposta ai bisogni reali delle persone. È come un tubo del gas, ma con possibilità straordinarie. Cogliamole queste opportunità e la crisi dovrebbe essere uno stimolo per la nuova polis. Occorre poi avere un sistema delle regole e deve essere la politica a occuparsene”.
Derrick De Kerckhove, anche lui ospite dell’iniziativa del Pd, Non stop - banda larga, in collegamento da un cyber caffè dell’Ontario con Carlo Massarini, ha raccontato quali sono stati gli sviluppi recenti della Rete. “Questi anni sono stati straordinari e in poco tempo siamo passati dall’era della connessione a quella della condivisione. Oggi siamo di fronte a nuove forme di socialità che stanno cambiando in modo notevole le relazioni”.
L’accesso a Internet e la diffusione della banda larga diventano perciò cruciali per lo sviluppo economico e la qualità delle relazioni in tutti i paesi del mondo. L’Italia procede troppo lentamente e rischia di finire in un vicolo cieco.
Gli effetti concreti di cosa significhi ritardo lo spiega bene Renato Soru. “La Rete consente di dare risposte concrete al bisogno di inclusione sociale. Grazie agli investimenti nella tecnologia un paese cresce e mantiene competitive le imprese. Se questo dibattito lo tenessimo negli anni Sessanta l’Italia avrebbe tutte le competenze in casa perché avevamo aziende che costruivano i modem, le infrastrutture di rete, i computer. Oggi invece sono i cinesi a portarci nelle case la tecnologia e noi abbiamo distrutto quel tessuto di esperienze e professionalità. C'è quindi un'urgenza in più che diventa anche occupazionale. Dobbiamo lavorare seriamente e a me dispiace che sui giornali questi temi legati all’innovazione siano scomparsi, perché ne va del nostro futuro. Noi abbiamo bisogno di visioni Stiamo vivendo un mondo che viaggia a una velocità incredibile. La Rete ci serve per far nascere e far crescere nuove idee e nuovi servizi”.

La banda larga è democrazia

Ogni epoca ha le sue parole. Chiare, dirette, magiche, a volte misteriose. Descrivono la vita ed evocano emozioni. Alcune sono universali, altre sembrano sbucare dal nulla. Nel nostro secolo una di queste è banda larga. Una parola che richiede un aggettivo, ma che potremmo usarla anche come fosse un tutt'uno.
Di banda larga si parla sempre più spesso. Non ha a che fare solo con la tecnologia, anche se è direttamente legata allo sviluppo di Internet e serve per garantire una migliore e più efficace connessione alla Rete.
E questa è qualcosa che è dentro di noi. Rappresenta lo sviluppo del nostro cervello, delle nostre sinapsi. E da elemento tecnologico è diventato così elemento di socialità e di comunità. Permette un livello di interazione e partecipazione senza precedenti. Siamo di fronte a un nuovo modo di vivere le relazioni che non elimina il bisogno essenziale di fisicità, ma che ci consente maggiori scambi e maggiori opportunità. Restano le emozioni il nucleo vitale della vita, ma queste non vengono certo annullate dall’uso del web.
La Rete è infatti democrazia, libertà e conoscenza. E per queste ragioni la parola banda larga è centrale per il nostro secolo. Purtroppo nel nostro Paese scontiamo un ritardo pericoloso. Due dati ci danno la misura di una condizione veramente preoccupante: lo scarsissimo livello culturale di una parte consistente della popolazione e la bassa diffusione della banda larga. Sono fenomeni tra loro legati e forse in molti casi riguarda le stesse persone.
E’ un ritardo non tanto nel presente, ma nella visione di futuro. E l’incapacità di cogliere a fondo questa situazione diventa giorno dopo giorno sempre più pericolosa.
Lo Stato deve fare una parte importante e non bastano le imprese private, perché vivono restrizioni anche di natura giuridica che non consento di sviluppare liberamente il sistema delle telecomunicazioni.
Da qui emerge tutta l’incapacità della politica di saper affrontare seriamente questo tema. Chi governa oggi, vista l’impossibilità di controllarla, ha il timore che la Rete, con la sua istanza democratica e un po’ anarchica, permetta ai cittadini di sviluppare maggiore conoscenza e coscienza. Berlusconi ha poi una precisa idea di futuro, fatto di maggiori canali televisivi e di semplice intrattenimento.
Nel Partito democratico si intravedono potenzialità e possibili effetti, ma si vive in una contraddizione che fa sprecare enormi energie. C’è la paura di perdere l’identità, non comprendendo che una maggiore diffusione della Rete non solo la preserverebbe, ma porterebbe valori, progetti e proposte a una più larga platea.
Dentro questa situazione il Paese vive una condizione bloccata. E anche in questo la banda larga è utile come specchio del momento storico che viviamo.
Per sbloccarci c’è bisogno di coraggio, di capacità di ascolto, di guardare con maggior fiducia il futuro senza vivere nella perenne sindrome dell’essere reduci. C’è bisogno di visioni, ma soprattutto di ribellione perché si dia sempre maggior spazio alla socialità, alla condivisione e alla speranza.
La banda larga è anche questo.

domenica 20 giugno 2010

Pane e nutella

Toccateci tutto ma non la nutella. Giorni indietro si è scatenata una mezza bufera dopo un contrastato voto del Parlamento europeo sull’obbligo di fornire alcune indicazioni sulle etichette dei prodotti alimentari. Insomma qualcosa che assomiglia a quanto già fatto per le sigarette.
Apriti cielo. Articoli sui giornali, prese di posizione a vario titolo, fino alla costituzione di un comitato “giù le mani dalla nutella”.
Ora lasciando da parte alcune uscite politiche che prendono subito la palla al balzo per attaccare l’Europa, la vicenda rimane comunque interessante.
La nutella è entrata nel nostro immaginario. È uno di quei prodotti simbolo del nostro Paese. Un po’ come la pizza, la cinquecento, la vespa e pochi altri.
Come spesso capita, è nata da un errore di progettazione e ha avuto il suo sviluppo a partire dal 20 aprile del 1964 quando è stato messo in vendita il suo primo barattolo. Un prodotto tipico di Alba che ha preso questo nome combinando il termine inglese di nocciole, nut, con qualcosa di più familiare come “ella”.
La Ferrero nel tempo non poteva non sposare anche le moderne forme di comunicazione e così gestisce un sito internet frequentatissimo e un gruppo su Facebook con oltre un milione di fans. Che poi sono gli stessi che si sono subito scatenati sulla Rete per difendere il loro piacere con slogan diretti del tipo “non ci interessa se sia vero o falso che possa far male. Ci piace e basta, e lasciatecela mangiare in pace”.
C’è un attaccamento incredibile e lo si può misurare in tanti modi. I modelli delle confezioni negli anni si sono moltiplicati catturando sempre l’attenzione dei consumatori. Entrare in autogrill senza acquistare un barattolo o una mini confezione è un’impresa dura, soprattutto se siete accompagnati da bambini. Epica quella scena di un film di Nanni Moretti dove lui è di fronte a un barattolo gigantesco. E’ entrata nelle canzoni, nelle battute dei vip, nei modi di dire.
Sembra anche che sia un valido modo per reagire alla depressione, e ci sono recenti ricerche che affermano che la nutella, insieme con il rossetto, rappresenta un bene rifugio a basso costo. Insomma di fronte a problemi, magari anche seri, una cucchiaiata di crema alle nocciole potrebbe essere la soluzione più veloce e indolore.
E invece no. Perché dobbiamo sapere che questo comportamento nuoce alla salute e potrebbe portare all’obesità. D’accordo, bisogna prevenire ogni diversa forma di patologia che condizioni negativamente la nostra vita. D’accordo, ai problemi occorre trovare le vere soluzioni e non un dolce surrogato, ma viene da credere che così facendo magari si smetta anche di ridere. E allora si che dovremmo iniziare a preoccuparci.
Un po’ quello che ci sta già succedendo. Tanto che di fronte a un fatto così assurdo, anziché sorriderci e riflettere si scatenano prese di posizioni dal tono talebano.
Un po’ di leggerezza non ci farebbe poi male.
Qual è infatti l’immagine più bella di un bambino di fronte a un barattolo di nutella con tutta la faccia impiastricciata?

sabato 19 giugno 2010

C'è bisogno di rete

Due articoli per L'Unità online e uno per il quotidiano in edicola.
Il primo sul convegno PDigitale, Non stop banda larga
l'altro sempre su quell'appuntamento Il web per democrazia e libertà.

mercoledì 16 giugno 2010

La prima volta sull'Unità

Un mio articolo sull'Unità di oggi.

Il tifo dei padani: né col "trota" né con l'Italia

Piove a Città del Capo e piove anche a Varese. Nella serata di esordio degli azzurri fa freddo e la città è deserta. Qualche bar ha tentato di attrarre i tifosi, ma con scarsi risultati. Manco a dirlo, in piazza del Garibaldino, le finestre della sede storica della Lega nord sono tutte sbarrate, ma da quel partito, al di là delle polemiche sull’inno di Mameli e il tricolore, non c’è un vero ostracismo verso la Nazionale.
“Certo che ho visto la partita”, afferma il sindaco Attilio Fontana, militante storico del Carroccio. “Da tifoso del Milan rimango però più legato alla mia squadra che all’Italia, a cui proprio non riesco ad appassionarmi. Comunque questa prima partita è stata l’occasione per ritrovarci tra amici”.
Una fede calcistica per i rossoneri e per la nazionale che è bipartisan e unisce altri politici illustri come il ministro dell'Interno Roberto Maroni e l’onorevole del Pd Daniele Marantelli. Anche loro, grandi appassionati di calcio, hanno visto giocare gli azzurri e hanno tifato Italia.
Entusiasta come sempre Marco Caccianiga, popolarissimo consigliere comunale della Lega nord ed ex assessore allo sport: “Per me i mondiali iniziano con l'esordio del grande Brasile ma, dopo questo mio vero grande amore, tifo Italia”.
Insomma, quell'affermazione di Renzo Bossi, la “trota” come lo ha definito suo padre Umberto, “io non tiferò per l'Italia, ma solo per la mia vera nazionale che è la Padania”, non sembra trovare tanto seguito tra i leader del Carroccio varesini.
In ogni caso di entusiasmo, politica o meno, per la prima partita della Nazionale se ne è visto proprio poco. Varese si è dimostrata fredda e non solo a causa di un’estate che sembra non voler arrivare. Una città che tifa con moderazione senza facili entusiasmi. Fa caroselli per le vittorie che contano, ma senza troppo esagerare. Figuriamoci allora per una prima partita dei mondiali in Sud Africa.
C'è poi da considerare che questa è una terra che vive a pane e basket. Da quello sport ha avuto grandi soddisfazioni grazie alle conquiste di tanti scudetti e trofei internazionali. Il 2010 però è stato un anno magico per la città. Domenica lo stadio di calcio è tornato a rivivere un momento di gloria. Era da quando Pietro Anastasi giocava a Masnago che non si vedeva così tanta gente. Il Varese, con un campionato straordinario è stato promosso in serie B ed è scoppiata la gioia dei tifosi.
Quell'energia si era sentita anche all'ippodromo, dove era stato installato al centro della pista l'unico vero maxi schermo della città.
Per Italia - Paraguay sempre lì sono arrivati solo uno sparuto drappello di tifosi. Un po' infreddoliti, con poche bandiere hanno provato a tifare per Cannavaro e compagni, ma tra la partita scialba e le condizioni meteorologiche avverse, il clima era davvero dimesso.
“Ma tiralo via quello lì che non sta nemmeno in piedi” impreca un ragazzo nei confronti di Lippi. “Come si fa a lasciare a casa Totti per portare quel brocco?” Siamo davvero tutti commissari tecnici e il gol di De Rossi fa tirare un sospiro di sollievo che però dura poco. “Certo che se giochiamo come stasera dove vogliamo andare?”. Qualcuno la prende con ironia, “dai è andata bene. Abbiamo fermato il Paraguay”.
Di politica all'ippodromo non c'era segno. E se non fosse per quell'albergo di Salvatore Ligresti, costruito in fretta e furia, grazie alle deroghe che conferivano tutti i poteri alla protezione civile e al suo capo Bertolaso, in occasione dei mondiali di ciclismo del 2008, lo scenario sarebbe davvero incantevole. Incurante dello scempio edilizio fatto, saltando ogni ordinaria procedura amministrativa, il cielo si colora di tutte le tonalità di azzurro, di grigio e di nero con le nuvole minacciose che lambiscono le montagne verdissime della “città giardino”.
La gente scorre lentamente fuori e commenta la partita, ma qualcuno indica le luci dietro le piste dell'ippodromo: “Certo che quell'albergo è proprio brutto!”

martedì 15 giugno 2010

La caccia al tesoro e Strane cose, domani

Avevo infilato una serie di libri tosti e belli. Mica poteva continuare così di fila.
La caccia al tesoro, l'ultima storia della serie di Montalbano delude un po'. Andrea Camilleri si butta in un thriller con finale a sfondo horror ma non convince. Troppo presto si capisce lo sviluppo e non è da lui.
Diverso il romanzo di Raul Montanari, Strane cose, domani. Un intreccio di storie sentimentali, professionali anche qui con risvolti da giallo. Il libro scorre veloce nella prima parte. Scritto divinamente e con una Milano sempre riconoscibile, diventa eccessivo con troppi ingredienti che fanno venire in mente un po' di maionese impazzita. Una parte della storia richiama il film di Roberto Andò con Daniel Auteuil, Sotto falso nome.
Fastidiosi poi alcuni giudizi e un modo sbrigativo di trattare alcune nevrosi del protagonista.
Su entrambi i libri pesa poi un finale davvero poco riuscito.

domenica 13 giugno 2010

Madiba e Waka Waka

Il portiere in mezzo ai pali. Fabio Grosso lo guarda per un attimo, prende la rincorsa e con un sinistro preciso insacca il quinto rigore. Quello decisivo che a Berlino consegna la coppa del mondo alla nazionale italiana.
Inizia così il video ufficiale dei mondiali in Sud Africa. Waka Waka contagia e se iniziate ad ascoltarla non riuscite più a staccarvi. Giovedì, nello stadio di Soweto, Shakira ha incantato le decine di migliaia di persone presenti e i milioni di telespettatori collegati in mondovisione.
Il pubblico ha assistito a uno spettacolo fantastico ed è esploso di gioia quando il vescovo Desmond Tutu ha nominato Madiba, come il suo popolo chiama Nelson Mandela, che a 92 anni è considerato ancora il padre di tutto il paese. I ventisei anni di prigionia non animarono il desiderio di vendetta, ma quello di giustizia. Divenne così il primo presidente nero del Sud Africa, dominato fino ad allora dai bianchi e dal regime dell’apartheid.
Magistrale la scelta di Clint Eastwood di dedicare a lui il suo ultimo film. Invictus racconta di un paese che nel 1995 era sull'orlo della guerra civile, quando Nelson Mandela sfruttò la finale dei mondiali di rugby per far rinascere la nazione sconfiggendo definitivamente l’apartheid.
Sono le piccole storie, le scelte considerate minori, i gesti delicati del presidente appena arrivato al potere a far stringere tutto il Sud Africa intorno alla sua squadra. Mandela va al cuore della gente e chiede di mettere da parte ogni rancore e diventare protagonisti di una nuova epoca.
Lo spettacolo incredibile di Soweto giovedì sera è anche merito suo.
Su quel palco pieno di luci e di energia si è ripetuto un miracolo che ha visto protagonista una ragazza bianca, colombiana con un padre newyorkese di origine libanese e una mamma latinoamericana di origine italiana e spagnola.
Shakira è così parte della mescolanza di terre, di tradizioni, di suoni, di emozioni. Una condizione a cui non assistiamo più solo in occasione di qualche evento mondiale, ma nella vita di tutti i giorni.
L'Africa ha bisogno della nostra attenzione. Non più solo aiuti legati alla carità, ma progetti di uno sviluppo compatibile con la propria storia. I mondiali sono un'opportunità di far conoscere questo continente. Inoltre, abbiamo tutti bisogno di sguardi nuovi, di una nuova politica culturale che consideri la multiculturalità non più come un fatto straordinario, ma l’occasione per riflettere sui cambiamenti della nostra terra, delle nostre vite.
Waka Waka riprende una canzone in lingua camerunense ed è stata suonata con strumenti Afro-Colombiani e con chitarre sudafricane. Shakira ha dichiarato di essere onorata che la canzone sia stata scelta come inno dei mondiali, poiché "questi sono un evento globale che connette i paesi, le razze, le religioni e le condizioni in un'unica passione. Sono un evento capace di unire e integrare, e questa canzone ne fa parte e racconta questa possibilità".
Ci sono state polemiche per non aver scelto una sudafricana. Ma è proprio in questa contaminazione, che tanto aveva voluto Madiba, il messaggio forte e bello per tutti noi.
Da domani tiferemo Italia, e pazienza se il miracolo di Berlino di quattro anni fa, o quello che fece la nazionale di rugby sudafricana nel 1995 non si ripeterà. È comunque una festa e un invito ad abbattere ogni frontiera.

mercoledì 9 giugno 2010

Il popolo e la libertà

Intercettazioni, informazione e democrazia. Una terna di questioni del massimo peso. Repubblica ne sta facendo una battaglia quotidiana. È l''emblema di un Paese che non è più normale in niente e dove la stampa deve fare l'opposizione. Non fa bene a nessuno ma tanto è. Ottimo l'editoriale di Ezio Mauro.

domenica 6 giugno 2010

Questa è Varese

"Non mi piace che il territorio che mi ha visto nascere (oltre 60 anni fa), vivere e penso morire non sia più il mio territorio. Non lo riconosco. Gli appartengo sempre meno.

Mi parlano di tradizioni che non ho mai visto né vissuto e di radici delle quali i miei vecchi non hanno nemmeno sentito parlare ed allora non posso fare a meno di chiedermi: perché?"

E già perché? Daniela ce lo chiede un po' a tutti. Una lettera al giornale in cui affermava che "il nostro inno, ancorché bruttino, è un simbolo che mi rappresenta, mi dona quel senso di appartenenza alla mia comunità. Certo non è che un piccolo simbolo, ma smantella un inno oggi, smantella una bandiera domani … tanti "piccoli" fanno tutti".

Nello stesso giorno, il 2 giugno, su Facebook, la più grande comunità virtuale con oltre 500 milioni di iscritti in tutto il mondo, nasceva un gruppo titolato "Questa è Varese".

In due giorni oltre duemilacinquecento persone vi hanno aderito. Discutono, commentano e propongono frasi che rappresentino il territorio.

"Tutti bevono il mojito. Sono tutti PR. Faccio il figo coi soldi del papi. La locale che ti fa dieci multe al secondo. Bigiare ai giardini. I metallari al San Vittore. I pullman stracolmi di gente. Il G6 che può impedire tutto ma non l'aperitivo del venerdì sera. Le grotte di Valganna. Il falò di Sant'Antonio. Anche i cessi se la tirano. Il dolce Varese che quando lo mangi ti asciuga qualunque cosa. Il mercoledì sera è zero. Ci vediamo al piantone. Quelli che escono a Cavaria per non pagare il casello a Gallarate. Il traffico che ti fa passare la voglia di uscire. Viale Borri che sembra la Salerno Reggio Calabria. Scrivere sui muri del sottopassaggio le date delle bigiate. Il mitico Pappalardo che dirigeva il traffico. La domenica sera sembra che ci sia l'ora del silenzio. Bruceremo Cantù. Il parcheggio dell'Insubria che quando piove si trasforma in una palude. Avere la carta sconto benzina. Andare a Monate, prendere il pedalò per quattro persone e poi salirci in otto. Fare corso Matteotti settemila volte e non entrare mai in un negozio.Fare una tangenziale nuova per evitare coda all'ora di punta e avere coda a qualsiasi ora. La pista ciclabile intorno al lago. La festa degli alpini al Campo dei fiori".

E ce ne sono tante altre ma dovremmo fare pubblicità ai locali che abbondano nelle visioni dei varesini.

Cara Daniela, sembreremmo messi davvero male. Da una parte i cultori di miti e tradizioni lontane. Culture non nostre sbucate come funghi per avvalorare tesi politiche che dividerebbero volentieri il Paese. Dall'altra, insieme con definizioni carine, anche un guazzabuglio di banalità e luoghi comuni che proliferano e si diffondono alla velocità della luce.

O forse no, cara Daniela. Non è tutto così, ma c'è da riflettere,perché sono segni di un tempo che cambia. Forse anche per questo ci farebbe bene conoscere, far conoscere e condividere ancor di più e meglio alcuni simboli che hanno permesso a tutti di avere tanta libertà.