domenica 31 gennaio 2010

Leggere, amare sognare (20)

Il verbo leggere non sopporta l'imperativo,
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...

Daniel Pennac



Acquistati
- Intervista sull'identità, Zygmunt Bauman, Laterza
- Le perfezioni provvisorie, Gianrico Carofiglio, Sellerio
- Il paese delle prugne verdi, Herta Muller, Keller

Ricevuti
- La forza del cambiamento, Raffaele Cattaneo, Guerini e associati

Letti
- La forza del cambiamento, Raffaele Cattaneo, Guerini e associati
- Stabat mater, Tiziano Scarpa, Einaudi
- Penultime notizie circa Ieshu/Gesù, Erri De Luca, Messaggero Padova
- i-Phone, Simone Gambirasio, Hoepli
- Intervista sull'identità, Zygmunt Bauman, Laterza
- Le perfezioni provvisorie, Gianrico Carofiglio, Sellerio

Le recensioni
- La forza del cambiamento

sabato 30 gennaio 2010

La danza dei numeri


Oggi ho iniziato una collaborazione con la Prealpina, il quotidiano storico della provincia.
Una richiesta che mi ha fatto il direttore Giancarlo Angeleri un paio di mesi fa. Ovvio che mi ha molto lusingato, ci ho pensato un po', ne ho discusso con la mia redazione ed ecco il primo articolo. In prima pagina del giornale.

Siamo la popolazione più vecchia del mondo e Varese non fa eccezione. Il 20% dei residenti ha oltre 65 anni. A questo si aggiunge una costante crescita degli abitanti.
Da qui al 2015, secondo l'Istat, in Lombardia vivranno dieci milioni di persone, quota a cui ci stiamo avvicinando già ora. Questo significa che dal 2000 a oggi siamo cresciuti quasi di un milione di abitanti. Un numero che da solo spiega quanto sia complesso, e lo sarà sempre di più, governare questa regione.
La situazione non è poi tanto diversa se guardiamo alla sola nostra provincia. In cinque anni la popolazione è cresciuta di 42mila unità. E si badi bene, questo dipende solo per metà da una maggiore presenza di stranieri.Il dato si fa più interessante se andiamo a guardare più a fondo dentro questi numeri, perché le dinamiche demografiche e sociali svelano un territorio e una società che cambiano profondamente.
Forse, senza tanti giri di parole, sarebbe più corretto dire invecchiano. In poco tempo, infatti, gli ultra sessantacinquenni passano dal 18,5% della popolazione totale del 2003, al 20% del 2008. Significa che la metà esatta dell'incremento dei residenti riguarda i cittadini più anziani. Un dato che viene confermato dal numero dei pensionati che passano da 248mila a 284mila. Gli occupati nello stesso periodo crescono da 375mila a 391mila addetti a cui vanno aggiunti i lavoratori frontalieri, 15.500 del 2003 e 19.500 del 2008.
Una girandola di numeri che c'è da augurarsi venga subito raccolta da tutti i candidati che si presenteranno alle prossime elezioni. Una popolazione che cresce con questo ritmo e nello stesso tempo invecchia così rapidamente richiede attenzione, e tante risposte non possono essere lasciate solo ai singoli cittadini o alle famiglie.
Sono diverse le questioni che emergono. Da una parte il rischio che tutto il sistema del welfare, così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi trent'anni, non regga più. E già oggi, al di là di alcune tensioni sociali, dobbiamo alla forte presenza degli stranieri la quadratura di alcuni conti. Una crescita così forte di cittadini pensionati non trova pari riscontro nell'incremento dei lavoratori.
Dall'altra proprio questo dato apre un altro grande pericolo che riguarda i giovani. Se per loro non si aprono reali opportunità di occupazione la via di uscita più immediata potrebbe venire dall'abbandono del nostro territorio procurando così un ulteriore processo di invecchiamento della popolazione.
Trovare un equilibrio diventa perciò una delle priorità più urgenti per la prossima squadra di governo regionale.


lunedì 25 gennaio 2010

L'agnello sacrificale e la legnata a D'Alema

Vendola vince la primarie in Puglia. Verrebbe da dire stravince, ma lui è così un signore che non apprezzerebbe alzare i toni. Dispiace per Boccia che è serio e bravo. Il vero sconfitto, tanto ormai ci avrà fatto l'abitudine, è Massimo D'Alema. Non ne azzecca una nemmeno morto.
Fa invece piacere vedere un consenso così alto per Nichi Vendola. È quasi un auspicio che supera la Puglia e c'è da credere che adesso nel Pd faranno del loro meglio per farlo vincere perché altrimenti il rischio di vederselo in gioco su questioni nazionali diventerebbero realtà.
La gente di Puglia ha dato la risposta ai tanti politicanti, perché stavolta un tale plebiscito non lascia dubbi. Tutti i giochi e giochini escono sconfitti per la seconda volta consecutiva. Cinque anni fa questo portò alla sconfitta di Fitto. Evento che sembrava inverosimile ai tanti strateghi.
La stessa cosa successe a Vittorio Solanti in salsa varesina. Ma lì è un'altra storia.

mercoledì 20 gennaio 2010

Le famiglie di Verdone e Virzì

I film usciti da poco di Carlo Verdone e Paolo Virzì hanno molto in comune.
L'inquietudine dei protagonisti e il loro rapporto con i genitori. Il distacco dalla propria città e il bisogno di tornare a farci i conti. Un'analisi delle relazioni e del ruolo della famiglia.
Io, loro e Lara racconta di don Carlo, missionario in Africa che torna a Roma con una crisi di identità che scalfisce la sua fede. Ritrova una famiglia disattenta e in preda a deliri di ogni tipo. Un padre ex generale che riscopre un'energia vitale che i figli rifiutano. Una sceneggiatura non sempre all'altezza, ma con un Verdone superlativo.
La prima cosa bella si snoda su due periodi storici diversi. Bruno, uno dei protagonisti, ripercorre le gesta della sua famiglia dal 1971 al 1990 e poi negli ultimi giorni di vita della madre ai giorni nostri. Lui, in crisi su tutto, dopo il liceo aveva abbandonato la sua Livorno per poi tornarci ad assistere la mamma.
Virzì abbandona così i temi sociali che hanno contraddistinto le sue pellicole per entrare nelle emozioni di due bambini poi adulti.
Nei due film ci sono affreschi di una società che è cambiata. È lontana gli anni luce quell'immagine della famiglia così tanto cara al mondo cattolico. Si è alle prese con fenomeni sociali davvero nuovi che creano spaesamento.

Non sono grandi film (con Verdone e Mastandrea comunque strepitosi) ma meritano comunque di esser visti.

Le perfezioni provvisorie

È sempre un piacere leggere Carofiglio con le avventure dell'avvocato Guerrieri. L'attesa quindi per Le perfezioni provvisorie era davero tanta. Così forte dal divorarlo in due giorni restando alzato fino a notte fonda. Le aspettative però sono state soddisfatte a metà.
Gianrico Carofiglio ha una scrittura davvero bella. Tutto scorre. Le parole, le citazioni, la colonna sonora (De Gregori, De Andrè e Conte in testa a tutti). Stavolta però c'è qualcosa che non soddisfa fino in fondo. Il libro ha quasi due tempi. Nel primo la storia serve solo per tracciare un piccolo sentiero lungo cui sviluppare una prateria di pensieri laterali. Emerge così con forza e dolcezza il personaggio dell'avvocato, così attento e sicuro nel lavoro e altrettanto in crisi nella vita privata. Belle le descrizioni di un Guerrieri alla ricerca di spazi e riti per scacciare la solitudine che lo attanaglia. Nel secondo tempo il ritmo prende cambia e centrale diventa arrivare alla soluzione del nuovo caso.

Non si può aggiungere altro per non guastare la lettura che comunque merita davvero molto.

Verso metà del libro c'è un uno scambio rapido di battute."Davvero nessuno dice la verità?" chiede Nadia all'avvocato. E la sua risposta arriva bella forte. "Tutta la verità nessuno. Quelli che dicono - e magari ne sono convinti - di essere sempre sinceri sono i più pericolosi. Non sanno di mentire inevitabilmente, non se ne rendono conto e sono prigionieri di se stessi".
I ricordi sono un altro cavallo di battaglia di Carofiglio. Magistrali alcune descrizioni nel suo precedente Ragionevoli dubbi. Qui a un tratto affferma che "non è che i ricordi si dissolvano e scompaiono. Sono tutti lì, nascosti sotto la crosta sottile della coscienza. Anche quelli che credevamo perduti per sempre. A volte ci restano per tutta la vita, lì sotto. Altre volte invece succede qualcosa che li fa ricomparire".
Il Guerrieri/Carofiglio gioca con i ricordi e la sua ironia è sempre in agguato. Per lui che fa delle citazioni dirette e indirette un punto di riferimento dei suoi lavori colpisce quando fa dire al suo avvocato che "chi legge troppi libri spesso fa cose di cui non c'è alcun bisogno".
E un po' mi sono sentito chiamato in causa...

martedì 19 gennaio 2010

Il bisogno di senso

Quattro vittime sulle strade in tre giorni. L'ultima è stata una ragazza di vent'anni e dopo il suo incidente si sono scatenate tante polemiche legate alla sicurezza.
Un bisogno forte di cercare ragioni e responsabilità di quanto successo. Un bisogno comprensibile, ma che allontana la vera questione di un tema che ci riguarda tutti, e che ha a che fare con la vita e la morte. Ogni volta che qualcosa di profondo ci inquieta, le domande si spostano fuori da noi. E così un dramma personale diventa responsabilità di qualcuno senza domandarci veramente quale sia il senso profondo del nostro vivere.
Questo non elude la giusta richiesta di sicurezza. Non è accettabile il fatalismo, ma al tempo stesso alcune tragedie non sono affatto annunciate e a volte qualsiasi possibile intervento non è detto che possa salvare la vita.
Il nostro correre di oggi produce un doppio stress. Quello quotidiano dove tutto deve essere sotto controllo e quello più profondo legato a un modello di vita che ha sempre meno spazio per una dimensione spirituale, che non trova risposte solo nella fede religiosa, ma proprio nel bisogno di senso.
Eventi così drammatici ci sbattono in faccia quanto sia inadeguata la nostra convinzione che ogni cosa si possa tenere sotto controllo. Basta un attimo per travolgere tutto e la morte di una ragazza così giovane ci sconvolge. Fermarci a riflettere sul senso del nostro vivere è un dono a noi stessi e alle persone a noi prossime. Non risolve certo il dolore straziante di quanti sono coinvolti nelle tragedie, ma può aiutarci tutti a vivere meglio senza per forza dover trovare sempre "colpevoli" alimentando così il rancore verso qualcosa fuori da noi.

lunedì 18 gennaio 2010

Soul Kitchen

Divertente e allegro. Leggero e ironico. Soul Kitchen racconta la storia di Zinos e del suo ristorante da cui prende il titolo il film. Una serie di disavventure, fisiche, affettive, familiari raccontate con maestria dal giovane regista tedesco Fatih Akin che gli hanno guadagnato la premia della critica al 66° Festival del cinema di Venezia.
Sullo sfondo una città di Amburgo sgangherata, ma anche accogliente. Come sgangherati sono molti dei protagonisti del film.
Soul Kitchen è un tenero e allegro affresco di pezzi di umanità.
Merita di esser visto.

martedì 12 gennaio 2010

Nude e crudi

"Oggi mi sembra evidente che la nuova grande mutazione antropologica che ha investito l'Italia sia cominciata alla fine degli anni settanta e che sia determinata in modo diretto dagli imponenti cambiamenti indotti nelle forme di comunicazione dall'avvento della televisione commerciale".
Questa non è una grande scoperta, come ammette Sandra Puccini, autrice di Nude e crudi, Donzelli. Proprio qui sta però la parte migliore del suo libro. L'antropologa analizza il "femminile e il maschile nell'Italia di oggi" come recita il suo sottotitolo.
Lo fa con alti e bassi sia nella scrittura, a volte troppo forbita e un po' professorale (si veda le righe sopra), che nei contenuti. Il libro resta però un ottimo lavoro. Il prologo (I gabbiani sull'altare della Patria) e l'epilogo (maschere e volti) da soli meritano tutta la lettura.
La prima parte sui nuovi modelli e nuovi stili di vita è magistrale. Il racconto si snoda con chiarezza ripercorrendo le tappe di come è cambiato il nostro paese e di come questo sia rappresentato perfettamente proprio nell'immagine del femminile e per riflesso anche del maschile.
La seconda parte risente di una tesi che la Puccini doveva dimostrare ed è meno interessante. Non basta un capitolo sugli sms o l'analisi dei libri di Moccia o quelli di Melissa P. A tratti emerge anche un certo fastidioso moralismo velato da un bisogno di indagine.
Resta comunque un grande merito per Sandra Puccini. Ci offre pagine che permettono, oltre alla conoscenza degli sviluppi della comunicazione, anche una riflessione sui modelli e su stili di vita che molti italiani hanno fatto loro e che vanno ben oltre l'immagine. Sono diventati valori o disvalori, a seconda dei punti di vista. Intrecciare queste pagine con quelle di Goffredo Fofi, La vocazione minoritaria, e con lo spendido e massiccio Patria di Enrico Deaglio, permette di guardare al nostro Paese con occhi più consapevoli.

Stabat mater

È stato un dono gradito. Non solo il libro di Tiziano Scarpa, ma anche la muscica con un cd che inizi un percorso di "conversione" alla classica.
Beh leggendo Stabat mater di Scarpa una certa passione scatta. La stessa che pervade e salva Cecilia, la protagonista della storia che da sedici anni vive all'Ospitale, un orfaotrofio in cui è stata abbandonata in fasce.
È la musica e le lettere che scrive nel cuore della notte alla Signora madre a farla crescere. L'incontro con la morte con cui dialoga per una parte del racconto è l'altro elemento del romanzo.
Profondo, intenso, emozionante, il libro di Scarpa scorre lasciando l'amaro in bocca non per la fine della storia, ma per la brevità. Le note finali sono ricche a completare un lavoro maturo.
"Si nasce per scappare via da un corpo destinato a morire. Qualcosa dentro di noi si rende conto che è destinato a spegnersi per sempre, e allora reagisce, fugge. I bambini sono la paura di morire che fugge via dai nostri corpi mortali." si dice Cecilia in uno dei tanti dialoghi interiori. E prosegue, "A questo mondo ognuno si innamora del suo fantasma. Ci scambiamo i nostri fantasmi. Ci aspettiamo che le persone in carne e ossa entrino dentro il contorno dell'immagine adorata che abbiamo fantasticato su misura per noi, vorremmo che lo indossassero come una seconda pelle che ne trasfigura i lineamenti e la taglia".
C'è tanto di malinconia, di dolore, ma anche di profondo riscatto e capacità di liberazione. E sarà don Antonio Vivaldi e la sua musica a scatenare questa trasformazione nel cuore di questa fragile e forte creatura.
Un intreccio di emozioni e pensieri che crescono via via che la storia, semplice in apparenza, in un crescendo di forza e di intensità portarà a un epilogo inaspettato.
Da leggere anche se questo libro ha diviso i lettori nettamente in due tra quelli che lo hanno amato e quanti lo hanno considerato quasi illegibile.
Io sto con i primi e un grazie al mio fratello Michele che sempre è da stimolo alle mie ricerche.

domenica 10 gennaio 2010

Gli schiamazzi che inquinano il web

“Che cosa è diventata la discussione su internet nel 2010?”
Gianni Riotta pubblica un lungo editoriale per affrontare allarmato lo stato della rete.
“Cara, vecchia internet vai sul sito www.verità” è il tiolo dell’articolo sotto un lapidario “il declino del web”. Riotta fa suoi alcuni ragionamenti di Jaron Lanier, uno dei primi guru della Silicon valley, preoccupato per “l'appiattimento dei contenuti online, che motori di ricerca come Google e l'enciclopedia scritta dagli utenti Wikipedia, importano sulla rete”.
Il direttore non se la prende però solo con il popolare motore di ricerca e la più grande enciclopedia mondiale, ma va all’attacco del web 2.0, dei blog e di una certa piega che internet starebbe prendendo. “Mettere ogni giorno insieme, senza alcuna selezione, gli argomenti dei filosofi e le arrabbiature del tizio davanti al cappuccino tiepido, l'analisi economica di un Nobel e lo sfogo del qualunquista di turno, può essere celebrato dagli ingenui alla moda come «open source» e «democrazia di rete»”.
Solleva così un tema caldo, importante che emerge spesso dalle riflessioni di chi usa internet.
Come si può garantire una buona partecipazione senza perdere in qualità?“La rete, - prosegue Riotta, - è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L'informazione dell'opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l'informazione, la cultura e l'eccellenza contro l'omogeneizzazione e il qualunquismo”.
E come non essere d’accordo? Ma quale sono le azioni da fare? Quali le strategie?Con questo articolo Riotta sembra però fare un passo indietro, quasi a scusarsi per aver sostenuto tenacemente in passato la necessità di una maggiore diffusione della rete.
Internet, ha ragione Michele Mezza, non è semplice strumento di comunicazione, è un alfabeto. È qualcosa che sta mutando in modo antropologico il nostro agire quotidiano. I concetti di spazio e di tempo subisco mutazioni profonde ed è normale quindi che si viva con fastidio questa “deriva” possibile del web verso una sua volgarizzazione. Ma non può esser questo a spaventare quanti gestiscono la comunicazione.
Internet ha il grande merito di aver allargato incredibilmente il numero dei lettori, di coloro che fruiscono dell’informazione. Fino a oggi la sua evoluzione è andata verso la ricerca di sempre maggiore interazione tra i suoi utenti. Lo sviluppo dei social network segue tutto quel fenomeno straordinario che prende il nome di wiki. C'è voglia di partecipazione, di un protagonismo attivo. Voglia di allargare la narrazione anche partendo da fatti di semplice vita quotidiana.
Purtroppo però non è solo questo. E per rendersene conto basta guardare anche solo ai commenti che spesso appaiono sul nostro e altri giornali. Insieme a tanto altro emerge il rancore, il disprezzo dell’altro, la rabbia, l’incapacità di sviluppare riflessioni serene e positive. E l'anonimato che noi accettiamo favorisce questo modo di esprimersi. Tutto vero. E allora? Fa male ammetterlo ma occorre avere il coraggio di affermare con chiarezza che questo è lo specchio di ciò che stiamo vivendo. Chi ha la responsabilità di narrare le storie delle comunità, oltre che di raccontare i fatti, deve scegliere quali sono le priorità. Ha il potere e il dovere di fare le domande, ma anche di farsi delle domande. E la prima per chi si occupa di web e giornalismo oggi è quale possa essere il ruolo dei cittadini. Noi non possiamo sceglierci i lettori, e per fortuna. Questi sono quello che sono. Possiamo eliminare i commenti offensivi, quelli violenti, quelli più distruttivi, ma andare oltre vorrebbe dire rinunciare a spazi di libertà, ma soprattutto alla possibilità di avere una grande opportunità di leggere come è messo il mondo. Dai commenti dei lettori emerge l'umanità o la disumanità, la profondità come la superficialità. Poi sta a noi "professionisti" della comunicazione dare maggiore o minore spazio alle questioni.
Edgar Morin, uno dei maggiori pensatori viventi a 88 anni sostiene che “la Rete può aiutare la pace e la libertà, ma anche il contrario. Nella Rete c' è un contrasto tra due tipi di etica: un'etica della libertà che lascia spazio a tutte le opinioni, anche a quelle che le vanno contro, e un'etica della comprensione umana, legata alla natura universale di Internet, che supera la semplice comunicazione. La comunicazione trasmette solo informazioni, che vanno organizzate e contestualizzate per arrivare alla conoscenza. Il passo successivo è la comprensione umana, ma ci vuole un minimo di empatia o di simpatia tra le persone”.
Insieme alla possibilità di aver allargato la partecipazione e continuare a estendere la sua diffusione va perciò cercata la strada per tenere sempre più in considerazione la qualità della comunicazione e delle relazioni. Non si deve dimenticare però che nel nostro Paese esiste un grave problema culturale e di formazione e se non ripartiamo da qui servirà a poco ogni ragionamento. Assisteremo sempre più agli schiamazzi e a commenti simili ai cori degli stadio. È un prezzo che va comunque pagato. Occorre saperlo e bene ha fatto Riotta a sollevare la questione.
Il direttore termina poi il suo articolo con spunti ironici verso i tanti che inondano la rete di insulti e sciocchezze di vario genere. Prima però lancia alcune ulteriori riflessioni positive. “Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell'onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l'uguaglianza”. E prosegue affermando che “la rete 2010 deve diventare questa città ugualitaria: dove gli esperti e l'informazione di qualità parlano ai cittadini, e i cittadini fanno sentire la propria voce senza rancori e follie anonime”.

martedì 5 gennaio 2010

Brothers, Obama e la guerra

La guerra fa schifo e gli Stati Uniti devono farci i conti ogni giorno. Brothers di Jim Sheridan mette le mani su un tema classico come quello dei reduci. Nel film ci sono tre diverse generazioni coinvolte. Sam che viene creduto morto in battaglia in Afghanistan, le sue figlie e suo padre che aveva fatto il Vietnam. Attraverso una storia familiare che coinvolge i rapporti tra Tommy, la "pecora nera" che cambia e si prende cura delle nipotine e Sam, si affronta un tema così complesso e delicato come quello della guerra.
Tema su cui Barack Obama viene chiamato in causa continuamente. È la storia che lo impone al di là di ogni buona volontà. Il presidente finora si è mosso con grande maestria e in un anno di crisi devastante per il proprio paese ha lanciato messaggi distensivi e di pace. Ma oggi è chiamato a compiti sempre più diffcili.
Il cammino di Obama è stato profondo e ha dovuto affrontare questioni profonde che hanno a che fare non solo con la sua storia e quella del suo paese. Il suo linguaggio è figlio di quella crescita, di quella consapevolezza e sa che può cambiare gli Stati uniti. La riforma del sistema sanitario è un esempio, ma non l'unico. È un passo storico che si somma a quelli fatti per togliere mille discriminazioni che sotto Bush erano solo cresciute. Basti pensare all'abolizione delle differenze salariali tra uomini e donne, alla riapertura dei diritti nei confronti di ogni diversità. Sul tema della guerra vivrà la più profonda delle contraddizioni e con queste deve fare i conti.
È utile per riflettere quanto scrive Vittorio Zucconi su Repubblica.
"Le parole non hanno vinto, non ancora... La "bushizzazione" di Obama è dunque avvenuta, manifestata nell'inasprimento progressivo del linguaggio? La "educazione sentimentale" del giovane Barack è completa? Non proprio. Obama è un presidente che deve fare la guerra a chi lo attacca, ma non è, e non vuole considerarsi, un "presidente di guerra". "Non ha l'ethos e il mito del guerriero che ossessionavano Bush" dice sempre Brennan, "ha la cultura del costituzionalista con il terrore di stravolgere la Costituzione". Ma la guerra picchia ai vetri dello Studio Ovale, con la eterna tentazione della vendetta".

lunedì 4 gennaio 2010

Obama e l'Aids

Da oggi le persone sieropositive e malate di Aids potranno liberamente circolare negli Stati Uniti. Una legge voluta da Obama approvata il 2 novembre cancella il divieto di ingresso e permanenza negli Stati Uniti per le persone affette da Hiv/Aids, in vigore dal 1987.
"Se vogliamo essere leader mondiali nella lotta all'Hiv/Aids, abbiamo bisogno di agire così senza marchiare le persone affette dal virus" aveva detto Obama dando l'annuncio di voler tenere nel 2012 la Conferenza mondiale sull'Aids proprio negli Stati Uniti.
Alla faccia di quanti non vogliono vedere la volontà di cambiamento di Barack Obama.

sabato 2 gennaio 2010

Welcome

Bilal arriva a Calais convinto che il suo viaggio verso Londra è ormai finito. A separarlo dalla sua amata resta solo la Manica. Si accorge presto che come lui hanno creduto facile raggiungere la Gran Bretagna centinaia di immigrati. La città francese, a ridosso del porto, è un brulicare di miseria e disperazione.
Il film di Noiret è coraggioso, bello e intenso. Racconta il dramma di Bilal per affrontare un tema scottante come quello delle migrazioni. È un film che si presta a tante letture diverse perché sullo sfondo c'è anche un'altra storia d'amore finita tra Simon, che "adotterà" Bilal insegnandoglia nuotare e sua moglie insegnante e volontaria per dare assistenza ai "clandestini".
Ogni personaggio ha un suo rovescio ed emerge la distanza tra le motivazioni, il senso della vita, semplice e poetico di un ragazzino che scappa dal Kurdistan per amore e due adulti forti e determinati schiacciati dalle proprie contraddizioni. Le stesse che emergono all'interno di una comunità ricca e opulenta come quella francese che sceglie il pugno di ferro per contrastare l'arrivo di tanti immigrati in cerca di fortuna a costo anche di restringere pesamentemente la libertà e alimentare un decadimento dei valori fondanti del proprio paese.
Un film assolutamente da vedere e che sembra la parte terminale dello straordinario libro di Fabrizio Gatti titolato proprio Bilal e che racconta l'odissea dei clandestini per uscire dai propri paesi alla ricerca di una vita diversa.
Non ci sono soluzioni facili e il regista non toglie nulla alla drammaticità della situazione e narra la storia senza alcun elemento di retorica, vittimismo o facile buonismo. È un film che ci interroga profondamente e ci vorranno anni per uscire da questa fase drammatica e che, seppur con caratteristiche diverse, tanto costa al mondo intero.