giovedì 29 luglio 2010

Leggere, amare sognare (26)

Il verbo leggere non sopporta l'imperativo,
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...

Daniel Pennac



Acquistati
- Giornalismo e nuovi media, Sergio Maistrello, Apogeo
- Spiaggia libera tutti, Chiara Valerio, Editori Laterza

Ricevuti
- I geni altruisti, Gabriele Milanesi, Mondadori

Letti
- Giornalismo e nuovi media, Sergio Maistrello, Apogeo
- Nel mare ci sono i coccodrilli, Fabio Geda, B.C. Dalai editore
- Le cose fondamentali, Tiziano Scarpa, Einaudi
- Il rettilineo è una tortura, AAVV, FBE edizioni
- Una madre lo sa, Concita De Gregorio, Mondadori


Le recensioni

lunedì 26 luglio 2010

Io non sono razzista, però...

Siamo razzisti o no? Molti dei commenti ai fatti successi quindici giorni fa ruotano intorno a questa domanda. Ma si "abbiamo a che fare solo con due deficienti che hanno esagerato" è una posizione che potrebbe accomunare tanti, ma non ci aiuterebbe a capire cosa è successo a Roberta e soprattutto cosa sta succedendo nelle nostre città.
Le botte che questa ragazza brasiliana ha preso solo perché aveva reagito verbalmente ai richiami di una coppia sono assurde. Lo sono sempre in qualsiasi contesto. Diventano intollerabili quando seguono a espressioni quali "negra di merda torna a casa tua".
Varese è casa sua. Vive qui Roberta, studia qui. Sua mamma assiste una famiglia italiana e porta il proprio contributo al miglioramento delle condizioni sociali di questo paese.
Come le si può gridare "vattene"? Che diritto abbiamo? Che fine ha fatto l'umanità? La vicenda è tanto più delicata e non può esser liquidata con due battute anche per i protagonisti che entrano in scena. Una donna in stato di gravidanza avanzata e suo marito che ha in braccio un bambino piccolo. Due persone che dovrebbero avere una sensibilità ancora più elevata grazie alle esperienze che stanno vivendo. Evidentemente non è così. Se arrivano a mettere le mani addosso a una giovane ragazza che ha come unico torto l'essersi lamentata del caldo, qualcosa non va.
Questa coppia vive un disagio. Se questo abbia ragioni personali non sta certo a noi indagare, ma certe espressioni sono figlie di una mentalità che si fa dilagante, che diventa "opinione" diffusa. E allora altroché se abbiamo a che fare con il razzismo. Un razzismo strisciante, schifoso, di quello che se non ci stai attento ti prende e ci sei dentro fino al collo senza essertene reso conto. Un razzismo con cui ognuno di noi deve fare i conti perché è fatto di stereotipi e pregiudizi. Un razzismo che individua nell'altro il colpevole dei miei disagi personali, perché è molto più facile trovare fuori da noi le responsabilità, che non farci carico delle cose e affrontarle.
Allora girarci dall'altra parte o fare tanto gli equilibristi cercando tutti i distinguo o tutte le azioni buone e accoglienti davvero serve a poco.
A poco però serve anche dividere questa nostra società in buoni e cattivi. Quelli che si mettono la casacca dell'antirazzismo e attaccano subito, con ricette certe non aiutano affatto a capire.
Fa bene oggi un esponente sindacale, dalle pagine di un quotidiano locale, a raccontare il disagio che vivono i lavoratori della Sila, l'azienda che gestisce il servizio di trasporto pubblico. La loro attività è delicata, è sempre a rischio e una presenza sempre più massiccia di cittadini extracomunitari complica tutto. Lo fa non perché gli italiani sono brava gente e gli altri tutti delinquenti, o comunque pericolosi, ma perché culture e abitudini diverse quando entrano in rapporto suscitano sempre timori e possibili incomprensioni. Banalizzando molto basti pensare ai profumi e agli odori.
Gli autisti degli autobus, come il personale sanitario, ma anche gli insegnanti e altre categorie di lavoratori a contatto con il pubblico sono sempre in prima fila. Dobbiamo tenerne conto prima di inveire o di promuovere iniziative contro di loro (c'è un'associazione che chiede di spedire email alla Sila per far prendere posizione all'azienda), anche quando si rendono colpevoli di fatti gravi.
Certi comportamenti assurdi, quali la violenza, non possono comunque trovare attenuanti o giustificazioni. Derogare a questo è pericoloso e toglie ogni certezza dei diritti individuali
Questa società non ha ritorni. Si deve andare avanti e abbiamo circa il 10% della popolazione extracomunitaria. Quando inizieremo a capire che a questa situazione, oltre ad alcuni problemi, porta già ricchezza e ne potrà portare sempre di più, allora avremo iniziato a costruire la storia e saremo usciti dalle catacombe. Ricchezza che non si misura in denaro, ma in relazioni, in cultura, in capacità di apertura e di conoscenza.
La giustizia farà il suo corso nella storia di Roberta. Chi l'ha picchiata deve rispondere di quei gesti, ma non è con azioni ostili che si costruisce un vivere civile e sereno. E ogni volta che ci viene da pronunciare o ci capita di ascoltare la frase "io non sono razzista però..." fermiamoci a parlarne. Ci farà solo bene.

Stereotipi e accoglienza

Siamo terra di api e ne andiamo orgogliosi. Questi insetti, oltre a produrre un ottimo miele, hanno molto da insegnarci.
“Un gruppo di ricercatori della Zoological Society of London è andato a Panama per studiare la vita sociale delle vespe locali. Le scoperte effettuate da questi ricercatori hanno cancellato stereotipi vecchi di secoli sulle abitudini degli insetti sociali.
Fin dal momento in cui il concetto di «insetti sociali» (che comprende api, termiti, formiche o vespe) è stato coniato ed è entrato nell’uso, nessuno, né gli zoologi più esperti né il pubblico profano, ha mai messo in discussione l’idea che la «socievolezza» di questi insetti fosse limitata ai membri della colonia di appartenenza, il luogo in cui sono venuti al mondo e dove portano il bottino delle loro scorribande alimentari, per condividerlo con il resto della popolazione autoctona dell’alveare. La possibilità che qualche ape o vespa operaia varchi i confini che dividono una colonia dall’altra, abbandoni l’alveare di nascita per unirsi ad un altro alveare era considerata come un’idea incongrua, perché i membri natii della colonia avrebbero prontamente scacciato il cane sciolto, eliminandolo se questi avesse rifiutato di allontanarsi.
Questa convinzione non è mai stata messa in forse. Non era ancora venuta in mente a nessuno, né all’uomo della strada né agli specialisti, l’idea che fosse necessario tenere traccia del traffico tra un nido e l’altro o tra un alveare e l’altro. Per gli studiosi, l’assioma degli istinti di socializzazione limitati ad «amici e parenti» o «alla comunità di appartenenza» era «logico», per la gente comune era «sensato». Non che mancassero gli strumenti per rispondere alla domanda: era la domanda ad essere giudicata immotivata. Quello che passa per «logica» o per «buon senso» tende sempre a cambiare con il tempo.
Contrariamente a tutto quello che si sapeva o si riteneva di sapere da secoli, i ricercatori londinesi hanno scoperto a Panama che una larga maggioranza di «vespe operaie», il 56%, cambiano alveare nel corso della loro vita: e non semplicemente traslocando in altre colonie in qualità di visitatori temporanei, male accetti, discriminati e marginalizzati, a volte attivamente perseguitati, e comunque sempre guardati con ostilità, bensì in qualità di membri effettivi della «comunità» adottiva, che provvedono, al pari delle operaie «autoctone», a raccogliere cibo e a nutrire e accudire la nidiata locale.
La conclusione che si ricava è che gli alveari su cui è stata condotta la ricerca sono normalmente «popolazioni miste», con vespe native e vespe immigrate che vivono e lavorano guancia a guancia e spalla a spalla, divenendo, almeno per gli osservatori umani, indistinguibili le une dalle altre. Quello che le notizie in arrivo da Panama ci svelano è innanzitutto uno sbalorditivo rovesciamento di prospettiva: quello che fino a non molto tempo fa era ritenuto lo «stato di natura», si è rivelato, una proiezione sugli insetti di prassi fin troppo umane degli studiosi”.
Zygmunt Bauman, L’etica in un mondo di consumatori.

martedì 20 luglio 2010

La baldoria Giovannelli

Sta lì da tempo. Sia il furgone che la mia voglia di raccontarla.
A fianco a casa mia da un paio d'anni è venuto a vivere una mia vecchia conoscenza che ha il mio stesso cognome. Questo simpatico laziale ha un'attività ambulante con uno di quei furgoni che incontriamo di notte in vari punti della provincia.
E fin qui niente di nuovo o particolare, salvo che il suo mezzo si chiama la baldoria Giovannelli e lo parcheggia proprio sotto casa mia.
Ilarità iniziale degli amici e dei miei figli. Ora che mi sto preparando al lungo giro in vespa mi domando se non sarebbe più salutare chiedergli in prestito il suo furgone. per di più è già personalizzato.
Ma no! Andiamo in Vespa.

lunedì 19 luglio 2010

Tutti con il Grande fratello

Adotta una telecamera per il tuo comune. È l’ultima trovata di un’amministrazione del Varesotto. L’idea è semplice. Grazie all’installazione di un centinaio di “vedette” si vuole mettere sotto controllo il territorio contro possibili atti che turbino l’ordine e il decoro del paese. Il sindaco di Samarate non ha dubbi: «Rigore, puntualità e severità sono i punti fermi per migliorare la buona convivenza tra i cittadini».
Il suo comune spenderà quindi circa centomila euro per dotarsi di un centinaio di telecamere.
Il rigore e la severità stanno diventando le parole magiche che possono risolvere tutti i nostri problemi. Almeno così sembrerebbe. Settimana scorsa si ricordava lo stesso tenore di intervento da parte del ministro dell’Istruzione per cambiare la scuola. La risposta allora fu repentina, una valanga di bocciati in più. Poi per la qualità ci sarà tempo.
Ora vengono altre domande.
Una volta nei paesi e nelle piccole cittadine come Samarate, (non ce ne voglia il sindaco Leonardo Tarantino, ma le sue parole e progetti sono utili per riflettere), le persone tra loro si conoscevano. Esisteva, insieme con una socialità diffusa, anche un controllo sociale. Cambiamenti demografici, fenomeni migratori significativi e ritmo di vita diversa hanno via via modificato il modo di stare insieme dei cittadini.
A questo si è aggiunto però una diversa considerazione degli spazi pubblici. C’è scarsa attenzione ai momenti di socializzazione e di incontro. Una città viva, vissuta, partecipata sa reagire in modo energico a possibili elementi di devianza e inquinamento di una serena convivenza. Ha nelle sue corde la capacità di prevenire senza nemmeno saperlo, piuttosto che curare fenomeni difficili da risolvere. Certo oggi è più complesso perché siamo in presenza di una mescolanza di culture e abitudini. A maggior ragione c’è però bisogno di incontro e di capacità di ascolto.
Siamo così sicuri che i nostri territori abbiamo così tanto bisogno delle telecamere per prevenire atti illeciti? O forse non sarebbe più opportuno chiedersi come rivitalizzare le comunità grazie alla partecipazione dei cittadini?
A meno che il sindaco Tarantino non sia rimasto colpito dalle recenti indagini sulla ‘ndrangheta che ha così inquinato la vita dei paesi confinanti al suo. Se le indagini venissero confermate c’è da non star tranquilli perché vi sono coinvolte anche figure istituzionali.
Se fosse questo a sollecitare Tarantino restiamo però ancor più dubbiosi, perché lui appartiene a quello stesso partito, la Lega Nord, che si appresta a votare una legge (quella sulle intercettazioni) che mette in difficoltà i magistrati proprio nelle indagini contro il crimine.
Nel caso della criminalità organizzata, ma anche del malcostume politico, occorre avere un giusto mix tra mobilitazione popolare e attività repressiva delle forze dell’ordine. Questa seconda è fondamentale per garantire la sicurezza ai cittadini.
Nelle nostre piccole comunità siamo invece così sicuri che la convivenza si migliori grazie al rigore alla puntualità e alla severità?

giovedì 15 luglio 2010

Non è un coast-to coast… è un coast-coast-coast!

“Un giornalista, mio concittadino o quasi, in Vespa (ahimé frull…), per ripercorrere il coast-to-coast da Ventimiglia a Trieste compiuto da Michele Serra nel 1985 (quella volta in Panda)”.
Lorenzo205, al secolo Franchini, ha pubblicato sul forum diVespa online questo post. Carina la replica di Blueyes… “Non è un coast-to coast… è un coast-coast-coast!”

Le strade di agosto

Inizio a guardare con maggiore attenzione le strade da percorrere. E inizio ad imparare. Ad esempio: e chi lo sapeva che la più lunga è la statale 16 Adriatica che corre da Otranto a Padova con ben 1.000 km tondi?
La seconda è l’Aurelia (SS 1) con 697 km e sarà la prima su cui la vespa sperimenterà il lungo percorso da Ventimiglia a Roma.
Poi la Tirrena inferiore (SS 18) da Napoli a Reggio Calabria per 535 km. E la Jonica (SS 106) da Reggio a Taranto per 491 km.
Ovviamente niente autostrade.
dal blog In vespa.com

domenica 11 luglio 2010

Senza maturità

Arrivano i primi dati con gli esiti degli esami di maturità. E arrivano le prime conferme. Il rigore richiesto dal ministro Gelmini sembra trovar seguito. Ai tanti non ammessi alla fine delle lezioni si sommano adesso altri respinti. Il numero dei “non maturi” negli ultimi anni è così triplicato. Oltre trentamila giovani dovranno ripetere l’ultima classe e riprovare a superare la maturità il prossimo anno.
L’Italia è uno dei paesi europei con la scolarità più bassa e con la più alta dispersione scolastica. Condizione che non si supera certo usando una “manica più larga”, ma colpiscono le evidenti contraddizioni di una sistema che fa acqua da tutte le parti.
Come si fa a migliorare una condizione preoccupante se ogni volta che si devono fare tagli della spesa pubblica, la scuola è sempre la prima ad essere presa in considerazione?
Una condizione che riguarda ormai anche la nostra provincia dove verranno chiuse numerose scuole a seguito della cosiddetta riforma.
Come si può affrontare con serietà il lavoro degli insegnanti, se questi non passa giorno, che non vengano apostrofati come fannulloni? E che senso ha formare classi di trenta e passa alunni?
Come si può chiedere maggior rigore agli studenti se ogni modello loro proposto premia furbi e arrivisti?
La scuola sconta trasformazioni e cambiamenti sociali profondi. Negli ultimi dieci anni, insieme con una forte spinta multietnica, c’è stata una vera e propria rivoluzione che riguarda principalmente il sistema della comunicazione e questo ha inciso in modo rilevante sui modelli educativi.
La distanza tra gli studenti e i loro insegnanti per la prima volta ha messo a disagio gli adulti. Quando gli attuali maturandi hanno iniziato il loro percorso scolastico eravamo in un altro mondo. Il digitale faceva allora la propria comparsa e questi ragazzini sono cresciuti assorbendone ogni evoluzione. Per tante ragioni non è andata nella stessa maniera ai loro insegnanti. Oggi iniziamo a vedere i risultati.
Gli studenti hanno bisogno di guide, di progettualità, di aver fiducia nei propri maestri. Le risposte alla loro crescita umana, culturale, spirituale non la trovano certo su Google, ma nemmeno in un sistema contraddittorio che non sa far altro che chiedere solo maggior rigore, quasi che fosse colpa loro se sono stati abituati così, dove tutto è dovuto e subito.
La maturità mette in risalto questa crisi della scuola e gli esami oscillano tra desiderio di “vendetta” da parte di alcuni insegnanti e momento di liberazione per molti studenti. Il percorso educativo si scontra così con un mero esercizio numerico dove conta solo la somma di frazioni di valutazioni.
Per affrontare questo momento, che ha anche dei potenziali straordinari, occorre avere una visione del futuro e una fiducia nelle giovani generazioni. Occorre recuperare il senso di responsabilità e di condivisione in cui ognuno possa sentirsi protagonista della crescita e sviluppo della propria comunità. Il rigore verrà poi di conseguenza.

giovedì 8 luglio 2010

Acciaio

Si legge tutto d'un fiato il libro di Silvia Avallone. La domanda che mi è risuonata più spesso è se lo abbia scritto proprio lei. Complimenti perchè per una ragazza così giovane, appena 25 anni quando è andato in stampa, narrare una storia di questo genere non è affatto semplice.
Acciaio è un romanzo a più facce. Ci sono le storie di ragazzine adolescenti con le loro crisi, i loro rapporti, le paure, le angosce, ma anche il cinismo e la cattiveria. La loro vita è influenzata in modo forte dal contesto, ma soprattutto dai più grandi. I loro genitori sono la generazione che è uscita dalla miseria, ma che deve fare i conti ancora con la fatica fisica, la condizione operaia, ma soprattutto con i cambiamenti di una società che li spaventa.
Droga, sesso, amore si intrecciano alla fabbrica, all'acciaieria Lucchini spa. La Avallone entra in fabbrica e lo fa con coraggio, spietata, senza concedere niente ai facili sentimentalismi o a ideologismi che appaiono qua e là ma solo come contorno. Drammatiche le figure maschili adulte. I padri di Anna e Francesca, le due protagoniste del racconto, sono due "mostri". Il primo perché vive fuori da ogni legalità ed è presente solo grazie alle cose e non agli affetti. Il secondo perché geloso pazzo della figlia che sta crescendo la massacra di botte, abituato già a farlo con la moglie. Una miseria intellettuale che cerca riscatto solo in rari momenti di forte emozioni per i protagonisti.

mercoledì 7 luglio 2010

Le cose fondamentali

Ero rimasto incantato da Stabat mater iniziando da questa lettura la conoscenza di Tiziano Scarpa. Così non potevo mancare il suo ultimo lavoro, Le cose fondamentali. Un po' preoccupato del confronto con quel testo poetico che mi aveva fatto innamorare dello scrittore veneziano. Non sono rimasto deluso. Le cose fondamentali è un libro profondo nelle riflessioni e per niente scontato e banale nello sviluppo della storia.
Leonardo, da pochi giorni padre, decide di tenere un diario per il suo Mario. Lo fa pensando a quando avrà 14 anni e da adolescente inizierà a scoprire il mondo e a ribellarsi ai genitori. La sua scrittura è tutta proiettata al futuro. Nella prima parte il racconto scorre seguendo la vita del neonato. Finche il piccolo Mario non fa virare a 360 gradi la vita di Leonardo e di sua madre Silvana.

domenica 4 luglio 2010

Giornalismo e nuovi media

“Eravamo abituati all’industria e dovremo con ogni probabilità ricominciare dall’artigianato, ma è una sfida per molti versi elettrizzante”. Sergio Maistrello nel suo Giornalismo e nuovi media non ha dubbi sullo sviluppo dell’editoria. Il suo libro è il migliore fin qui scritto su questo delicato tema.
“Indietro non si torna” è il titolo dell’introduzione di un lavoro diviso in due parti. La prima racconta “il nuovo ecosistema” con tutte le implicazioni della Rete. La seconda entra poi direttamente nelle “implicazioni sul giornalismo”.
Il libro è di un’utilità assoluta per tutti gli addetti ai lavori, ma interessanti per tutti. Davvero completo, a partire da una bibliografia notevole e aggiornamenti fino al marzo 2010.
Unica pecca resta la scarsa trattazione delle realtà locali. C’è davvero una sorta di vuoto. A difesa dell’autore c’è ancora un forte ritardo del sistema dei giornali locali online, ma di esperienze iniziano ad essercene tante. Quello che preoccupa è una certa disaffezione alla dimensione locale che invece diverrà quella di maggior interesse sia per le comunità territoriali che per i possibili modelli di business. Verrebbe troppo facile motivare questa critica raccontando l’esperienza di Varesenews, ma la questione è ben più ampia.
Maistrello la accenna appena lasciando ancora un buco. Ormai però è questione di tempo e anche di questo si inizierà a parlare con maggior cognizione di causa.
La dimensione locale è estremamente interessante perché diventa la concretizzazione del glocal narrato anni fa da Abruzzese. La Rete abbatte spazi e rimodula il tempo. Permette condivisione a ogni distanza, ma le nostre vite si svolgono all’interno di territori ben definiti e almeno una parte della nostra quotidianità restano influenzate da questi spazi. Al tempo stesso le comunità locali influenzano la nostra vita sociale e culturale. Per tutte queste ragioni i giornali online locali saranno lo sviluppo naturale di tutte le potenzialità della Rete.
Tornando al libro il lavoro di Maistrello è stato comunque notevole. Affronta ogni aspetto con competenza e con il giusto taglio.

Non saremo clandestini

“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. L’articolo 21 della Costituzione è chiaro e segue un principio fondamentale dove si afferma che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Siamo di fronte a uno dei presupposti essenziali per un paese moderno e democratico. Una garanzia non per i giornalisti e gli editori, ma per tutti i cittadini. Quanto invece sta succedendo in Italia in queste settimane è il sintomo di una società malata che sta smarrendo ogni prospettiva di crescita umana e culturale.
La manifestazione del primo luglio e la giornata di silenzio fissata per il 9 sono gravissime. Lo sono perché la protesta non ha alcun carattere corporativo. Di fronte al tentativo di mettere il bavaglio all’informazione i vertici della federazione nazionale della stampa parlano di una “resistenza civile del 21 secolo che mai avremmo pensato di inaugurare”.
Tutto nasce dal decreto sulle intercettazioni. Un provvedimento che viene presentato come un’esigenza primaria per tutelare la privacy, ma che in realtà ha un unico scopo: impedire che i giornalisti, e non soltanto loro, possano raccontare e quindi far conoscere quello che riguarda il potere. Un provvedimento anche molto pericoloso per la lotta alla criminalità.
Di fronte a tanti problemi che stiamo vivendo, l’agenda politica e istituzionale è sempre alla rincorsa su questioni che riguardano solo la difesa di chi esercita il potere. L’Italia continua così a spaccarsi a metà come una mela ripercorrendo quella tradizione delle battaglie tra Guelfi e Ghibellini. Un dispendio di energie da fare paura. Se fosse possibile un calcolo di quanto ci costa questo bisogno di “resistenza”, non solo in termini economici, resteremmo allibiti tutti.
La domanda lecita che si dovrebbe fare ogni cittadino è sul perché di tanta urgenza oggi su questi temi. Ci stiamo accorgendo ormai da troppo tempo che nella contrapposizione trova poco spazio il ragionamento serio e pacato. Il potere mostra così tutta la propria arroganza e incapacità di pensare seriamente ai bisogni della comunità. Un comportamento che non permette nemmeno di stimolare cambiamenti che non possono essere ulteriormente rimandati in un settore, quello dell’editoria, che vive una stagione di grandi fermenti, ma anche di profonda crisi. Così facendo resta solo lo spazio per una contrapposizione forte che non serve a niente e a nessuno, ma tanto è.
In questo momento non si può tacere. Farlo sarebbe esser conniventi con quanti non vogliono alcun controllo, e vorrebbero che gli italiani pensassero solo ai propri interessi personali. Una società così sarebbe meno democratica, più individualista, più egoista e meno matura. Per queste ragioni, “non clandestinamente, ma alla luce del sole ripeteremo che la libertà è un bene fondamentale, che è conoscenza e chi considera l'informazione un pericolo sarà sconfitto”.

Nel mare ci sono i coccodrilli

C'è bisogno di questa letteratura, anche se il libro di Fabio Geda fatica a decollare a causa di una narrazione piatta. Nel mare ci sono i coccodrilli, come recita il sottotitolo, racconta la storia vera di Enaiatollah Akbari, un ragazzino fatto scappare dalla propria madre dall'Afghanistan. Un vero e proprio pellegrinaggio doloroso e durissimo tra Pakistan, Iran, Turchia e Grecia, fino ad approdare in Italia. Un libro in cui l'autore fa parlare in prima persona il ragazzo stemperando sempre la drammaticità della storia.
Ricorda Il cacciatore di aquiloni, senza averne però l'intensità narrativa. Resta comunque un libro importante perché testimonia di un'altra Italia che sa accogliere e comprendere. La storia del piccolo Enaiatollah è la storia di migliaia di uomini e donne fuggiti dalla propria terra martoriata da guerre e disastri vari.

giovedì 1 luglio 2010

Il conto alla rovescia di un sogno

Ci sono sogni di cui è difficile trovare le origini. Capisci il richiamo, il fascino, magari anche l’elemento di sfida, ma perché nascano resta un pezzo di mistero.
Il viaggio ha sempre questa caratteristica. Poco conta se è in terre lontane, se si sviluppa lungo sentieri di montagna fatti e rifatti o nelle stradine di una città sconosciuta.
Da oggi in un nuovo blog, In vespa, racconto i preparativi di un lungo giro in vespa.
Partenza il primo di agosto, quindi tra un mese, da Ventimiglia e arrivo il 31, o giù di lì, a Trieste.
Circa 3.600 chilometri lungo la costa del Belpaese. Giorno dopo giorno lo racconterò in diversi modi. Il web con questo blog, con Facebook, Twitter, Youtube, Flickr, Varesenews, Lombardianews, L’unità online sarà protagonista. Insieme anche collegamenti quotidiani con Radio Number One e articoli sulla Prealpina e sull’Unità.
Tutto il viaggio sarà seguito da una vera e propria band con me fisicamente itinerante. L’altro componente, quello misterioso e affascinante sarete voi che, per ragioni diverse ogni tanto, potrete stimolarne racconti e visioni.
Inizia il conto alla rovescia.