lunedì 31 maggio 2010

Leggere, amare sognare (24)

Il verbo leggere non sopporta l'imperativo,
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...

Daniel Pennac



Acquistati
- L'altro siamo noi, Enzo Bianchi, Einaudi
- Caino, Josè Saramago, Feltrinelli
- La fabbrica di Nichi, Cosimo Rossi - Nichi Vendola, Manifestolibri
- La caccia al tesoro, Andrea Camilleri, Sellerio
- Tu, mio, Erri De Luca, Feltrinelli
- Cappuccini e brioches, Carlo Chiodi, Concreo edizioni

Ricevuti
- Gianni Rodari e la signorina Bibiana, Zangarini, Macchione, Vaghi, Macchione
- Strane cose, domani, Raul Montanari, B.C Dalai editore

Letti
- Gianni Rodari e la signorina Bibiana, Zangarini, Macchione, Vaghi, Macchione
- Hanno ragione tutti, Paolo Sorrentino, Feltrinelli
- L'altro siamo noi, Enzo Bianchi, Einaudi
- Tu, mio, Erri De Luca, Feltrinelli
- Cappuccini e brioches, Carlo Chiodi, Concreo edizioni


Le recensioni

domenica 30 maggio 2010

Tutti pazzi per iPad

Le contraddizioni aiutano a conoscere meglio la realtà. Superarle poi è un obiettivo difficile, ma spesso necessario.
Da venerdì ci sono lunghe code per acquistare l’ultima creatura tecnologica. L’iPad è arrivato anche nei negozi italiani e in un battibaleno è andato esaurito. Non è un computer, non è un telefono. È un dispositivo nuovo, non paragonabile a nulla di quello che c'è in giro. È un prodotto che vuole rivoluzionare l'editoria. Pur non essendo inchiostro digitale, lo schermo è d'alta qualità e non è paragonabile a quello di un computer: è più piacevole per la lettura, affatica molto meno. Per i libri, l'applicazione disegnata è davvero ben fatta e simula alla perfezione un libro vero. Ancor più appetibile lo scenario dell'istruzione: i libri di testo peserebbero meno, costerebbero meno e sarebbero persino interattivi. Anche i giornali di carta stampata qui potrebbero vivere una seconda giovinezza.
Varese si è subito distinta regalandone una copia ad ogni ministro presente al G6. Un omaggio alla moda, ma non solo. Un modo per far ricordare la città anche una volta che ognuno sarà tornato nel proprio Paese.
Per gli amanti della tecnologia una settimana allora da ricordare.
Da ricordare però anche per un altro dato meno pubblicizzato. Secondo una ricerca dell’Istat oltre un milione e settecentomila ragazzi tra i 15 e i 29 anni non usano il computer.
Salta agli occhi così una contraddizione che dà bene l’idea di quale sia lo stato del Paese. Disuguaglianze ancora profonde tra un mondo ricco e che sa cogliere subito ogni cambiamento, e un altro che ancora non ha accesso agli strumenti di base.
I dati peggiorano pesantemente se guardiamo altri indicatori culturali. Il 43% dei ragazzi non legge nemmeno un libro. L’ambiente famigliare di provenienza conta moltissimo: legge chi ha genitori che leggono e che tengono libri in casa. Si registra il 41,3 per cento di lettori tra i figli di 15-29 anni che hanno al massimo 50 libri in casa, ma la percentuale sale al 73,4 per cento tra chi vive e cresce in una casa con più di 200 libri. Insomma, alla fine legge solo chi ha libri a casa, e usa il computer chi ha genitori che ne possiedono uno e lo sanno usare.
Quello che preoccupa è l’assenza per ora di una risposta adeguata a tale situazione. La scuola, sempre secondo quella ricerca, non compensa questa diseguaglianza sociale. Gli studenti italiani sono preoccupanti e collocano il nostro Paese sempre al di sotto dei valori medi dell’Ocse. Se è vero che l'introduzione dell'obbligo scolastico ha annullato le differenze sociali nel conseguimento della licenza media, lo stesso non si può dire per i titoli superiori, dove continua invece a pesare una forte disuguaglianza legata alla classe sociale della famiglia di provenienza degli studenti.
Euforia per l’ultimo gioiello da una parte, e carenze culturali e formative strutturali dall’altra, sono una bella contraddizione da superare. Si capiscono anche così alcune delle ragioni che fanno dell’Italia un Paese sempre più bloccato.

domenica 23 maggio 2010

Regala un libro a chi vuoi tu

Bella l'iniziativa di oggi che propone di regalare un libro per amore. Amore per il compagno, la compagna di una vita, per i figli, i genitori. Amore per un amico, per un vicino di casa, per una collega di lavoro. Illibro è amore per la vita, per la cultura, per il sapere, ma ancor più per le emozioni.
Promuovere i libri è amare in tutti i possibili sensi. Fa bene allospirito, ai sentimenti e anche al corpo. Insomma ha tutti gli stessiingredienti della relazione con l'altro.
Il libro facilita la conoscenza e come tale abbatte il pregiudizio. Non a caso la furia ideologica uno dei primi atti li dedica alla messa all'indice o alla distruzione anche fisica dei libri. È andata così dai tempi di Cirillo con la biblioteca di Alessandria d'Egitto, fino ai roghi nazisti del secolo scorso.
Occorre avere cura e amore per i libri perché sono un elemento importante di ogni civiltà. Il libro è bello anche come oggetto, con i suoi profumi, la consistenza della carta, i colori. È frutto di grandi professionalità che mettono in campo proprie creatività in ogni elemento. Certo è il suo contenuto che ne fa la ricchezza, ma anche la grafica, la stampa hanno un ruolo importante.
La nostra è una terra di produzione del libro. Non solo per i diversi autori che abbiamo avuto la fortuna di avere, si pensi a Rodari, Chiara, Sereni, Morselli, Liala e più recentemente Pariani, Morazzoni, Raffo e tanti altri, ma perché moltecase editrici vengono ancora nel Varesotto a stampare. E così il librodiventa anche un prodotto che garantisce posti di lavoro.
Alla ricchezza dell’anima si contribuisce così anche a quella economica e sorprende così vedere chi haruoli di responsabili della vita pubblica avere meno attenzione a questo mondo.
Dopo un decennio di storia, con successi e risultati alterni, quest’anno chiudono le principali rassegne di promozione del libro. C'è poco dagiustificarsi sostenendo che altre iniziative stanno prendendo piede. Abbiamo già elogiato la capacità di organizzare importanti iniziative. Sono molti gli attori sul territorio chepropongono iniziative legate al mondo del libro, ma è completamente assente una regia che le tenga insieme e come si diceva si abbandonano anche le lunghe rassegne nelle città della provincia.
Quei tendoni nelle piazze che da maggio a settembre si riempivano, oltre a promuovere i libri, erano momento di incontro, di socializzazione, di dibattito eanche di stimolo alla conoscenza. Era portare il libro in modo nobilein mezzo alla vita dei cittadini. Ci vogliono anni a creare un'abitudine e attimi a distruggerla. Peccato.
Comunque, pure qui da noi oggi è festa per il libro, anche se siamo un po' più poveri

La nostra vita

Un affresco su questa nostra Italia. Il film di Daniele Luchetti attraverso la vita di Claudio e della sua famiglia mostra tanti vizi del bel paese. Lo fa senza giudizi, senza pretese di spiegare niente.
Il protagonista, interpretato da un grande Elio Germano, fa il muratore a partita iva. Sembra felice e vive un rapporto di profondo amore con sua moglie Elena e i due figli. La gravidanza avanzata non toglie il desiderio alla giovane coppia che ha un'intesa forte. Claudio non immagina quale tragedia gli sta per capitare. Elena muore di parto. Il neonato Vasco sopravvive.
La vita di Claudio spensierata e guidata da un parziale rigore di su moglie ha una svolta quando incontra una donna rumena. Decide di fare i soldi e di permettere così ai figli di avere ogni oggetto da loro desiderato. Per farlo entra in un meccanismo di illegalità e di espedienti. Luchetti è abile perché niente è estremo. Claudio cerca di fare quello che può con i figli, i suoi operai, la sua famiglia. Viene aiutato ma tiene per se tutto il dolore. Non ha dimestichezza con alcune emozioni e la vita rimane solo quello che conosce che vede.
"La vita va così" e non pensa che possa esser diversa. A modo suo è accogliente ma è quasi "analfabeta" rispetto ad alcuni sentimenti e situazioni.
La nostra vita è un film importante, con una buona sceneggiatura e interpretazione ci fa entrare in pezzi di vita di un'italia dove sembra non esserci più spazio per il bene comune e per la comunità e dove ognuno si deve trovare le proprie risposte solo personali. Se c'è
chi poi paga pazienza perché la vita va così.

venerdì 21 maggio 2010

L'amico ritrovato

Che bello oggi. Sono in spiaggia da un'ora a leggere Caino di Saramago. Sono appena arrivati Alessio e Stasi, due bambini di quinta elementare. Sono venuti in bici da Tarquinia paese a circa sei km dal mare. Le loro mamme non sanno niente e si sono portati il costume e stanno facendo il bagno mentre gli controllo vestiti e bici. Sono uno spettacolo, Alessio è di qui, Stasi è moldavo ed è in Italia da due anni.
Ho con me anche il libro di Enzo Bianchi sul bisogno di cura dell'altro ma guardare sti due cuccioli vale più di ogni trattato. Uno spettacolo e già che ci sono starò anche attento che non affoghino.
Resto comunque un padre...

L'altro accanto

"Comunichiamo a distanza, interagiamo in "tempo reale", ci sentiamo connessi a una rete globale, ma distogliamo lo sguardo e il cuore da "l'altro accanto a noi", nella paura che il diverso cessi di restarci estraneo e inizi a inquietare la falsa sicurezza che regna tra i "simili"..
Enzo Bianchi, L'altro siamo noi, Einaudi

Gli sfigati di facebook

Era il titolo di un post di alcuni mesi fa. Lo uso ancora perché rende bene l'idea di come spesso vengano considerati gli iscritti del popolare social network. In questo tempo passato il numero di quanti usano facebook è cresciuto in modo esponenziale. E con questi molte pagine scritte e anche i primi libri. Ci sono questioni nuove di rilevanza incredibile. Si pensi solo al diritto all'oblio, ovvero a non vedere "in piazza" per sempre propri materiali, siano questi foto, video, audio o semplici testi.
Prima ancora che temi specifici credo che facebook sia il più grande laboratorio umano mai esistito. Le persone che lo usano sono vere e postano lì pezzi della propria vita. Che si esprima attraverso pensieri, citazioni, video o altro poco conta. Così come il fatto che molti, anche impegnati in politica o nel sociale, passino ore a giocare a farmville è un pezzo di puzzle di identità che si esprimono liberamente. Certo a volte viene da chiedersi quanta sia la consapevolezza di quanto stiano facendo, ma perché nella vita reale non è forse lo stesso?
Il web è un alfabeto e sta ai singoli, alle comunità costruire e strutturare le narrazioni. È irritante leggere presunti esperti, soprattutto tra psicologi ed educatori, che dall'alto delle loro torri d'Avorio sentenziano. I social network sono un fenomeno nuovo di dimensioni impressionanti sia per quantità di persone coinvolte che per tipologia di possibili esperienze. Occorre avere l'umiltà dell'ascolto e quel che più difficile della partecipazione. Non basta
guardarlo con distacco perché non se ne comprenderebbero tante implicazioni emotive. Abbiamo bisogno di tempo e intanto possiamo tutti pensare a cosa significhi per noi stessi starci dentro. Quanti hanno poi doti di analisi ci aiuteranno a conoscere meglio, ma qui le vecchie categorie di chi pretende di irradiare il proprio sapere dall'alto sono definitivamente saltate. Ed è anche per questo che non si tratta proprio di sfigati.

Il desiderio della leggenda

Abbiamo bisogno di sognare, di sentir scorrere il sangue delle passioni, di leggende. E il cinema, di fronte alle incognite del futuro si rifugia nella storia. O ancor meglio nel suo intreccio con
la leggenda.
Agora e Robin Hood appartengono entrambi a questo filone. Guarda caso dove la ricerca della verità, della giustzia e della libertà fanno passare quasi in secondo piano le carneficine.
Agora narra di Ipazia, la grande filosofa di Alessandria d'Egitto che intorno al 400 dc vide tramontare prima gli ultimi seguaci degli dei e poi scacciare gli ebrei a vantaggio di un cristianesimo ormai religione di stato. Fanatismo e miseria si mescolano alla ricerca della verità sul sistema solare e sul funzionamento della terra e degli astri. Religione, politica, cultura e amori segnano il destino di una generazione dove sembra trionfare solo la violenza.
Il duo Scott - Crowe di Robin Hood è una garanzia e non tradisce le attese. Un mix di Gladiatore e Salvate il soldato Rayan ma il film tiene grazie a un ritmo a cui il regista ci ha abituati.
I fedeli della storia storceranno il naso, ma Scott ha puntato tutto sulle emozioni e sulla netta separazione tra buoni e cattivi.
Due film che non sono solo di svago, anche se non lasciano molto oltre quello. Meritano di esser visti anche se c'è davvero da riflettere su un periodo storico per il cinema che, salvo rare eccezioni, più che di terrorismo, fantasy e leggende ha davvero poco da proporre. Se la cava
quasi meglio il tanto bistrattato Made in italy.

giovedì 20 maggio 2010

Dialogo secondo Enzo Bianchi

Dialogo: parola che si lascia attraversare da una parola altra; intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture, di etiche; cammino di conversione e comunione. Il dialogo non ha come fine il consenso, ma
un reciproco progresso, un avanzare insieme.

A Tarquinia

lunedì 17 maggio 2010

La giusta ribellione

Ci sono parole che non vanno molto d’accordo tra loro. Nell’ultima settimana al centro di molte notizie, insieme a crisi è apparsa spesso la parola austerità.
Era dall’inizio degli anni settanta che non si sentiva così tanto pronunciare. Allora ebbe un epilogo nelle domeniche senza auto in cui si cercava di dare una risposta alla crisi energetica.
Oggi è legata al debito che sta mettendo in ginocchio interi stati e che fa interrogare tanti su quale sarà il futuro.
Combinare l’esigenza della ripresa economica e della crescita con quella di una condivisa austerità non è semplice. Non aiuta per niente la memoria perché i processi di cambiamento di questi anni sono stati rapidi e travolgenti. Siamo passati da un’economia materiale a una sempre più immateriale dove sono le relazioni a fare la differenza.
Le persone hanno paura di perdere i diritti acquisiti in anni di fatiche e sacrifici e in questo quadro ogni risposta individuale è completamente inadeguata.
L'austerità che si chiede per affrontare la crisi va bene se è accompagnata da piani di sviluppo chiari e da regole più serie che incentivano gli investimenti in innovazione, scuola, ricerca, connessioni e infrastrutture.
Questo richiede un cambio di rotta a tutti i livelli. Si prenda ad esempio l’innovazione. Spesso è vista un po’ come il coniglio che esce dal cilindro di un prestigiatore che, quando deve pensare a un nuovo esercizio, usa un numero che ha sempre il suo effetto. L’innovazione è figlia invece di un atto di ribellione che non accetta più quanto già esiste e crede sempre possibile un miglioramento.
Vale in tutti i campi ed è uno dei motori forti dell’economia. Oggi ha una sua contraddizione però perché è vista spesso come legata a filo doppio alla competizione. Occorre rimettere in discussione questa idea perché innovare non per forza significa spingere in quella direzione. In un mondo globalizzato le risposte individuali di una volta sono inadeguate e serve invece maggiore cooperazione.
Viviamo un’epoca di cambiamenti fondamentali dal punto di vista culturale, non più semplicemente tecnologici. La cultura si muove conoscendo la tecnologia ma digerendola, imparando a conoscerne le conseguenze, arrivando a guidare il processo non a subirlo.
Abbiamo bisogno di credere che il futuro è nelle idee e che non è un risultato di qualcosa di ignoto, ma il prodotto di quello che stiamo facendo e pensando adesso.
In un periodo florido e di crescita questo è più facile, ma è proprio durante queste crisi che serve vedere le cose con l’idea del cambiamento.
Il nostro paese può avere le carte in regola ma la politica deve essere la prima a crederci e l'austerità va bene a condizione che non si disperdano risorse in varie forme di corruzione, evasione fiscale e lavoro nero. Ne abbiamo di strada da fare.

giovedì 13 maggio 2010

Ti spacco la faccia

Dopo D'Alema che manda a farsi fottere Sallusti arriva Chicco Testa che minaccia Mario Tozzi.
C'è tanto nervosismo nell'aria.
A cominciamo Bene, programma del mattino di RaiTre si parla di nucleare. Si confrontano il geologo, critico verso l'uso dell'energia atomica, e l'ex ambientalista diventato invece da tempo un sostenitore dell'energia nucleare.
A un certo punto Chicco Testa sottovoce minaccia Tozzi: «Non ti permettere di dire che io guadagno dei soldi perché ti spacco la faccia, è chiaro?». Tozzi esterefatto risponde «Se mi minaccia allora, aspettate perché qui c'è qualcuno che mi sta minacciando».
Intervengono anche i conduttori e cercano di riportare la calma. «Quello che ho sentito non lo voglio più sentire. Stop», dice la conduttrice in studio». «A me la faccia non me la spacca nessuno», insiste Tozzi. Tu mi hai minacciato. Questa è una cosa gravissima», aggiunge rivolto all'ex presidente dell'Enel. «Come si vede sono talmente forzuto...», cerca di smorzare Testa. Poi la lite si calma.

Il video

martedì 11 maggio 2010

Le favole di Rodari

"Bastava l'osservazione di un fatterello per suggerirgli l'idea di una favola". Ambrogio Vaghi ricorda un Gianni Rodari giovanissimo e impegnato su tanti diversi fronti. Lavoravano insieme a L'ordine nuovo, una rivista con sede in una bella villa di via Staurenghi.
La guerra era appena finita ed erano anni di grande fermenti. "Discutevamo della nostra formazione e delle nostre letture. Gli scambi di opinione e le verifiche teoriche a commento dei fatti del giorno erano frequenti".
Macchione editore ha il merito di aver realizzato un libro importante per ricordare i novanta anni del popolare scrittore. "Gianni Rodari e la signorina Bibiana" presenta i racconti e gli scritti giovanili dal 1936 al 1947. Sono gli anni in cui ha vissuto a Gavirate.
Una bella biografia apre il poderoso volume dove saggi e materiale originale si alterna permettendo al lettore di conoscere un Rodari un po' inedito.
"I ricordi del pane, del forno, del fornaio torneranno sovente nell'opera di Rodari, - scrive Pietro Macchione - così come l'immagine del gatto, protagonista multiforme di innumerevoli avventure, animale legato alla circostanza della morte del padre, con il quale ha un rapporto affettivo profondo".
I primi racconti Gianni Rodari li pubblicò nel 1936 su L'azione giovanile, settimanale legato all'Azione Cattolica e su Luce. Un secondo gruppo trovò spazio per una copiosa collaborazione con Il corriere prealpino poi diventato La prealpina.
"Dagli scritti dell'adolescenza e della giovinezza, - scrive Chiara Zangarini - non è solo il Rodari affabulatore che traspare: sono presenti altri elementi che ritroveremo, giunti a maturazione e sperimentati, nel Rodari pubblicista e giornalista.
Gli anni varesini sono quelli della formazione a tutti i livelli, prima di spostarsi definitivamente a Milano. I luoghi della nostra provincia torneranno spesso nei suoi libri per bambini. La signorina Bibiana, che dà anche il titolo al libro, è "la prima applicazione del che cosa succederebbe se..., della tecnica della metamorfosi, un tema presente fin dalla mitologia".
Il libro, insieme con i saggi, presenta decine di scritti e racconti. Rodari aveva avviato una collaborazione con Il corriere prealpino pubblicando le prime novelle che avrebbero poi portato ai meravigliosi libri come Le favole al telefono e tanto altro.

domenica 9 maggio 2010

Capaci di futuro

“A Luino sono un po’ generosi”. La sera dopo un magico incontro, in cui gli era stato conferito il Chiara alla carriera, Andrea Camilleri è intervenuto nella trasmissione di Fazio.
Quel premio gli è stato dato “per aver sedotto l’intero pianeta con i suoi racconti”. Una motivazione importante che è stata accolta da grandi applausi.
Una testimonianza del peso e dell’importanza della cultura. La forza di un messaggio che quando è vero, autentico, unisce al di là delle differenze. Camilleri è stato interprete perfetto di tutto questo e il suo affetto per Luino è emerso nel teatro di quella città, e poi riportato nella popolare trasmissione della Rai.
Negli ultimi giorni sono successi tanti altri fatti che possono farci riflettere in quella direzione. Protagonisti il mondo della scuola, della formazione e dell’economia. A dimostrazione che esiste un fil rouge che permette al nostro territorio di presentarsi a tutto il Pese e al mondo con caratteristiche che spesso restano troppo nascoste.
Alcuni istituti delle superiori in provincia stanno avviando corsi di lingue a noi lontane, come l’arabo, il russo e il cinese. E torna protagonista la voglia di innovazione, ma soprattutto la seduzione della cultura. Emerge anche da alcune parole dell’imprenditore Michele Tronconi, quando parla del nostro rapporto con la Cina. Il presidente di Sistema moda Italia sostiene che noi siamo rispettati, “perché ci considerano alla pari, in quanto espressione di una civiltà antica”. Una civiltà che ha una storia importante, e che non deve aver paura dell’altro, perché la conoscenza della cultura dell’interlocutore è sempre fondamentale per capire e saper agire. Questo non risolve certo i tanti problemi aperti con l’Oriente, ma certamente può cambiare prospettive.
Un altro personaggio legato a Varese ha spezzato ogni confine. Gianni Rodari, che verrà festeggiato nei prossimi giorni, è stato un ponte tra le scuole varesine e quelle di Shanghai. Sono piccoli segnali, ma ancora una volta indicano quale possa essere il peso e la ricchezza della cultura.
A questo proposito giocano un ruolo importante anche le Università, vere vetrine, oltre che luogo principe della formazione.
La Liuc e l’Insubria, insieme con le loro attività con gli studenti, promuovono il territorio e sono capaci di sviluppare iniziative importanti. La prima viene da un recentissimo tour per l’Italia per far conoscere la realtà di Castellanza ai tanti giovani che devono scegliere un ateneo per il loro futuro. L’essere piccoli diventa così un elemento distintivo, ma non per la sua possibile debolezza, ma per la possibilità di avviare relazioni costruttive tra il mondo del lavoro e quello del sapere.
L’Università dell’Insubria, da parte sua, è capace di attrarre personalità di grande rilievo come il presidente della Camera Gianfranco Fini che è venuto a Varese per tenere una lezione di due ore a oltre duecento studenti.
Tutto questo in dieci giorni e non è poco. Queste iniziative non nascono dal caso, ma sono il frutto del lavoro di tante persone diverse. Hanno come filo conduttore un’idea di futuro ed è proprio nel bello e nella cultura la sua forza.

sabato 8 maggio 2010

Grigi compagni del Pci

Stamattina nel leggere i giornali sono incappato nella "solita" notizia su possibili collusioni tra il capo della protezione civile e gli affari. Poi in giro in vespa sotto l'acqua mi tornava in mente Enrico Berlinguer. Uno che durante il terrorismo la domenica non usciva di casa per non costringere i poliziotti della scorta a doverlo seguire rinunciando così a stare con la propria famiglia.
Una visione parziale ma che dà l'idea della distanza dell'attuale politica dalla vita dei cittadini comuni.
E di lì a Io se fossi Dio di Giorgio Gaber il passo è stato breve.
E quanto ci manca quel rigore, quell'ironia.

I video
Parte prima

Parte seconda

venerdì 7 maggio 2010

Hanno tutti ragione

È brutto da dire, ma il libro di Paolo Sorrentino l'ho finito per forza. Se ne avrà a male più Daniel Pennac che dice che il lettore ha il diritto di lasciarlo lì se non piace, ma non ci sono riuscito.
E così l'ho letto fino alla fine. Si stava riprendendo a un certo punto e poi niente da fare. Non mi è piaciuto per niente.
Mi infastidisce una scrittura sconnessa, nervosa, che procede con un linguaggio e una sintassi che vuole essere "sperimentale". Del resto ero avvisato e quindi peggio per me. Già dalla prefazione Sorrentino non fa mistero che se ne infischia delle regole lessicali sparando due pagine senza punteggiatura in cui Tony Pagoda spiega cosa non sopporta.
Quanto è stato grande nel suo film Il divo, quanto l'ho trovato poco convincente e a tratti noioso in questo suo Hanno tutti ragione. Anzi, forse è proprio quel narrare del film, con i suoi ritmi sincopati, ma anche geniali, che si riflette troppo nel libro. E leggere un romanzo con nella testa il ritmo di una pellicola non è cosa buona e giusta.
Zeppo di battute buone per citazioni, me ne sono annotate diverse, davvero mi ha lasciato insoddisfatto. Belle le pagine dove racconta degli scarafaggi a Manaus, ma troppo poco.
Pazienza...

giovedì 6 maggio 2010

Cosavogliodipiù

Un affresco neorealista. Soldini torna sulla crisi delle relazioni famigliari, ma siamo lontani anni luce da quel Pane e tulipani pieno di speranza e di bellezza. Gli angoli magici di Venezia sono sostituiti da scorci di una brutta Milano, dei suoi cantieri e dei suoi treni di periferia.
La speranza di vite "strampalate" di quel film, che lo fece conoscere al grande pubblico, sono sostituite da quelle più ordinarie di Cosavogliodipiù.
In questo film non c'è liberazione, ma solo disperazione e non può bastare la passione dei corpi a colmare l'assenza di responsabilità dei protagonisti. Anna e Domenico si incontrano e scoppia una pulsione sessuale potente, ma senza eccitazione, se non la loro che era lì pronta a esplodere come un bisogno ormai da troppo represso. Anna per via del suo compagno delizioso, ma ormai quasi alla pace dei sensi, se non per un desiderio di famiglia e paternità. Per Domenico invece è un tram tram, fatto anche di difficoltà economiche, con due bambini piccoli e una vita che appare piatta e che è la stessa di tanti.
Un affresco piccolo borghese che diventa potente nella relazione tra i due amanti. Non c'è alcun dialogo e parlano solo i corpi di soggetti incapaci di reale cambiamento. Incapaci, loro malgrado, di assumersi responsabilità. Più che innamoramento appare un bisogno di fuga, di passione, di via di uscita senza ripensare e riformulare niente. Non c'è sogno, non c'è speranza e le grigie periferie con le case acquistate con mutui sudati sulla propria pelle e legati a lavori piatti sono il simbolo più forte di questa narrazione.
Una società incapace di futuro, forse proprio come quella che ci viene presentata ogni giorno.

mercoledì 5 maggio 2010

Un brutto spettacolo

"Vada a farsi fottere". Lo scatto rabbioso e liberatorio di Massimo D'Alema passerà alla storia. Non è stato un bello spettacolo. Ancor meno quello offerto dal premier, quando in una conferenza congiunta con il responsabile dell'Ocse ha affermato che in Italia c'è perfin troppa libertà di stampa.
La politica ha smarrito il senso e un certo giornalismo provocatorio e fazioso non fa che alimentare rancori e divisioni. La puntata di ieri sera di Ballarò è stata l'esempio del corto circuito che stiamo vivendo. Si discute di moralità e di rapporti tra affari spregiudicati e politica e il vice direttore del Giornale (lo stesso dell'affare Boffo) non trova di meglio che accostarlo a vicende di ben altro tenore portando all'esasperazione Massimo D'Alema che lo insulta dicendo a Sallusti “la pagano, per questo! Le manderanno qualche signorina”.
Parole gravissime che un politico di alto profilo rivolge a un giornalista, che seppur fazioso e al servizio di una testata di parte, sta svolgendo il proprio lavoro. È il frutto di un'esasperazione inverosimile dove un ministro dà le dimissioni e non risponde alle domande dei giornalisti. Del resto ha un buon esempio dal suo capo di partito e anche del Governo.
Un pezzo della trasmissione di ieri sera resta comunque inquietante, perché anziché informare si trasforma in un setting da psicanalisi, se non fosse che Floris fa il giornalista e non il terapeuta.
Ancor peggiore però è lo spettacolo che offre il premier parlando di troppa libertà di stampa. Di quale stampa parla? E di cosa ha da vantarsi?
Fa bene a tutti ricevere i complimenti dell'Ocse sul lavoro della protezione civile, ma parliamo dello stesso organismo per cui siamo in fondo alle classifiche per cultura e scolarità e per tante altre cose. Faremo meglio a occuparci di questi temi anziché continuare a scambiarci pugni in questo ring rabbioso.
Altro che troppa libertà di stampa. Il premier vorrebbe che tutto funzionasse come le sue televisioni e il suo giornale che non trova di meglio da fare che demolire le persone.
Abbiamo bisogno di un'informazione libera, ma davvero "con la schiena dritta" perché altrimenti è a rischio eccome la democrazia.
La politica è una cosa seria, ma non sta dimostrando il meglio di sé e non è certo per colpa dei giornalisti.
Tutto questo teatrino arriva nello stesso giorno in cui un ex assessore (che era da tutti dichiarato innocente) ha patteggiato una condanna per le responsabilità che gli venivano imputate. Di fronte a questo, ancora dentro il tribunale, il giornalista gli ha chiesto se tornerà a fare politica.
Abbiamo davvero tutti smarrito il senso. Ritroviamolo in fretta altrimenti non basteranno tutti gli psicanalisti in Italia per uscire da questa situazione ridicola e pericolosa.

martedì 4 maggio 2010

"Vada a farsi fottere"

D'Alema provocato da Sallusti sbotta con il pubblico che si spella le mani.
Serata calda a Ballarò. Dopo uno scambio bello teso tra Lupi e Padellaro è il turno del vice direttore del Giornale e di Massimo D'Alema. Accuse e insinuazioni sulla storia di Affittopoli e volano parole grosse. "Vai a farti fottere" dice D'Alema senza mezze misure e poco dopo incalza “La pagano, per questo! Le manderanno qualche signorina”.
Floris ha tentato di rimediare, ma ormai...

Il video

Tricolore e carta igienica

"Come il crocefisso, il tricolore è un simbolo importante della comunità. Hanno significati profondamente diversi, ma entrambi scatenano accesi dibattiti".
Attacca così il mio editoriale di ieri su una vicenda a Malnate. Un assessore ha aderito a un gruppo di Facebook che attacca il tricolore. Grande dibattito e oggi Varesenews pubblica una esilarante intervista con la nostra bandiera nazionale.

"Ci metto la faccia"

Intervista su Varesenews dell'assessore della Lombardia Raffaele Cattaneo. Lega, Pdl, Fini, ma soprattutto mobilità, pendolari e progetti.
Interessante anche per la schiettezza con cui si presenta.
"Ci metto la faccia" e cambierò i treni.
Con Pedemontana gli è riuscita, questa è una sfida più complessa. Staremo a vedere.

lunedì 3 maggio 2010

I cappuccini e le brioches di Carlo Chiodi

Una serata calorosa e davvero bella per ricordare Carlo Chiodi e presentare il suo libro con decine di interviste. Bravi tutti e davvero il modo più bello per continuare a respirare l'aria bella che Carlo ci ha regalato in questi anni.

FarmVille questa grande passione

Ore cinque del mattino. "x gli amici di farmaville, per finire la serra, mi manca 5 green beam. 2 glass sheet e 2 irrigation pipe, grazie tanto chi mi aiuta ciao a tutti".
Tranquilli non è un Sos a cui rispondere con ansia, anche perché nel frattempo (aggiornamento alle 13) mancano solo i 5 green e quindi siamo vicini alla fine.
Con simpatia è oltre un mese che assisto ai movimenti su FarmVille da parte di diversi amici del popolo di Facebook. C'è amore della terra, gioco, ma anche qualche sintomo di dipendenza (ma chi non ne ha...?).
Mia nipote si alzava anche di notte per raccogliere frutta e verdure e cadde nel panico un giorno che non poteva farlo chiedendo aiuto a parenti e amici.
Mi ha colpito che il fenomeno è molto femminile e ha "colpito" molte militanti della sinistra.
È un gioco e credo risponda a diversi desideri. Mi piacerebbe capire meglio e giuro è vera grande curiosità...

domenica 2 maggio 2010

Con gli occhi di un bambino

È un affabulatore e resteresti ad ascoltarlo per ore e ore. Il segreto sta nella semplicità e nella capacità di stupore che Andrea Camilleri a 84 anni ancora vive. A Luino lo ha dimostrato in diversi momenti scatenando applausi, risate e soprattutto un grande affetto da parte del pubblico.
Sa guardare con gli occhi di un bambino e ascoltare con la saggezza di un anziano. Nel momento della premiazione ha scherzato con un bambino su chi avesse la cravatta più bella. Ha raccontato come il sentir giocare le proprie nipotine sotto la sua scrivania, gli permettesse di sentirsi ancora più vivo e scrivere con maggior gusto. Esilarante il ricordo dell'incontro con Luigi Pirandello quando aveva solo dieci anni.
"Prima vivere e poi filosofare" risponde a chi lo sta intervistando. È qui l'altra ragione di tanto suo successo. Camilleri è vero, autentico. Non è un personaggio costruito in niente. La sua "saggezza" è popolare, viene dai racconti dei contadini, della gente al mercato. Lui esce di casa, va a comprare le sigarette e ascolta quello che le persone dicono e qualche volta ci intesse narrazioni.
A Luino c'era una magia pura. Saltano così tutti quei luoghi comuni, a cui tra l'altro Camilleri, come Chiara prestano molta attenzione, che descrivono il Varesotto come freddo e distaccato. Nel teatro sociale l'entusiasmo e l'affetto per il maestro era palpabile quanta l'emozione di tutti quelli che hanno messo piede sul palco.
Ho avuto la grande fortuna di ascoltare Camilleri dieci anni fa al salone del libro di Torino. C'erano mille persone e uscii con un'emozione che mi aveva perfin fatto piangere. È vero che ho mezzo sangue siciliano, perché mia mamma è nata proprio nel cuore di quell'isola, ma era stato lui, con le sue parole a farmi rievocare qualcosa di profondo che nemmeno io conoscevo.
Sul palco allora duettavano due siciliani ed era più semplice. Si scambiavano ricordi di Leonardo Sciascia e di Elvira Sellerio ed era poesia pura anche quando raccontavano di numeri e di mafia.
A Luino Camilleri è stato rispettoso del luogo omaggiando sinceramente il suo maestro Chiara e utilizzando pochissimo il dialetto.
Sapeva bene quanto una polemica sull'unità d'Italia qui avrebbe echi forti e non ha mancato di sfiorare con semplicità, ma altrettanta profondità questo tema senza bisogno di enfatizzare niente.
Un vero dono averlo avuto qui e un vero grazie a quanti lo hanno permesso tra autorità e organizzatori.

sabato 1 maggio 2010

Il giorno dopo Fini

"Una scommessa l'ha vinta, Fini. Nessun media tradizionale ha parlato dei temi che ieri ha portato alla platea. Non sono un finiano, non sono di destra, ma da giornalista sono convinto che ciò che ci sta sfuggendo ormai è la comprensione dei temi. Il tema di ieri era, finalmente, il futuro dell'Italia. Non so se Fini sia sincero, se avrà il temperamento di realizzare qualcosa, ne dubito. Ma vedo i giornali di oggi e di che parlano: di Bocchino. Sta accadendo lo stesso che con la Lega. Si parla della cazzata di Bossi sui fucili e intanto la Lega inaugura sedi e amministra i piccoli comuni e porta a casa voti. Si parla del vaffanculo di Grillo e intanto questo gira le piazze e porta a casa voti. Poi - solo poi - ci stupiamo della "grande sorpresa". Prevedo questo: succederà lo stesso coi temi di Fini. Anche se non vincerà politicamente, fra 5 anni la politica parlerà tutta di blog, banda larga, pluralismo, formazione dei nuovi quadri dirigenti. Ma sarà già troppo tardi".
È quello che ha scritto Alessandro Franzi commentando il mio post su Facebook.
Oggi i giornali, con rare eccezioni, tra cui Prealpina con Federico Bianchessi, titolano e strillano su questioni che non ci fanno fare un solo passo avanti.
C'è poi da dire che quelli che erano presenti smetteranno di leggerli questi giornali, compresi, purtroppo, quelli che leggo anche io.
C'è da riflettere gente. Basta sottrazioni, iniziamo a guardare avanti e riprenderci il mano il futuro. Altro che Bocchino e Berlusconi.

Viva Camilleri

Il suo personaggio più popolare, il commissario Montalbano, è entrato nelle case di tutti gli italiani. Le sue storie sono diventate un caso editoriale e poi un grande successo televisivo.
Andrea Camilleri arriva nel Varesotto per ritirare il Chiara alla carriera. Lo accoglierà Luino, la patria del nostro popolare scrittore che così bene ha descritto abitudini, tic, espressioni della gente della sua terra.
È una festa grande per gli amanti della cultura.
Ci sono diverse ragioni di fascino in questo incontro con lo scrittore.
Camilleri venne scoperto da Gianni Riotta che, da buon siciliano, lesse Il birraio di Preston mentre era su un aereo diretto a New York dove lavorava. Il giornalista restò fulminato e la sua successiva recensione fu l’inizio del più grande successo editoriale in Italia degli ultimi 15 anni.
Quel libro, al di là della bella storia che racconta, è un manifesto di un modo di far uso dell’italiano.
Fa emergere tutta la capacità affabulatrice di Camilleri che è una delle ragioni del successo.
Lo scrittore ha il merito di aver reso nobile il dialetto, e lo ha fatto con uno di quelli più ostici come il siciliano. Il suo uso non è un’alternativa folkloristica all'italiano. Con lui il dialetto diventa una varietà della lingua nazionale con la stessa dignità e le stesse possibilità stilistiche. Un’operazione che permette alla storia linguistica italiana e alla dialettologia di non guardarsi più in cagnesco.
Camilleri dà valore al suo siciliano e con coraggio lo mescola all’italiano, ma anche alle espressioni discutibili come quelle di Catarella, il personaggio più rocambolesco e divertente delle storie del commissario Montalbano, che utilizza un italiano maccheronico, misto al dialetto. “Dottori, lei putacaso mi saprebbi fare la nominata di un medico?”
Camilleri gioca con le parole e il dialetto senza mai alzare steccati culturali. Il suo mescolare storie personali, storiche e sociali con l’uso di un linguaggio originale, al tempo stesso legato alle tradizioni dei luoghi, ricorda tanto l’attenzione che si mette al dialetto anche dalle nostre parti.
La differenza di Camilleri sta però nel valorizzare le tradizioni senza perdere l’importanza e il valore dell’Unità d’Italia. Il dialetto diventa così non un elemento di divisione, ma una caratteristica propria del territorio la cui cultura si fa però universale.
Le sue storie sono attente all’inclusione sociale, sono contro ogni sopraffazione e discriminazione.
E non è un caso che l’editore palermitano Sellerio, oltre a Camilleri, abbia pubblicato con coraggio il primo romanzo della nostra Laura Pariani, che scrive in lombardo lunghe parti dei suoi racconti.
Va dunque riconosciuto il merito agli organizzatori del Premio Chiara di aver invitato Camilleri a Luino, perché l’incontro tra culture è quanto di più affascinante esista.