venerdì 30 aprile 2010

Leggere, amare sognare (23)

Il verbo leggere non sopporta l'imperativo,
avversione che condivide con alcuni altri verbi:
il verbo "amare"... il verbo "sognare"...

Daniel Pennac



Acquistati
- Delete, Vicktor Mayer Shonberger, Egea
- Adolescenti, David Bainbridge, Einaudi
- Il nipote del Negus, Andrea Camilleri, Sellerio

Ricevuti
- Una testa selvatica, Marie-Sebine Roger, Ponte alle grazie
- Hanno ragione tutti, Paolo Sorrentino, Feltrinelli
- Io, Jean gabin, Goliarda sapienza, Einaudi
- Effetto lifting.it, Silvia Giovannini, Macchione

Letti
- Una testa selvatica, Marie-Sebine Roger, Ponte alle grazie
- Il dono al tempo di internet, Marco Aime - Anna Cossetta, Einaudi
- Le donne non invecchiano mai, Iaia Caputo, Feltrinelli
- Il nipote del Negus, Andrea Camilleri, Sellerio
- Effetto lifting.it, Silvia Giovannini, Macchione


Le recensioni

Ma chi ce l'ha più duro?

Sono lontano da Fini per cultura, storia e pensiero. Malgrado questo oggi ho scritto un editoriale di complimenti perché la sua lezione a Varese è stata davvero magistrale.
Mi hanno colpito le sue posizioni sulla libertà di stampa. Nessuna polemica e un discorso positivo che guarda in avanti.
Trovo fuori luogo la replica del senatore Rizzi che subito ha replicato sulla questione del modo di trattare le notizie che riguardano gli immigrati.
Un disco rotto quello di Rizzi e sarà bene iniziare a spiegare, a lui e a tanti altri, che in questo momento lavorano e vivono regolarmente, solo nella provincia di Varese, 52mila cittadini stranieri. Se provassimo a distendere il clima, a far vincere dei sani valori di accoglienza, invece di fare sempre a chi ce l'ha più duro?

giovedì 29 aprile 2010

Pensieri sconnessi al femminile

È tutto al femminile effetto lifting.it. Gli uomini, pur protagonisti, restano solo sullo sfondo. Al suo primo romanzo Silvia Giovannini se la cava bene. Mescola riflessioni, battute, lavori, sogni, amori con al centro la Carters & Son multinazionale del cosmetico.
Giovanna entra a lavorare nella comunicazione dell'azienda. La sua capa è Ludovica, la Xstrega, ai vertici la mitica Trudi Molteni. Il lancio di un rivoluzionario fluido fatale che rende la pelle sempre giovane tiene insieme tutti i personaggi, comprese Iaia e Silvia, rispettivamente sorella e amica di Giovanna.
L'amore è quello dei tempi di Facebook, che insieme con blog, forum, email è l'altro filo conduttore che sintetizza stati d'animo e momenti delle protagoniste.
"Mia nonna diceva che ogni ragazza dovrebbe trovare la scarpetta giusta per il suo piedino. Sono cresciuta con questa immagine affascinante, sognando di avere la fortuna di Cenerentola, o almeno di conoscere un calzolaio, per chiedere qualche consiglio. Da grande, però, mi è sorta qualche perplessità. La nonna si era dimenticata di avvisarmi che le scarpe sono veramente tante e non è facile cercare tra gli scaffali del centro commerciale". E così Giovanna, a 35 anni, si ritrova a sognare e fantasticare fino a ritrovarsi coinvolta in un rapporto amoroso problematico, che sarà una chiave per scoprire altri pezzi della storia del fluido fatale.
Lei è il personaggio centrale e, malgrado l'autonomia che rivendica, porta ancora i panni da lavare alla mamma, che così può continuare a spiare le abitudini della figlia. "Nel suo immaginario, lavorare nel settore della comunicazione di un'azienda che vende prodotti di bellezza, equivale a non fare assolutamente nulla, tutt'al più a friggere l'aria".
Le sue contraddizioni sono deliziose. "Io ho quel che si può definire il pensiero simpatico: quello che penso è molto simpatico, e divertente ed eloquente e intelligente e interessante e pertinente e opportuno nei tempie nei modi...Ma quando il pensiero esce dalla mia bocca non è più così frizzante. È un po'...sconnesso!" E invece sarà proprio questo suo fare a trovare l'idea forte del lancio del fluido fatale.
Il mondo del lavoro e gli spietati meccanismi della competizione vengono raccontati con leggerezza, ma non per questo in modo banale. Così come alcune delle scelte personali. "Silvia lavora da casa: una scelta che si è rivelata un'arma a doppio taglio. Si evita stressanti confronti con colleghi rompiscatole ma, alle volte, si ritrova a chiacchierare con gli elettrodomestici".
Donne arriviste, storie di amanti, mamme sole, mariti assenti sono protagonisti che rappresentano lo spaccato di una società che è davvero nel terzo millennio. E così non stupisce allora anche la mescolanza di internet e relazioni "reali" dando alla rete la dignità del semplice mezzo di comunicazione. Una sorta di post it elettronico dove si appuntano pensieri.
Si legge volentieri effetto lfting.it. Una scrittura diretta, semplice, a tratti divertente. Molti elementi, probabilmente autobiografici, si miscelano con armonia.

domenica 25 aprile 2010

Evviva la Basilicata

Che piacevole sorpresa Basilicata coast to coast. Belle le musiche, belli i paesaggi, belli i personaggi. Una commedia semplice che diverte. Una storia positiva dove la ricerca, il viaggio, l'amicizia, la poesia sono protagonisti dal primo all'ultimo minuto.
Un film pieno di ironia e di speranza. Finalmente!

sabato 24 aprile 2010

La magia delle Cinque terre

Sono stato due giorni alle Cinque terre. Ero passato in una zona del parco, ma mai nei suoi cinque paesi sulla costa.
Un incanto. Un pezzo di territorio autentico che sa di storia, di natura, di pace e relax. Un esempio di ottima organizzazione e marketing (pessima parola) territoriale.
È un po' caro, ma merita davvero una gita di almeno due giorni.
Dieci anni fa è nato il parco e questo è stato un impulso forte anche per l'occupazione. Complimenti a quanti ci lavorano.

Una sinistra che duri

Mio cugino Gianpaolo vive a Dakar. Da lì guarda al nostro paese e riflette su quello che stiamo vivendo con una grande lucidità e la semplicità di chi sa bene di cosa parla.
Cancella i post di Facebook ma gli ho chiesto di farmelo riavere. Eccolo.
"La sinistra italiana si innamora sempre delle metafore...i girotondini, i popoli viola, i grillini, le pantere, le onde, le federazioni elettorali, le poesie Vendoliane e i tavoli della Pace. Insomma tutta roba che dura qualche mese e basta.
MA POSSIBILE CHE NON C'E' NESSUNO CHE INVENTI UNA SINISTRA UNITA FORTE ONESTA E DURATURA?"

venerdì 23 aprile 2010

Abbiamo bisogno del venticinque aprile

Non è una semplice ricorrenza. Sessantacinque anni dopo la liberazione dal nazifascismo ci si divide ancora. Si fa la conta dei morti. Si chiede di dare pari dignità al sangue versato da una parte e dall’altra. Si prova a rileggere la storia come se, con regole nuove, questa “partita” potesse disporre di tempi supplementari che potrebbero cambiare il risultato.
C’è chi, ancora peggio, tenta di rimuovere tutto negando quanto successo.
Il venticinque aprile divide ancora molto. Eppure è una di quelle date di cui c’è davvero tanto bisogno. Da parte di tutti, perché quella è una partita chiusa per ciò che riguarda la storia, ma apertissima per ciò che riguarda le nostre vite di tutti i giorni.
La Liberazione da quel periodo buio, terribile, nefasto, portatore di morte che ci condusse alla seconda guerra mondiale è giorno di festa. La Liberazione dal nazifascismo si è compiuta sessantacinque anni fa e, dopo esser stato a lungo una giornata di memoria, adesso può diventare riflessione sul nostro presente e sul nostro futuro.
L’Italia deve molto a quel periodo e la Repubblica nasce grazie alla sofferenza, ma soprattutto alla speranza di molti.
La storia è una cosa viva perché ci riguarda tutti, perché ci permette di capire la dimensione collettiva. “La storia siamo noi, nessuno rimanga escluso”, come canta De Gregori.
Oggi però non abbiamo bisogno di quel venticinque aprile per continuare a dividerci tra vincitori e vinti. Neppure per continuare a ricercare una riappacificazione che faccia mediazioni dove non si tratta affatto di scomodare la matematica. E’ di una tristezza disarmante il dibattito di chi, di fronte all’immane tragedia dello sterminio di esseri umani, replica sempre invocando un’altra strage dimenticata, un ricordo diverso.
Abbiamo bisogno del venticinque aprile per superare le divisioni, perché la libertà, la democrazia, l’uguaglianza sono valori fondamentali da cui non si può e non si deve derogare mai. Non appartengono a una delle parti, non sono patrimonio solo di qualcuno.
Questo non è scontato, perché per molti di fronte alle paure, alle incertezze, alle tensioni, il fascismo può rappresentare ancora una risposta. L’uomo forte è un simbolo che rassicura. Fissa con determinazione ciò che è bene e ciò che è male. Assumendo il comando semplifica tutto. Non è per niente detto che serva la violenza, quanto meno nelle forme fisiche che conosciamo. Questo fascismo oggi non ha colori, non ha longitudini. Sta annidato e calmo e non è uno scalmanato come le camicie nere del ventennio.
Questo fascismo è l’antitesi della speranza di cambiamento, della crescita delle persone . E’ l’antitesi della spiritualità. Fornisce risposte semplici perché nessuno deve mettere in discussione la bontà delle scelte di chi lo fa per il “bene di tutti”.
Ogni momento storico ha il suo fascino e porta con sé speranze e pericoli. Quello attuale è condizionato dalla velocità, dalla diversa percezione dello spazio e del tempo. I riflessi immediati sono sotto gli occhi di tutti. Viviamo in un mondo globalizzato dove valori, tradizioni, significati, si mescolano e non potrebbe non essere così. Le radici che per secoli sono state ragioni di certezza, di solidità sembrano vacillare e la paura assume un ruolo da protagonista. Ci sentiamo tutti più insicuri e in un certo senso più fragili. In questa società “liquida”, come la definisce il sociologo Bauman, il concetto di radice funziona meno. E questo spaventa.
In un quadro così è più facile credere che le parole forti, l’uomo forte siano una possibile risposta giusta. Ci permettono una sorta di delega che deresponsabilizza. Quel fascismo è nell’aria come le polveri sottili. Dobbiamo prestare attenzione e non permettergli di avere il sopravvento. Entra dentro ognuno di noi molto più di quanto si possa credere. Per questo abbiamo tutti una grande responsabilità, che non ci permette di derogare ai principi fondamentali, affinché non si ripetano mai più momenti bui e torbidi come quelli sconfitti il venticinque aprile.

lunedì 19 aprile 2010

Una svolta per i giornali online locali?

Qualcosa sta cambiando. Era nell'aria ma ora c'è davvero movimento. Oggi nell'ordine mi hanno cercato Il sole 24ore e la Rai. I primi faranno una ripresa del lavoro di Nova24 di qualche settimana fa con una serie di brevi interviste tra cui una a me, dopo che avevo già scritto per loro.
Radio uno invece manda in onda su Notturno italiano, nel cuore della notte, un'intervista di Lucilla Noviello, sempre con me che racconta di Varesenews.
Eppur si muovono. Negli inserti (prestigiosi comunque), nelle ore più impensate, ma intanto si muovono. E siamo solo all'inizio.

domenica 18 aprile 2010

Il nipote del Negus

Andrea Camilleri si diverte e con Il nipote del Nugus torna a ricostruire pezzi di una storia, per lo più inventata, come aveva già fatto con La concessione telefonica.
Lettere, fax, documenti, articoli di giornale intervallati da conversazioni tra i vari protagonisti di una vicenda surreale.
Siamo tra l'agosto del '29 e il gennaio del '30. Il nipote del Negus decide di fare la scuola mineraria a Vigata. Il duce e vari personaggi del regime vogliono cogliere l'occasione per farsi belli con gli abissini. "Se i fatti più importanti, - racconta Camilleri in chiusura del suo lavoro, - quale il tentato coinvolgimento del Principe nelle intenzioni espansionistiche di Mussolini o le vicende delle sue tresche amorose o la sua beffa finale, sono del tutto inventati, rimane pur vero il clima di autentica stupidità generale, tra farsa e tragedia, che segnò purtroppo un'epoca".
Camilleri nel ricostruire queste vicende ci infila tanti gustosi sberleffi. Un'ironia sottile che diverte e al tempo stesso fa riflettere.

sabato 17 aprile 2010

Intervista con Antonio Padellaro

Un'altra diretta web. Stavolta con Antonio Padellaro, direttore del quotidiano Il fatto.
Mezz'ora a tutto campo sulle ragioni del successo, sugli sviluppi di internet, sul giornalismo e sui guai e le prospettive dell'Italia.

venerdì 16 aprile 2010

Arriva Il post di Sofri

Un nome che è tutto un programma. Luca Sofri lancia "Il Post" e ne sarà direttore. Una buona assonanza con il celebre "Washington Post", un fatto simpatico che non guasta mai.
Il celebre blogger autore di Wittgenstein mi racconta che "il post sarà un giornale online. È un termine con poco appeal, poco creativo ma di questo si tratta. Sarà un aggregatore, nel senso che noi non produrremo notizie ma le racconteremo. Competeremo con i giornali nazionali puntando su qualità e velocità".
Martedì il debutto. "La redazione è a Milano e ci lavoreremo in cinque. A questi si aggiungeranno diversi blogger. Ogni giorno sceglieremo alcuni temi e li svilupperemo"

Il pannolone e la badante

Badante. Ecco una parola che fino a dieci anni fa non esisteva. Un termine che non faceva parte del nostro vocabolario, ma neanche della nostra vita quotidiana. Badante viene dal verbo “badare”, cioè accudire, prendersi cura delle persone, animali o cose, avere attenzione per qualcuno o qualcosa.
Oggi almeno il dieci per cento delle famiglie italiane non potrebbe più fare a meno di queste persone.
Di questo se ne è accorta anche l’Istat che, dal 2010, ha inserito questa voce di spesa nel paniere per le rilevazioni mensili sull'andamento dei prezzi.
La questura di Varese nei giorni scorsi ha presentato la fotografia “ufficiale” della presenza dei cittadini extracomunitari che hanno un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In tutto sono 17.837 e di questi il principale settore di inserimento è proprio quello relativo alle badanti.
È uno dei segni dei tempi, dei profondi cambiamenti della nostra realtà sociale.
Nel 2002, con la riforma della legge sull’immigrazione (L. 189/02) e poi la sanatoria, è venuta fuori la parola badante per indicare una tipologia di lavoro separato da quello della collaboratrice familiare, quasi a dire: “noi, con questa nuova figura, abbiamo pensato a una copertura specifica per gli anziani”.
Qualche volta le parole possono anche nascere per disperazione. Esiste una nuova necessità che è determinata da mutamenti della società. La popolazione invecchia, i vecchi possono ammalarsi e purtroppo cessare di essere autosufficienti. Allora occorre qualcuno che “badi” a loro. Ed ecco nascere dalla fantasia dei burocrati una nuova figura professionale e quindi una parola fresca fresca che invano cerchereste (come sostantivo) nei dizionari: “il badante”, “la badante”, colui o colei che badano a questi vecchi, sollevando il peso che prima era portato da familiari affettuosi e riconoscenti.
La nuova parola è entrata nel nostro linguaggio comune ma non ci piace. Come per altre fasi storiche i cambiamenti profondi inquietano e preoccupano. Questo accade tanto più quando si tratta degli affetti. Iniziamo a farci i conti anche in storie quotidiane che, a prima vista, poco c’entrano con la parola badante.
In provincia di Brescia, un imprenditore ha deciso di pagare i debiti che alcune famiglie non potevano sostenere. L’amministrazione comunale aveva sospeso il servizio della mensa per quaranta bambini. Questi erano sia italiani che stranieri. L’uomo ha scritto una lunga lettera e in un passaggio afferma che “fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L'età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce li volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. È anche per questo che non ci sto. Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani”.

giovedì 15 aprile 2010

Maremma con i suoi sogni va all'Università

"Ho trovato questo blog, è venuto fuori abbastanza bene. Con la Maremma in senso stretto non niente a che fare..."
Roberta Milano insegna web marketing all'Università di Genova. È stata una delle relatrici agli stati generali del turismo in Maremma e ha aperto il proprio intervento con il mio blog.
"In particolare a me - racconta Roberta in un post del suo blog - è spettato parlare di Brand Reputation online e l'argomento mi appassiona: trovo che le destinazioni abbiano grandi margini di lavoro su questo tema. E' vero, Maremma è associato ad un noto intercalare che, specie sui social network, monopolizza un po' il termine, ma trovo che il sottotilo di questo blog (che NON è di un maremmano e non parla di Maremma) si avvicini molto al mio immaginario del territorio e - evidentemente - non solo mio".
Il sottotitolo: Maremma è un'esclamazione (spesso di stupore e meraviglia), un'imprecazione. È una terra straordinaria di confine. È uno spazio libero, di pensiero, idee, sogni, viaggi...
Una bella sorpresa per me. Lavoro con internet da 15 anni, ma ogni volta che succedono cose così non smetto di stupirmi della potenza del web.

mercoledì 14 aprile 2010

Le donne non invecchiano mai

"Non è una cosa da niente ammettere la dipendenza dalla voglia di uomini quando si è fatta dell'indipendenza dagli uomini una battaglia campale della propria vita. Ma è possibile che sia ancora il loro sguardo a stabilire chi e cosa siamo? A determinare la data di scadenza della nostra femminilità come fossimo yogurt o piselli in scatola?"
In queste frasi potremmo riassumere il libro della Iaia Caputo, Le donne non invecchiano mai.
Il titolo, come dice la stessa autrice, è un po' provocatorio e a tratti anche fuorviante perché il femminile è protagonista non solo legato al tempo.
Il libro ha una partenza folgorante. Davvero bello, poi in diversi capitoli si avverte uno scollamento, una specie di collage scomposto dove trovano spazio diverse narrazioni non sempre con un filo logico. Mi ha infastidito più volte il ritrovarmi a pensare al testo della canzone Cara ti amo di Elio e le storie tese. Un pensiero automatico che "inquinava", ma che l'autrice mi ha scatenato. Certamente è una lettura al maschile, ma il fascino sta proprio in questa contraddizione, che allora vivadio valorizziamo. Altrimenti si invecchia eccome. In questo schema oppositivo con il maschio, che poi rappresenta anche il potere, visto che è lui che gestisce ancora molto, quasi tutto, sembra non trovar spazio un'alternativa, una diversità. La ricchezza delle donne qui appare quasi rattrappita sempre per colpa di qualcosa che è fuori da sé.
"Invecchiare per le donne, - racconta la Caputo in un'intervista, - è diventata una faccenda più complicata. È un'esperienza del corpo non rinviabile, tangibile con effetti tangibili. È complicato in questo paese perché le donne sono assenti nella scena pubblica e sono tornate come corpi al grado zero del pensiero. Le donne con il passare degli anni sentono che il tempo le cancelli e pensano di essere di meno, contare meno. Il tempo genera un sentimento di perdita ed è un sentimento profondamente ingiusto. C'è stato un cambiamento spaventoso, antropologico del paese che è corrotto dal denaro. C'è tutta la dimensione simbolica del maschile più becero".
Nel libro ci sono spunti forti di riflessione e altri veramente fastidiosi. Che bisogno c'era di fare tutta una tiritela contro la tecnologia? Che bisogno ne ha una donna giovane, affermata, che svolge una professione che dovrebbe vivere costantemente spinta dall'innovazione? Perché ammiccare a quanti davvero sentono come una fatica (ed è logico sia così) questo continuo dover cambiare?
E così nell'epilogo si compie la chiusura di tutta la contraddizione possibile (anche nella sua accezione positiva del termine) quando l'autrice "mette su" un cd di Carlos Santana e chiude il libro pensando a che bella musica e a quanta felicità le faccia passare. "Ma subito dopo, pentendomi già in qull'istante, pronta a rimangiarmi tutto, non ho potuto fare a meno di pensare: però che bella musica era la musica del mio tempo".
Amen.

martedì 13 aprile 2010

Io e Davide Van de Sfrooos

Intervista video con Davide Van de Sfroos. La diretta di martedì ha avuto tanto seguito e il cantautore lariano ha raccontato di tutto anticipando anche riflessioni sul suo prossimo futuro.


lunedì 12 aprile 2010

Un solo Porro non fa primavera però...

Il medico di famiglia Luciano Porro vince. Non basta a curare i mali del centrosinistra, ma intanto dimostra che si può fare. Non solo si può vincere, ma si può continuare a credere a una politica diversa. Il nuovo sindaco dovrà vedersela con i problemi della sua città ma intanto oggi ha abbracciato il suo rivale con sincerità. Non è soloun gesto. È uno stile un modo di vedere la vita e la politica. Saronno è la quarta città della provincia di Varese e si può fare...
Auguri sindaco.

domenica 11 aprile 2010

Io sto con Emergency

"Quando si fa la guerra a un ospedale si perde civiltà". In questa frase sta tutta la forza dell'azione di Emergency. Servono a poco i ma e i se.
Io sto con Emergency
Sottoscrivi anche tu
http://www.emergency.it/

Chi non radica non rosica. Ovvero l'identità avvelenata

Grande Riccardo Chiaberge. Il suo Contrappunto di oggi sul Domenicale del Sole 24ore affronta il tema dell'identità.
"La parola d’ordine è una sola: identità. - Scrive Chiaberge nella parte centrale dell'articolo - Un concetto buono per tutti gli usi, a destra come a sinistra. Che nobilita qualsiasi cosa, dallo Slow Food ai Natali senza immigrati, dal lardo di Colonnata ai concorsi riservati agli insegnanti nativi della regione. Ma attenti, identità è «una parola avvelenata», avverte Francesco Remotti. Addirittura? Sì, spiega l’antropologo nel suo saggio L’ossessione identitaria (Laterza). Se una cultura «può essere paragonata a una mappa, o meglio a un insieme di mappe per orientarci nella complessità del mondo», per Remotti una cultura basata sull’identità è una cultura «impoverita», perché «riduce troppo drasticamente la complessità», «sostituisce alle relazioni, agli intrecci, alle sfumature, ai coinvolgimenti, alle reciproche implicazioni una logica fatta di mere divisioni, di separazioni, di opposizioni». Una logica schematica, che contrappone «noi» e «gli altri». Senza considerare che i «noi» dei quali ognuno può far parte sono infiniti e variabili: famiglia, villaggio, squadra di calcio, partito, chiesa, scuola, amicizie, mentre l’identità è una dimensione permanente e stabile... Un mito, insomma, del quale sarebbe più saggio fare a meno".
Sul tema consiglio la lettura anche dell'Intervista sull'identità di Zygmunt Bauman per Laterza. Il sociologo polacco spiega con una lucidità notevole come sta cambiando il concetto di identità nella società contemporanea.
"L'idea di un «mondo migliore», se non del tutto scomparsa, è evaporata allo stato di rivendicazioni contingenti di gruppi o categoria. Rimane indifferente verso altre privazioni e menomazioni e si guarda bene dall'offrire una soluzione universale e onnicomprensiva ai problemi umani".

Il dono ai tempi di internet

È un periodo che si parla molto del dono. Lo ha fatto il Papa nell'ultima enciclica, lo stanno facendo diversi sociologi. Si raccontano di più iniziative importanti come quella della Banca del tempo. Si organizzano convegni.
Il dono al tempo di internet è un libro interessante. In modo sintetico riassume diverse teorie sul dono e successivamente le contestualizza rispetto alle proposte della Rete. "Nata nel pieno dell'era dei consumi, Internet fornisce momenti e spazi che vanno contro la deriva consumistica, riproponendo, con caratteristiche nuove, ma su basi che nuove non sono affatto, la logica del dono".
Marco Aime e Anna Cossetta ripercorrono così i diversi strumenti che il web offre e li analizzano con l'ottica della dimensione del dono. La relazione che si sviluppa su internet va nella direzione della comunità, oltre che della comunicazione?
Non esistono risposte certe a questa domanda. I due autori, al di là di alcuni passaggi troppo "dottorali" infittiti di citazioni che appesantiscono il libro, hanno fatto davvero un bel lavoro.

sabato 10 aprile 2010

Il paggio più realista del re

Che brutta puntata ieri sera a L'ultima parola. Potremmo finirla qui se non fosse stato coinvolto il sindaco di Varese Attilio Fontana.
I comuni virtuosi soffrono perché il patto di stabilità li stritola. Il meccanismo è quanto mai perverso. Gianluigi Paragone l'ha affrontata bene fine a metà trasmissione, poi lo sbrago totale con Vittorio Sgarbi triviale che gridava, Italo Bocchino indignato (giustamente) per i toni da caccia al terrone (anche se non si dice più così), con Fontana costretto a dismettere i panni dell'amministratore serio e preparato e a indossare la casacca del provocatore. Insomma una vera tristezza.
Un passaggio inquietante, e che verrà messo sotto silenzio è quello in cui Bocchino ha affermato che la Lega in Parlamento vota tutti i provvedimenti che poi contesta tra la sua gente. "Il finanziamento a Catania, Palermo e Roma li avete votati anche voi senza battere ciglio".
Paragone gongola convinto che sia la politica a fare audience. Una trasmissione di parte, ma non per il colore, ma perché esiste in virtù dei padrini che ha. E si sa a che a volte il paggetto è più realista del re.

venerdì 9 aprile 2010

Più soldi meno voti

Il franco cresce e con questo l’astensionismo alle ultime elezioni regionali e l’attenzione dei ticinesi verso il nostro paese. Tre questioni che a prima vista sembrerebbero non avere particolari legami, ma non è così.
Da diverse settimane per un euro servono 1,4 franchi, quando si era arrivati a oltre 1,5. Su uno stipendio medio il "guadagno" è di circa 140 euro. È vero che oggi c'è qualcuno che fatica ad arrivare a 1.500 franchi, ma quella non è la norma. Una situazione che ha effetti favorevoli in diverse zone del nostro territorio, perché i cittadini coinvolti da queste dinamiche sono diverse decine di migliaia.
Duecento euro in più in busta paga fanno comodo ed è quello che mediamente stanno vivendo ventimila frontalieri che tutte le mattine si alzano all’alba per andare a lavorare in Svizzera.
Cosa hanno votato questi cittadini alle regionali? Ma la cosa più interessante è sapere se hanno votato. Durante la campagna elettorale tutti i partiti, con modalità diverse, hanno parlato dei frontalieri. Se esaminiamo i dati questo sembra aver avuto poco effetto perché l’astensionismo tocca le punte massime proprio nelle cittadine di frontiera. A Lavena Ponte Tresa ha votato il 47% degli aventi diritto. Non va tanto meglio a Porto Ceresio e Maccagno con un’affluenza del 50%.
Non possiamo essere certi di un’influenza forte del cambio sulle decisioni di voto, ma tanto è. I cittadini delle aree di confine sembrano essere meno interessati alla vita politica ed amministrativa della regione e non vanno a votare.
I rapporti tra Svizzera e Italia, nell’ultimo anno, sono stati molto tesi. Malgrado ciò in Canton Ticino non hanno mai smesso di seguire con la massima attenzione le nostre vicende e stanno analizzando quanto accadrà nelle regioni del Nord dopo le elezioni. L’altro ieri la Radio Svizzera ha organizzato un dibattito per discutere con Oscar Mazzoleni, Aldo Bonomi e Piero Bassetti circa una possibile macro regione padana che circonda la Svizzera meridionale.
«Se davvero si realizzerà il federalismo invocato e preteso da Bossi dopo il successo elettorale, - era tra le domande poste, - quali nuove spinte arriveranno dalle più ricche regioni d’Italia desiderose della propria autonomia politica ed economica? Che cosa diventerà lo spazio padano che tocca così da vicino la Svizzera italiana? Nasceranno nuove forme di collaborazione transfrontaliera o si assisterà a un ripiegamento dentro i vecchi confini nazionali?».
Tutte domande che non riguardano una marginale fetta della popolazione, perché per Varese la collaborazione con il Ticino è un tema importante. Un certo snobismo e disinteresse sul versante italiano produce distanza, soprattutto tra chi ha bisogno di quella collaborazione transfrontaliera.

giovedì 8 aprile 2010

Bossi non porta il tanga

Carino il libro appena uscito di Cristina Giudici in “Leghiste. Pioniere di una nuova politica”.
Varesenews lo ha recensito e racconta anche delle donne del Carroccio. Niente veline, tanta passione e buon senso. Amministrano come le bravi madri di famiglia. Presto per dirlo con certezza. Comunque un libro interessante anche per il ritratto delle fedelissime del grande capo proprio rispetto a lui.

martedì 6 aprile 2010

La Rai che non c'è

Per i ragazzini sarà diverso, ma nell'immagginario collettivo di intere generazioni la Rai è la televisione. Un po' come l'Enel per l'energia elettrica o la Telecom per i telefoni.
Poi tutto è cambiato, o quasi. Gilberto Squizzato con un libro poderoso, La tv che non c'è, edizioni minimum fax, si chiede come e perché riformare la Rai. "L'urgenza più immediata e vitale è oggi per la Rai quella di svincolarsi dalla presa soffocante della politica partitica, e prima ancora quella di sapere finalmente che cosa ci sta a fare, in un paese come il nostro, un servizio pubblico televisivo".
Due questioni mica da poco. E Squizzato con "un'inchiesta da insider", vista la sua trentennale esperienza da giornalista, autore e regista Rai, ci entra dentro con coraggio. Non si limita a raccontare cosa non va, ma nella seconda parte del suo saggio azzarda una serie di idee e proposte molto concrete.
"Alla Rai, - racconta l'autore, - serve il coraggio e l'umiltà di rimettersi in gioco come fabbrica di innovazione, di cultura radiotelevisiva popolare e insieme anche alta, liberandosi dal complesso di inferiorità che forse nutre nei confronti di tv e network ben più agili nell'approntare novità stilistiche, espressive e narrative".
Per far questo però è "necessario che la Rai diventi una società autenticamente pubblica, anzitutto dotandosi di un rigoroso sistema di selezione della propria dirigenza e del proprio corpus editoriale, secondo l'unico criterio accettabile: quello della competenza specifica e settoriale". Insomma fuori le ingerenze politiche che ben sono raccontate in diverse parti del libro e in modo straordinario nel capitolo che narra "l'incredibile anomalia italiana" dove "i vincitori delle elezioni considerano la Rai come bottino di guerra impadronendosene per consolidare il proprio potere".
Squizzato soffre per questa situazione. È una sofferenza di chi conosce, analizza, studia e ha una forte passione civile per la tv pubblica. Non si ferma qui però e negli ultimi capitoli del libro disegna "la mappa possibile di una nuova Rai". Riflette sulle ragioni di una televisione di stato, sui contenuti, sull'organizzazione, sui prodotti. Crede si possa ancora salvare l'immenso patrimonio che, anno dopo anno, è stato depauperato. Non si ferma alla sola attività di denuncia o ad alzare barricate che garantisca una o l'altra professionalità, ma ragiona dalla parte del cittadino e anche dei tanti professionisti che hanno voglia di continuare a credere alla Rai.

È un libro importante per tutti, ma certamente utile per gli addetti ai lavori.

lunedì 5 aprile 2010

Chatroulette e la velocità del coniglio

La rete cento ne pensa e altrettante ne fa. E appena il tam tam viene pescato dai media e amplificato ogni fenomeno fa boom. Ora è il turno di Chatroulette. Un sito che sta facendo clamore e che già è salutato come il protagonista di Internet del 2010. Analisi un po' avventata forse perché l'idea è carina, ma gli attuali sviluppi molto poveri.
Il sito, nato da un'idea del diciasettenne Andrey Ternovskiy, è di una semplicità assoluta. Basta una webcam e il gioco è fatto. Si apre una schermata con due frame. In uno ci sei tu e nell'altro il partner che appare casualmente. Tre tasti per cambiare, un altro per vedere la cronologia e il terzo per la pausa. Sotto uno spazio per chattare. Tutto qui, ma l'idea è davvero geniale e sono milioni i navigatori attratti da questo gioco.
Se cercate su Google le risposte sono oltre 12 milioni e su Youtube sono già oltre cinquemila i video, alcuni dei quali, vedi quello sotto, hanno milioni di visite.
L'idea è carina, il funzionamento per ora molto discutibile. La mia curiosità mi ha spinto in questi giorni a connettermi più volte e il risultato è sempre lo stesso: molto sesso, tante persone curiose, due, tre opportunità di scambiare al massimo qualche stringa di messaggio. Certo i miei interlocutori non avevano moto di interessante da vedere, ma altri strumenti funzionano decisamente meglio.
Non è questione di moralismi o altro, ma lo strumento ha qualche controindicazione soprattutto pensando ai minori. Nella migliore delle ipotesi è una grande piattaforma per esibizionisti (e se ne trovano per tutti i gusti, compreso sadomaso, coppie, gay e altro).
Ma si sa, all'inizio ogni strumento richiede del tempo per trovare una sua ragione. Chatroulette non è diverso, ma per buona che sia l'idea, ogni collegamento dura si e no qualche secondo. Troppo poco anche per chi, come i conigli, vivono il sesso molto di fretta.

sabato 3 aprile 2010

Una testa selvatica

"Non bisogna amare i libri da egoisti. Nè I libri né altro. La nostra funzione in terra è quella di traghettare, nient'altro... Imparare a condividere i propri giocattoli: ecco forse la lezione più importante da imparare, nella vita..."
Una testa selvatica è, come recita il sottotitolo "un inno d'amore ai libri e al potere della lettura". Un giorno Germain, nel suo vagabondare nel parco, dove passa il tempo a contare i piccioni, incontra Margueritte e pian piano tra i due nasce una strana amicizia. Il protagonista è proprio una testa selvatica, semi analfabeta, apparentemente anaffettivo, incapace di amare e di essere amato. A quarantacinque anni è impaurito per ogni relazione. Margueritte è una vecchietta che vive in una casa di riposo. Tenera, paziente, delicata. Si incontrano su una panchina e lei con una dolcezza infinita gli insegna a leggere.
"Da principio, trovavo Margueitte buffa. E istruttiva, anche dal punto di vista della conversazione. E, a poco a poco, di sorpresa mi sono affezionato a lei. L'affetto è una cosa che cresce sottobanco, mette radici nostro malgrado e invade tutto peggio della gramigna. Poi è troppo tardi: non puoi passarti il tosaerba sul cuore per sradicare la tenerezza".
La scrittura di Marie-Sabine Roger sa di antico. L'ambientazione del romanzo sembra di quarant'anni fa con personaggi che appartengono a quel periodo storico. Difficile dire quanto su questo incida la traduzione o un modo di narrare dell'autrice. Il romanzo resta comunque piacevole e con alcuni spunti notevoli.

venerdì 2 aprile 2010

Non ci sono più scuse

La Lega ha vinto. Non c’è alcun dubbio su questo. Il Pdl resta il primo partito e il centrosinistra torna alle percentuali di vent’anni fa. Intanto però da un anno all’altro oltre quarantamila cittadini sono restati a casa e ha votato solo il 62% degli aventi diritto.
Un dato che diventa ancora più preoccupante se si guarda alle varie aree del territorio dove non si votava per le comunali. Nel nord della provincia l’affluenza è rimasta intorno al 40%. Una situazione simile si è registrata in Valtellina, segno della distanza che queste zone montanare vivono rispetto alla Regione.
C’è da riflettere e tanto. La partecipazione è un indicatore importante per la democrazia di un paese. In ogni caso politicamente e numericamente la Lega vince e con il Piemonte conquista un altro pezzo importante del Nord.
Tutto questo farà molta più chiarezza a livello nazionale, ma soprattutto qui, dove la Lega è nata.
Dopo il voto delle politiche qualcuno ha scritto che tutto sarebbe stato più semplice, perché con la riduzione del numero dei partiti, le commissioni si potevano riunire in una Panda. C’è stata una “semplificazione” politica assoluta che però, fino ad oggi, non sembra aver prodotto grandi risultati.
Dopo il voto regionale il centrodestra e la Lega governeranno quasi tutto il Nord e da Roma fino all’ultimo paesino delle valli. Sarà così difficile credere alla solita tiritela di “Roma ladrona” o del “non ci lasciano lavorare”. Le responsabilità saranno sempre più chiare. E così il tempo delle riforme, quelle vere, non è più rimandabile.
Il nostro Paese si conferma conservatore, ma anche con una grande novità. Quella che fino a un decennio fa era considerata “maggioranza silenziosa”, oggi è maggioranza politica e di governo. Non è una cosa da poco, perché tira via ogni velo di ambiguità. Una maggioranza che, grazie anche a una continua campagna mediatica, ha anche fatto passare un sistema valoriale molto diverso. Il rischio di derive populiste è evidente a tutti. Il rischio di confondere le acque con l’uso di parole ambigue come riforme, quando spesso, si veda le vicende legate alla scuola, si tratta solo di tagli e di provvedimenti di facciata, è molto forte.
Il rischio di non assumere decisioni per paura di perdere consenso è dietro l’angolo. Così come il rischio di continuare a vedere nell’altro il pericolo, il nemico, soprattutto se “diverso”.
Nell’altro versante, quello dell’opposizione, il rischio maggiore è di non essersi resi conto che un’epoca è definitivamente chiusa, ma non quella degli ideali. La Lombardia è arrivata a dieci milioni di abitanti. Non è più la stessa di quindici anni fa quando Formigoni entrava per la prima volta al Pirellone. Questo è un territorio tra i più ricchi e dinamici del mondo. Eppure c’è molto da fare soprattutto in tema di aspettative e fiducia del futuro. Non si può continuare a far leva sulle paure della gente. Soprattutto su quella che si perda ciò che con tanta fatica si è fin qui conquistato.

Happy family

"Sto bene, sto veramente bene... ma che cazzo ci fa un gabbiano in una città dove non c'è il mare?" Si chiede un grande Fabio De Luigi che interpreta se stesso nel nuovo film di Gabriele Salvatores. Frase che riecheggia tre volte in Happy family con funzioni diverse.
Un grande omaggio a Milano, una lettura di alcuni tic delle nuove famiglie, molta ironia sul cinema e tanta bella fotografia. Salvatore prende a prestito tanto. Nel loft dove vive il protagonista campeggia una frase di Groucho Marx: "Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere... nella vita non c'è una trama." E il film sembra andargli dietro in un gioco di narrazione doppia con allegria, ironia, ma anche con spunti di riflessione interessanti. I due attori co-protagonisti Abatantuono e Bentivoglio sono fantastici. Anche grazie a una fotografia molto curata hanno dei primi piani bellissimi. Grande anche la solita Margherita Buy.
Ancora una volta la musica e l'arte trasmettono emozioni. E così la Caterine che al piano suona Notturni di Chopin mentre scorrono le immagini in bianco e nero di una Milano di notte con i suoi mestieri, le sue atmosfere, da sola vale tutto il film. Una sensualità che ricorda quella della violinista nel Concerto e della direttirce d'orchestra in Beethoven.
Da vedere.

Pesce d'aprile

Alle sette e mezza suona il telefono di Carlo. È la prima reazione al potente scherzo messo in piedi nel cuore della notte. "Sono Peppe, ma sei impazzito?"
Più o meno è andata così. Fioroni che sbatte le porte del Pd e va all'Udc che gli prepara la poltrona di segretario. Carlo mi chiama a mezzogiorno per raccontarmi il pesce d'aprile del suo giornale. Di colpo mi si illumina tutto alla sua richiesta di fargli da sponda. E come due ragazzini del liceo (dove lui però non partecipava ai terribili scherzi preparati da me e Stefano) abbiamo riso di un'idea geniale.
Detto fatto ho girato in salsa bosina la scelta dell'ex ministro. E così insieme a Fioroni nell'Udc sono finiti Adamoli, Alfieri e Rossi.
Dopo neanche cinque minuti dalla pubblicazione del'articolo sono arrivati i primi commenti e dopo dieci minuti già quello del senatore che ci diceva che eravamo bravi. Da allora siamo stati tempestati di telefonate e tre ore dopo abbiamo svelato il gioco.
Grandi le reazioni dei diretti interessati e fino a sera tardi sms, telefonate ed email.
La politica è una cosa seria, molto seria, ma ogni tanto riderci su fa bene a tutti. Fa bene allo spirito, fa bene alla mente, fa bene anche al cuore di quanti si stavano disperando per tale notizia, ma anche per quelli (anche se è un po' triste) che hanno preso la palla al balzo per insultare i tre che oltretutto non ne sapevano niente.
Grandi Alfieri, Rossi e Adamoli e con loro il "compagno" Campiotti.