È talmente bella la recensione di Invictus di Robert Escobar sul Domenicale del Sole 24ore che non aggiungo altro. Cercate di leggerlo nella versione integrale. "Queste loro emozioni, come le nostre, sono ancorate da Eastwood alla consapevolezza morale di Mandela. E in questo è bene evidente anche la consapevolezza morale del regista di Million dollar baby (2004) e di Gran Torino (2008): nella coscienza del singolo sta il valore di ogni scelta, e la coscienza di molti singoli può fare del mondo un posto migliore. Alla fine, ci sembra che Eastwood abbia compiuto la sua opera più matura, la più semplice e diretta, e insieme la più aperta al rischio generoso dell'emozione". Escobar dà cinque stelle al film e io sono d'accordo. E' un film da non perdere.
domenica 28 febbraio 2010
L'invincibile Mandela
È talmente bella la recensione di Invictus di Robert Escobar sul Domenicale del Sole 24ore che non aggiungo altro. Cercate di leggerlo nella versione integrale. "Queste loro emozioni, come le nostre, sono ancorate da Eastwood alla consapevolezza morale di Mandela. E in questo è bene evidente anche la consapevolezza morale del regista di Million dollar baby (2004) e di Gran Torino (2008): nella coscienza del singolo sta il valore di ogni scelta, e la coscienza di molti singoli può fare del mondo un posto migliore. Alla fine, ci sembra che Eastwood abbia compiuto la sua opera più matura, la più semplice e diretta, e insieme la più aperta al rischio generoso dell'emozione". Escobar dà cinque stelle al film e io sono d'accordo. E' un film da non perdere.
Assolutamente che...
Chissà come nascono alcuni modi di dire? Quelli più avanti in età ricorderanno quell'intercalare fastidiosissimo, "cioè". Veniva messo ovunque e apriva frasi, scandiva pause e ognuno ne usava a quantità industriale.
Altro modo di dire, per lo più lombardo è "magari ci si vede". Perché magari? Ci si vede o no? Ma vai tu a capire...
E strada facendo ci si imbatte in "anche no".
Ma su tutti ormai domina un "assolutamente si/no". E su questo ormai ci sono proprio due scuole di pensiero e sulla rete si trova una montagna di siti, blog, forum che hanno portato a pronunciarsi anche l'Accademia della Crusca.
Assolutamente si, anche se è una carina canzone degli Stadio, è proprio fastidioso da sentir dire...
A voi la parola.
Altro modo di dire, per lo più lombardo è "magari ci si vede". Perché magari? Ci si vede o no? Ma vai tu a capire...
E strada facendo ci si imbatte in "anche no".
Ma su tutti ormai domina un "assolutamente si/no". E su questo ormai ci sono proprio due scuole di pensiero e sulla rete si trova una montagna di siti, blog, forum che hanno portato a pronunciarsi anche l'Accademia della Crusca.
Assolutamente si, anche se è una carina canzone degli Stadio, è proprio fastidioso da sentir dire...
A voi la parola.
sabato 27 febbraio 2010
Venezia è un pesce
Dopo Stabat mater ho sentito il bisogno di ripercorrere un pezzo del cammino di Tiziano Scarpa. E così, cosa di meglio di dedicarsi al suo breve e intenso libro sulla sua città? Venezia è un pesce è una guida sui generis. È un cammino emozionale tra calli, fondamenta, canali, monumenti. Ma è soprattutto uno sguardo alla città con gli occhi di un innamorato.Bastano poche righe come quelle che parlano degli occhi e delle meraviglie di Venezia. "Troppo splendore nuoce gravemente alla salute. Continuamente esposti alle meraviglie dalla mattina alla sera, i poveri occhi veneziani assorbono la radiottività estetica".
Scrittura colta e ironica. Un bel libro.
venerdì 26 febbraio 2010
Lo spezzatino della “fabbrica” del sapere
Cinque università in trenta chilometri. E ce n’è per tutti i gusti, anche se per la verità mancano facoltà di taglio prettamente umanistico. L’Insubria a Varese e Como, la Liuc a Castellanza, il Politecnico sempre nella città lariana e per chiudere la Usi e la Supsi tra Lugano e Mendrisio.
In tutto quindicimila studenti, con oltre duemilasettecento persone che ci lavorano tra docenti e personale tecnico. Ventisettemila i giovani che in questi anni si sono laureati: un piccolo esercito.
Sono pochi i territori che possono vantare una situazione così ricca di offerta formativa di alto profilo. Venti facoltà con centinaia di corsi e decine di master. Una vocazione legata all’economia, all’ingegneria, all’informatica e alla comunicazione. Università che si legano così in modo forte al tessuto economico e sociale.
Altro dato di grande interesse è l’alto numero di studenti stranieri che arrivano da ogni parte del mondo, sia per il percorso curriculare completo, che per singoli progetti per periodi definiti.
Questa la foto e l’oggetto, come si può osservare, è davvero interessante. Mostra una ricchezza invidiabile sotto ogni punto di vista, perché se si guarda meglio, più in profondità, si scoprono cose davvero affascinanti. Ci sono incubatori, centri di ricerca sia di taglio teorico che applicata, partnership internazionali di livello mondiale e tanto altro. A questo si somma una “fabbrica” tra le più importanti per occupazione, ma anche per indotto economico generato.
Quello che manca, ancora un volta, è un coordinamento tra tutto questo ben di Dio. C’è qualche eccezione, ma davvero rara, altrimenti ognuno fa per sé. Non esiste alcuna rete e alcun progetto che valorizzi tutte queste realtà. E così parte di questa immensa ricchezza rischia di disperdersi.
Le università, che sono luogo di ricerca per eccellenza, da espressione del territorio potrebbero lavorare per il territorio. Non si tratta di cambiare la loro missione, il loro modo di operare, ma solo di tessere una rete. Attraverso questa il valore delle singole attività crescerebbe in modo significativo e ci guadagnerebbero tutti. Gli studenti che potrebbero scambiarsi esperienze formative, i docenti che avrebbero spazi di confronto e di espressione maggiori e tutto il territorio grazie a una promozione molto più efficace. Tutto questo favorirebbe una crescita culturale e potrebbe costituire un vero ponte tra le varie comunità.
In tutto quindicimila studenti, con oltre duemilasettecento persone che ci lavorano tra docenti e personale tecnico. Ventisettemila i giovani che in questi anni si sono laureati: un piccolo esercito.
Sono pochi i territori che possono vantare una situazione così ricca di offerta formativa di alto profilo. Venti facoltà con centinaia di corsi e decine di master. Una vocazione legata all’economia, all’ingegneria, all’informatica e alla comunicazione. Università che si legano così in modo forte al tessuto economico e sociale.
Altro dato di grande interesse è l’alto numero di studenti stranieri che arrivano da ogni parte del mondo, sia per il percorso curriculare completo, che per singoli progetti per periodi definiti.
Questa la foto e l’oggetto, come si può osservare, è davvero interessante. Mostra una ricchezza invidiabile sotto ogni punto di vista, perché se si guarda meglio, più in profondità, si scoprono cose davvero affascinanti. Ci sono incubatori, centri di ricerca sia di taglio teorico che applicata, partnership internazionali di livello mondiale e tanto altro. A questo si somma una “fabbrica” tra le più importanti per occupazione, ma anche per indotto economico generato.
Quello che manca, ancora un volta, è un coordinamento tra tutto questo ben di Dio. C’è qualche eccezione, ma davvero rara, altrimenti ognuno fa per sé. Non esiste alcuna rete e alcun progetto che valorizzi tutte queste realtà. E così parte di questa immensa ricchezza rischia di disperdersi.
Le università, che sono luogo di ricerca per eccellenza, da espressione del territorio potrebbero lavorare per il territorio. Non si tratta di cambiare la loro missione, il loro modo di operare, ma solo di tessere una rete. Attraverso questa il valore delle singole attività crescerebbe in modo significativo e ci guadagnerebbero tutti. Gli studenti che potrebbero scambiarsi esperienze formative, i docenti che avrebbero spazi di confronto e di espressione maggiori e tutto il territorio grazie a una promozione molto più efficace. Tutto questo favorirebbe una crescita culturale e potrebbe costituire un vero ponte tra le varie comunità.
giovedì 25 febbraio 2010
Grande Francia con un tocco d'Austria
Settimana scorsa ho visto due bei film.Il primo, attraverso la storia di Christine, racconta di Lourdes. Un film credibile, tosto, ben fatto che ci interroga senza idelogismi, nè critiche, nè facili letture. "Prima di tutto mi è venuta l'idea di girare un film su un miracolo. - La regista Jessica Hausner racconta la nascita del film - Il miracolo rappresenta un paradiso, un'incrinatura nella logica che ci guida verso la morte. L'attesa del miracolo è in un certo senso la speranza che alla fine tutto vada per il meglio e che ci sia qualcuno che veglia su di noi. Durante le mie ricerche sui miracoli mi sono soffermata sul fenomeno particolare di Lourdes, luogo in cui i miracoli avvengono regolarmente. Ho scelto quel luogo per ambientare il mio film perché volevo evidenziare il fatto che i pellegrini vanno con la speranza di vivere un miracolo. In fondo, è questa la suspense della storia".
Il concerto è un mix tra commedia e dramma. Ha momenti esaltanti e di grande emozione alternati ad altri poco credibili al di là dell'inverosimile. Ci sono parodie godibilissime nello stile del regista Radu Mihaileanu, già autore di Train de Vie
Il concerto è un mix tra commedia e dramma. Ha momenti esaltanti e di grande emozione alternati ad altri poco credibili al di là dell'inverosimile. Ci sono parodie godibilissime nello stile del regista Radu Mihaileanu, già autore di Train de Vie
Milano è una selva oscura
Il Dante ha settant'anni. "Data di nascita 17 gennaio 1899. Un errore nascere nel XIX secolo, quando tutta la sua vita si sarebbe svolta nel XX".
Con Milano è una selva oscura Laura Pariani fa un regalo ai suoi lettori. Attraverso il girovagare di Dante, un barbone in fuga da tutto, dai ricordi di lui trovatello tirato su con disprezzo da tre zie dopo la morte della mamma adottiva, da una società bigotta e dalle responsabilità, racconta i mesi del 1969.
Un affresco di umanità, di delicatezza, di riflessioni sulla vita. "Disoccupazione, disaccordi coi parenti, abbandoni, disagio di vivere: sono tanti i motivi che buttano la gente per strada. La ruota del destino cigola, questione di un attimo - io non so ben ridir com'io v'entrai - e si diventa barboni, dopodiché non c'è possibilità di ritorno al mondo di prima. È come se tu fossi morto, pensa il dante: uscito dalla storia, da tutte le storie".
Dante alterna incontri con gente che come lui cerca di tirar avanti in un mondo ormai parallelo. Ma descrive anche come "buffo, gli altri voltano la testa dall'altra parte, fingono di non vederlo, quasi che un'occhiata valesse come una strusciata contaminante".
La sua Milano è nebbiosa, piena di smog. Una città che sta cambiando, che è scossa dalle manifestazioni e da continui attacchi a chiunque contesti il potere. Ma a lui tutto questo lo sfiora appena perchè deve pensare a dove passare la notte e come fare a mettere in bocca qualcosa quando la fame lo assale.
Dante non perde mai il gusto di pensare alla vita: "il mondo va male perché la gente sta poco a letto a fare amorosanza".
E il libro della pariani è davvero da leggere. Commuove, fa pensare e riflettere perché questi sessant'anni hanno cambiato molto la nostra vita, ma "l'amorosanza" e quel voltarsi dall'altra parte è ancora tanto tra noi.
mercoledì 24 febbraio 2010
L'essenziale è invisibile agli occhi
Il libro ha un fascino e l'energia che sviluppa supera ogni immaginazione. Così una sera un gruppo di varesini aderenti ad Anobii decise di uscire dal virtuale e gustare i sapori di una pizza. Questa è la preistoria. La cronaca riguarda invece il primo evento dell'associazione Controluce. Quarta di copertina è un progetto che prende il via alla libreria del Corso di Varese e da lì in tutto il mondo. L'idea è semplice e, come spesso accade, proprio per questo rivoluzionaria. Nella libreria verrà collocato "un espositore che contiene le “quarte di copertina” in braille e in caratteri per ipovedenti dei libri appena pubblicati. Con questo progetto, quindi, anche ai non vedenti e agli ipovedenti sarà concesso il piacere di ‘curiosare’ in piena autonomia tra gli scaffali di una libreria".
Questa è solo la prima proposta di Controluce.
E torniamo così alla storia che parte da Livia, una delle partecipanti di quella famosa cena di Anobii.
Un giorno mi chiama e mi racconta il suo progetto: un museo tattile. Resto lì. Un'idea di una potenza incredibile. E mi riporta alla mia infanzia, a zio Tommaso, rimasto cieco da bambino. Gli esplose in mano una bomba, uno di quei terribili "residuati bellici" che continuano a mietere terrore in tante aree del mondo. Quel bimbo perse alcune falangi di una mano, ma quel che fu più drammatico, la vista. Non si diede per vinto e con una tenacia incredibile, dal cuore della Sicilia, si impegnò fino ad arrivare a una lunga carriera di insegnamento della storia e della filosofia.
Con lui ho passeggiato, giocato a carte (vinceva sempre lui perché secondo me barava leggendo anche le mie carte mentre me le dava), discusso a lungo. Ma il ricordo più bello è quello delle lunghe ore a leggergli giornali e libri che lui "traduceva" in braille. Oggi ha una piccola biblioteca con quei lavori. Per noi nipoti era un mito. Ogni tanto prendeva moglie e figli e andava a "vedere" le città. Diceva proprio così con noi sempre increduli. Non era ancora tempo, per noi ragazzini, della lettura del Piccolo principe che narra così bene che "l'essenziale è invisibile agli occhi".
Quando Livia mi ha raccontato tutti i suoi progetti la memoria mi ha riportato a questa delicata esperienza.
E così l'ultima volta che ho rivisto zio Tommaso, due mesi fa, abbiamo parlato a lungo del museo tattile.
E dai libri, dall'energia di un piccolo gruppo di persone nasce un progetto che ci riguarda tutti e non solo quanti non hanno la vista.
lunedì 22 febbraio 2010
Il tempo della ranza
D'improvviso mi sono ritrovato, io viterbese, a far i conti con il dialetto lombardo. Prima un sorprendente Van de Sfroos, trovatore moderno, con le sue storie ed emozioni.
Poi con Laura Pariani e un delizioso e coraggioso libro appena giunto in libreria. Milano è una selva oscura.
Tornerò a scriverci ma intanto trovo delizioso un passaggio.
"Ché è così che per me l'è diventata Milàn: il tempo, vigliàcch 'me 'n làder, si diverte con tutti i manufatti dell'uomo e li porta via come fossero nuvole al vento, come foglie rinsecchite, come polvere delle strade per dove passiamo, senza raccapezzarci, convinti che la barca la va, che il nostro cammino umano sia particolarmente predisposto secondo un significato superiore. E invece siam dentro nel tempo della ranza di cui noi pulci, noi orbi, noi ciòlla, neanche ci rendiamo conto".
Poi con Laura Pariani e un delizioso e coraggioso libro appena giunto in libreria. Milano è una selva oscura.
Tornerò a scriverci ma intanto trovo delizioso un passaggio.
"Ché è così che per me l'è diventata Milàn: il tempo, vigliàcch 'me 'n làder, si diverte con tutti i manufatti dell'uomo e li porta via come fossero nuvole al vento, come foglie rinsecchite, come polvere delle strade per dove passiamo, senza raccapezzarci, convinti che la barca la va, che il nostro cammino umano sia particolarmente predisposto secondo un significato superiore. E invece siam dentro nel tempo della ranza di cui noi pulci, noi orbi, noi ciòlla, neanche ci rendiamo conto".
Le volpi nel pollaio
Succede che hai nella testa dei pensieri e poi non li scrivi. Così stamattina è un vero piacere leggere l'editoriale di Ezio Mauro su Repubblica. Il direttore chiede di conoscere la verità su Bertolaso e sugli appalti. Poche righe ma incisive e già il titolo merita e poi un passaggio magistrale "nemmeno nelle favole le volpi possono scrivere i regolamenti dei pollai".
domenica 21 febbraio 2010
Il poetare di Van de Sfroos
Come un trovatore medievale Van de Sfroos incanta il suo pubblico con il "poetare".Uno show di tre ore filate. Un viaggio nel suo mondo, nella sua terra, con protagonista l'acqua, la cultura, la musica, la poesia.
Varese è la ventitreesima tappa di un tour nei teatri lombardi. Il pubblico ha risposto calorosamente con un classico tutto esaurito in una serata però speciale e Davide non si fa scappare l'occasione per scherzarci su. "Ma cosa siete venuti a fare qui? Stasera c'era la finale di Sanremo, il carnevale, l'Inter... Non so proprio come ringraziarvi. E allora non lo faccio".
Su un palcoscenico molto caldo, con i libri protagonisti in primo piano e con scaffali pieni di segni della terra e della storia di Van de Sfroos, ci sono quattro musicisti e l'attrice Stefania Pepe. Immagini di Totò, del lago, delle fabbriche aprono lo show e la domanda è "ma dove stavano le canzoni prima di diventar canzoni?"
E da lì inizia un lungo racconto che intreccia tanto della storia di un Van de Sfroos che per molti sarà quasi inedito. Davvero come un "trovatore" di altri tempi che attinge dai libri, ma soprattutto dalle storie semplici di altre culture per poi riportarle a casa propria esprimendole in un dialetto che da duro, chiuso dentro un territorio impervio, si mescola invece con la lingua del blues.
I fans delle ballate dovranno aspettare oltre un'ora prima di ascoltare la prima canzone. E la platea esplode cantando con lui La curiera dopo un prologo delizioso sulle ragioni per cui andare a scuola.Van de Sfroos recita con maestria. È a proprio agio in uno show divertente ma anche profondo.A Varese, dopo ospiti di grande livello in altri teatri, duetta con una Platinette irriverente come sempre. I due si trovano e ne viene fuori uno spettacolo nello spettacolo con battute e musica e un'esilarante New York New York in dialetto.
Ed è sempre il dialetto ad avere una parte di protagonista nello show dove Van de Sfroos gioca spesso, come all'inizio, quando tira fuori il dizionario D'Angelo - de Sfroos per tradurre dal napoletano della Pepe al lagheé. I ricordi d'infanzia diventano in diversi momenti l'occasione per far ridere, ma anche riflettere sulle condizioni di vita del suo popolo che da Lenno andava in viaggio di nozze a piedi a Como. E Van de Sfroos non risparmia battute nemmeno ai testi sacri ed è esilarante il passaggio sui Promessi sposi e Manzoni.
Insomma, complice anche un grande Andrea Chiodi, regista dello show, e quanti hanno lavorato a questo spettacolo, il menestrello comasco incanta in una veste davvero nuova.Uno show che parla molto varesino perché la produzione è di Re.te (sviluppo residenze teatrali), associazione fondata proprio da Chiodi e dalla Consel di Varese.
Non so che viso avesse
Non so che viso avesse non è perfettamente riuscito, ma è comunque un dono per tutti i fans di Guccini.
Fantastiche le parole finali del libro.
"L'opera di Francesco Guccini si può racchiudere in due grandi pulsioni, diverse e speculari: quella dell'io e quella dell'altro. Raccontare se stessoe raccontare le persone, o raccontare se stesso attraverso le prsone. La verita, per lui, deve essere cercata nei particolari delle singole vite e delle singole vicende, mai negli universali e negli slogan delle parole d'ordine collettive, perché le nostre - come la sua - sono in tutto e per tutto storie misteriose scolpite nei sassi"
sabato 20 febbraio 2010
La storia di Varesenews
Pierfausto Vedani mi ha intervistato su Radio Missione Francescana. Varesenews pubblica l'audio in mp3 sulla storia proprio della nascita del giornale.
Il web in una rotonda
Internet ci farà pure fare il giro del mondo, ma è il locale l'elemento vincente. Nova24, l'inserto settimanale sulla tecnologia, diretto da Luca De Biase ha pubblicato un mio contributo proprio su questo tema.
venerdì 19 febbraio 2010
Stranieri di giorno
Sono in ventimila e tutte le mattine passano la frontiera per andare a lavorare.
Nel Canton Ticino sono impiegati 44mila frontalieri e poco meno della metà provengono dalla provincia di Varese. Se consideriamo che in quel territorio vivono appena 300mila persone si capisce bene la preoccupazione di alcuni attori sociali ticinesi, ma anche l’importanza strategica che hanno quei lavoratori per il loro come per il nostro territorio. Lì portano competenze e da noi ricchezza economica.
In termini numerici la realtà del frontalierato negli ultimi trent’anni ha avuto evoluzioni sostanziali.
Nel 1980 erano 30mila i lavoratori che passavano la frontiera e fino al 1990 c’è stata una sostanziale crescita fino ad arrivare a 40mila unità. Il decennio successivo, complice una profonda crisi economica in Ticino il numero si è ristretto fino al minimo storico raggiunto nel 1999 con meno di 28mila lavoratori. Un dato che a partire dal 2000 ha iniziato a crescere nuovamente fino ad arrivare al massimo storico dei mesi scorsi con oltre 44mila lavoratori.
L’evoluzione di questa realtà non si ferma però al mero calcolo numerico.
La figura del frontaliere in questi trent’anni è cambiata in modo radicale. Da uno studio dell’istituto di statistica elvetico, nel 1990 il 62% dei lavoratori italiani in Ticino era non qualificato, il 28% mediamente qualificato e per tre quarti i settori in cui questi venivano impiegati era legato all’edilizia e all’industria manifatturiera. Ora siamo in presenza di lavoratori molto più qualificati e i settori trainanti sono quelli della logistica, delle biotecnologie e dell’informatica. C’è una sempre crescente presenza nel settore della formazione dove le tre università elvetiche assorbono decine di docenti italiani.
Insomma, dei frontalieri la Svizzera non ne può più farne a meno alimentando un dibattito che resterà caldo per molto tempo e a cui in Italia si presta poca attenzione e di cui si conosce ben poco. Un errore da diversi punti di vista perché il Canton Ticino, come altri paesi stranieri, attrae sempre più alte professionalità in cui anche la ricerca ha un peso notevole. A differenza di altre realtà lontane, qui abbiamo a che fare con una nazione territorialmente contigua con cui poter sviluppare relazioni interessanti.
Lasciare questo tema solo alle analisi dei ticinesi costituisce un grave errore e un perdita di opportunità interessanti per il nostro territorio, al di là della già importante attenzione verso quei ventimila lavoratori.
Nel Canton Ticino sono impiegati 44mila frontalieri e poco meno della metà provengono dalla provincia di Varese. Se consideriamo che in quel territorio vivono appena 300mila persone si capisce bene la preoccupazione di alcuni attori sociali ticinesi, ma anche l’importanza strategica che hanno quei lavoratori per il loro come per il nostro territorio. Lì portano competenze e da noi ricchezza economica.
In termini numerici la realtà del frontalierato negli ultimi trent’anni ha avuto evoluzioni sostanziali.
Nel 1980 erano 30mila i lavoratori che passavano la frontiera e fino al 1990 c’è stata una sostanziale crescita fino ad arrivare a 40mila unità. Il decennio successivo, complice una profonda crisi economica in Ticino il numero si è ristretto fino al minimo storico raggiunto nel 1999 con meno di 28mila lavoratori. Un dato che a partire dal 2000 ha iniziato a crescere nuovamente fino ad arrivare al massimo storico dei mesi scorsi con oltre 44mila lavoratori.
L’evoluzione di questa realtà non si ferma però al mero calcolo numerico.
La figura del frontaliere in questi trent’anni è cambiata in modo radicale. Da uno studio dell’istituto di statistica elvetico, nel 1990 il 62% dei lavoratori italiani in Ticino era non qualificato, il 28% mediamente qualificato e per tre quarti i settori in cui questi venivano impiegati era legato all’edilizia e all’industria manifatturiera. Ora siamo in presenza di lavoratori molto più qualificati e i settori trainanti sono quelli della logistica, delle biotecnologie e dell’informatica. C’è una sempre crescente presenza nel settore della formazione dove le tre università elvetiche assorbono decine di docenti italiani.
Insomma, dei frontalieri la Svizzera non ne può più farne a meno alimentando un dibattito che resterà caldo per molto tempo e a cui in Italia si presta poca attenzione e di cui si conosce ben poco. Un errore da diversi punti di vista perché il Canton Ticino, come altri paesi stranieri, attrae sempre più alte professionalità in cui anche la ricerca ha un peso notevole. A differenza di altre realtà lontane, qui abbiamo a che fare con una nazione territorialmente contigua con cui poter sviluppare relazioni interessanti.
Lasciare questo tema solo alle analisi dei ticinesi costituisce un grave errore e un perdita di opportunità interessanti per il nostro territorio, al di là della già importante attenzione verso quei ventimila lavoratori.
giovedì 18 febbraio 2010
Ce mettemo na pietra su sta Isigette
Una volta gli aeroporti erano degli spazi esclusivi. Una sorta di luogo simbolo di status sociale ed economico. Inaccessibili ai più. Poi sono arrivate le compagnie low cost. Ovvero spendi niente, o quasi. All'inizio fu Ryanair. La compagnia irlandese volava da Torino e da Genova e la destinazione era solo Londra. C'erano addirittura le lire e andare nella capitale della regina Elisabetta costava 19.900 lire.
Poi le destinazioni sono cresciute e con loro anche le compagnie. Adesso dal T2 di Malpensa si vola con Easy Jet verso decine di località europee.
Prendere un volo con questa compagnia è uno spettacolo e anche un vero esercizio per la pazienza. E' fantastico vedere tante famiglie che finalmente si possono permettere di portare i propri marmocchi in giro per l'Europa. Ma, come spesso accade, insieme con questo proverbiale e sano allargamento delle persone che si possono permettere di volare, sono arrivati gli Unni, i Visigoti, (i Celti visti i voli irlandesi già erano arrivati) e così l'aeroporto da "non luogo" è diventato uno spazio da raccontare e farci trattati sociologici.
In volo verso Roma, con l'aereo ancora non pronto e con diversi problemi con il sistema elettronico per i bagagli, un gruppetto di ragazzi hanno iniziato a vociare rumorosamente. "Ao... su sta Isigette ce mettemo na croce perché mo c'avete rotto li c...".
Al ritorno una signora, pur di far entrare il proprio trolley nello spazio predisposto dalla compagnia per misurare la grandezza dei bagagli, ha smontato le ruote e poi non contenta ha dovuto ribaltare il carrello e chiedere aiuto per far uscire la valigia.
Saliti finalmente sull'aereo non si poteva partire perché il solito furbo aveva portato su una valigia che non stava nelle cappelliere. "Senta all'andata c'è stata e quindi non capisco cosa volete", molto scocciato il distinto signore se l'è presa con la hostess che gentilmente avvisava che andava trovata una soluzione altrimenti non era possibile decollare.
Viva i low cost e viva la genuinità del nostro popolo a cui un po' di buone maniere non farebbero poi male. Mannaggia a st'isigette.
sabato 13 febbraio 2010
Basta! Non ne possiamo più
Il tanfo a cui siamo costretti ha superato ogni limite. L'immagine dei soldi nelle mutande di Mario Chiesa nel lontano 1992 sbiadisce rispetto a quello che sta succedendo giorno dopo giorno nel nostro Paese. La corruzione dilaga e come un cancro si sta mangiando dal di dentro ogni corpo sociale e civile.
L'arresto del consigliere comunale di Milano Camillo Pennisi (Pdl) segue quello dell'assessore allo sport Gianni Prosperini. Il primo - dicono gli inquirenti - intascava tangenti per "favori" legati all'urbanistica, il secondo, alla faccia del moralismo che sbandierava, è accusato di averne fatte di ogni tipo. Per non parlare poi dei livelli ancora più alti.
La Magistratura, come si è soliti affermare in queste situazioni, farà il suo lavoro, ma intanto stretti collaboratori di Bertolaso sono finiti in manette e le loro conversazioni telefoniche fanno venire i brividi. Se la ridevano nelle ore del terremoto in Abruzzo dandosi di gomito per gli affari certi che avrebbero fatto. Lo stesso responsabile della Protezione civile sarebbe coinvolto in un giro di favori. Lui nega parlando di tradimenti, ma il clima ricorda tanto quello dell'ex ministro socialista De Michelis quando affittava l'ippodromo delle Capannelle a Roma facendo correre i cavalli con i nomi delle proprie amanti.
I tempi passano, ma lo sfarzo e le feste anche a sfondo sessuale restano. Del resto se il nostro presidente del Consiglio, invece di partecipare alla serata di festa per l'elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, se ne stava a letto con una escort, e per la maggioranza degli italiani tutto è normale, perché gli altri commensali dovrebbero fare da meno?
Ma come si fa ad accettare tutto questo? Come fanno i milioni di italiani che tutte le mattine si alzano per andare a lavorare, magari per poco più di mille euro? Come fanno quelli che non si alzano nemmeno perché in cassa integrazione o peggio ancora senza lavoro? Come fanno tutti quegli imprenditori, grandi e piccoli, che credono ancora al "contratto sociale" e al bisogno di sviluppo e di voglia di fare? Come fanno gli educatori che giorno dopo giorno devono avere esempi positivi da fornire ai ragazzi? Come si fa a credere a chi parla di valori quando tutto è mercificato?
La risposta non può venire dall'assuefazione perché questo è il rischio peggiore.
La protesta non è certo sufficiente e chi crede ancora alla Politica, di ogni colore questa sia, deve avere un sussulto e uscire da questo stato di cancrena, di un corpo in via di decomposizione. Non farlo significa esserne corresponsabile malgrado le tante belle parole e buone intenzioni. Non vogliamo credere che ci sia una tale connivenza da non permettere parole chiare a cui seguano fatti altrettanto precisi.
Tutti abbiamo responsabilità ed è bene far sentire la propria voce a partire da un semplice basta!
L'arresto del consigliere comunale di Milano Camillo Pennisi (Pdl) segue quello dell'assessore allo sport Gianni Prosperini. Il primo - dicono gli inquirenti - intascava tangenti per "favori" legati all'urbanistica, il secondo, alla faccia del moralismo che sbandierava, è accusato di averne fatte di ogni tipo. Per non parlare poi dei livelli ancora più alti.
La Magistratura, come si è soliti affermare in queste situazioni, farà il suo lavoro, ma intanto stretti collaboratori di Bertolaso sono finiti in manette e le loro conversazioni telefoniche fanno venire i brividi. Se la ridevano nelle ore del terremoto in Abruzzo dandosi di gomito per gli affari certi che avrebbero fatto. Lo stesso responsabile della Protezione civile sarebbe coinvolto in un giro di favori. Lui nega parlando di tradimenti, ma il clima ricorda tanto quello dell'ex ministro socialista De Michelis quando affittava l'ippodromo delle Capannelle a Roma facendo correre i cavalli con i nomi delle proprie amanti.
I tempi passano, ma lo sfarzo e le feste anche a sfondo sessuale restano. Del resto se il nostro presidente del Consiglio, invece di partecipare alla serata di festa per l'elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, se ne stava a letto con una escort, e per la maggioranza degli italiani tutto è normale, perché gli altri commensali dovrebbero fare da meno?
Ma come si fa ad accettare tutto questo? Come fanno i milioni di italiani che tutte le mattine si alzano per andare a lavorare, magari per poco più di mille euro? Come fanno quelli che non si alzano nemmeno perché in cassa integrazione o peggio ancora senza lavoro? Come fanno tutti quegli imprenditori, grandi e piccoli, che credono ancora al "contratto sociale" e al bisogno di sviluppo e di voglia di fare? Come fanno gli educatori che giorno dopo giorno devono avere esempi positivi da fornire ai ragazzi? Come si fa a credere a chi parla di valori quando tutto è mercificato?
La risposta non può venire dall'assuefazione perché questo è il rischio peggiore.
La protesta non è certo sufficiente e chi crede ancora alla Politica, di ogni colore questa sia, deve avere un sussulto e uscire da questo stato di cancrena, di un corpo in via di decomposizione. Non farlo significa esserne corresponsabile malgrado le tante belle parole e buone intenzioni. Non vogliamo credere che ci sia una tale connivenza da non permettere parole chiare a cui seguano fatti altrettanto precisi.
Tutti abbiamo responsabilità ed è bene far sentire la propria voce a partire da un semplice basta!
Una strada non basta
Nel 1905 sul territorio comasco e varesino circolavano solo 27 automobili. Qualche anno dopo, nel 1927, nella neonata provincia di Varese c’erano “già” 1.833 autoveicoli.
Non erano certamente solo quei numeri a far scegliere di costruire, proprio su queste terre, la prima autostrada al mondo, inaugurata il 21 settembre del 1924.
Per la provincia di Varese quell'opera determinò un forte cambiamento. I collegamenti verso il capoluogo lombardo si inserivano in una rete di infrastrutture di primo livello e gli investimenti che seguirono nei decenni successivi cambiarono completamente il territorio determinandone uno sviluppo industriale con un'intensità pari a poche altre aree in Europa.
Oggi nella provincia di Varese, secondo l'Aci, ci sono 62 automobili ogni cento abitanti. È un vero record per tutta la Lombardia.
Anche da questi dati si può capire perché tanta enfasi intorno alla Pedemontana attesa da oltre quarant’anni. La pesante crisi di questi mesi ci mette però di fronte a nuovi problemi che richiedono nuove risposte. E una strada non basta.
Oggi che le sfide sono mondiali e che i mezzi permetterebbero di andare oltre ogni ostacolo, c’è una forte spinta a chiudersi a riccio e a conservare e basta quanto fin qui realizzato. Si ha paura di perdere identità e questo condiziona in modo forte ogni segmento della vita sociale ed economica.
La cultura e le tante esperienze nel campo della ricerca e nell’innovazione non riescono ancora a fare da collante per garantire nuove forme di sviluppo. Resta tutto troppo frammentato.
Il tessuto produttivo fatto di tante piccole imprese, dove il capitalismo personale è ancora l’elemento vincente, rispecchia e alimenta questa situazione. Oggi però il bisogno di cambiamento per rispondere ai nuovi processi economici è tale che senza una reale condivisione si corre il rischio di non esser più adeguati. I progetti richiedono visioni che possono trarre forza dalle differenze delle identità socio culturali. Le esperienze sul territorio ci sono e potrebbero essere valorizzate anche perché l’epoca dello sviluppo ad ogni costo è finita e serve guardare alla realtà con riferimenti diversi dalla sola produzione della ricchezza economica.
Sostenibilità, innovazione e cultura diventano elementi sempre più presenti nelle linee guida di diverse aziende.
In questo si inseriscono anche i progetti per nuove infrastrutture. In passato Varese era economicamente meno ricca di oggi. Malgrado ciò, come si raccontava all’inizio, era capace di realizzare imponenti opere superando ogni tipo di difficoltà tecnologiche e progettuali. C’era una visione che non aveva paura di aprire il proprio territorio. Oggi fare questo richiede però dosi di coraggio in più, consapevoli che sono processi inarrestabili.
È un cammino lungo dove il senso di comunità andrà ricostruito a partire da nuovi presupposti culturali e sociali. I prossimi anni, anche per questi scenari, saranno davvero decisivi per continuare a migliorare la qualità della vita di chi ha la fortuna di vivere su questo territorio.
Non erano certamente solo quei numeri a far scegliere di costruire, proprio su queste terre, la prima autostrada al mondo, inaugurata il 21 settembre del 1924.
Per la provincia di Varese quell'opera determinò un forte cambiamento. I collegamenti verso il capoluogo lombardo si inserivano in una rete di infrastrutture di primo livello e gli investimenti che seguirono nei decenni successivi cambiarono completamente il territorio determinandone uno sviluppo industriale con un'intensità pari a poche altre aree in Europa.
Oggi nella provincia di Varese, secondo l'Aci, ci sono 62 automobili ogni cento abitanti. È un vero record per tutta la Lombardia.
Anche da questi dati si può capire perché tanta enfasi intorno alla Pedemontana attesa da oltre quarant’anni. La pesante crisi di questi mesi ci mette però di fronte a nuovi problemi che richiedono nuove risposte. E una strada non basta.
Oggi che le sfide sono mondiali e che i mezzi permetterebbero di andare oltre ogni ostacolo, c’è una forte spinta a chiudersi a riccio e a conservare e basta quanto fin qui realizzato. Si ha paura di perdere identità e questo condiziona in modo forte ogni segmento della vita sociale ed economica.
La cultura e le tante esperienze nel campo della ricerca e nell’innovazione non riescono ancora a fare da collante per garantire nuove forme di sviluppo. Resta tutto troppo frammentato.
Il tessuto produttivo fatto di tante piccole imprese, dove il capitalismo personale è ancora l’elemento vincente, rispecchia e alimenta questa situazione. Oggi però il bisogno di cambiamento per rispondere ai nuovi processi economici è tale che senza una reale condivisione si corre il rischio di non esser più adeguati. I progetti richiedono visioni che possono trarre forza dalle differenze delle identità socio culturali. Le esperienze sul territorio ci sono e potrebbero essere valorizzate anche perché l’epoca dello sviluppo ad ogni costo è finita e serve guardare alla realtà con riferimenti diversi dalla sola produzione della ricchezza economica.
Sostenibilità, innovazione e cultura diventano elementi sempre più presenti nelle linee guida di diverse aziende.
In questo si inseriscono anche i progetti per nuove infrastrutture. In passato Varese era economicamente meno ricca di oggi. Malgrado ciò, come si raccontava all’inizio, era capace di realizzare imponenti opere superando ogni tipo di difficoltà tecnologiche e progettuali. C’era una visione che non aveva paura di aprire il proprio territorio. Oggi fare questo richiede però dosi di coraggio in più, consapevoli che sono processi inarrestabili.
È un cammino lungo dove il senso di comunità andrà ricostruito a partire da nuovi presupposti culturali e sociali. I prossimi anni, anche per questi scenari, saranno davvero decisivi per continuare a migliorare la qualità della vita di chi ha la fortuna di vivere su questo territorio.
venerdì 12 febbraio 2010
Essere al mondo
"Essere al mondo senza capire in che mondo siamo, perché disponiamo solo di idee elementari a cui restiamo arroccati per non smarrirci, è la via regia per estraniarci dal mondo, o per essere al mondo solo come spettatori straniti, quando non distratti, o disinteressati, o addirittura incupiti".
Umberto Galimerti da I miti del nostro tempo, Feltrinelli
Umberto Galimerti da I miti del nostro tempo, Feltrinelli
domenica 7 febbraio 2010
Le braci
"La loro amicizia era seria e silenziosa come tutti i grandi sentimenti destinati a durare una vita intera. E come tutti i grandi sentimenti anche questo conteneva una certa dose di pudore e di senso di colpa. Non ci si può appropriare impunemente di una persona, sottraendola a tutti gli altri".
Marài, morto suicida senza aver potuto riconciliarsi con il proprio paese, l'Ungheria che aveva lasciato e da cui era stato ripudiato perché critico con il regime comunista, molti anni dopo la sua pubblicazione considerò troppo dolce Le braci.
sabato 6 febbraio 2010
L'uomo che verrà
Un capolavoro. Dopo il bel lavoro con Il vento fa il suo giro, Giorgio Diritti supara se stesso. L'uomo che verrà narra la vita dei contadini che vivono alle pendici del Monte Sole. La protagonista è Martina, una bimba di otto anni che sarà spettatrice dello sterminio di tutta la sua gente. Pochissimi i sopravvissuti di quella che fu la strage di Marzabotto. Tra questi il fratellino appena nato nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944.Da vedere assolutamente.
venerdì 5 febbraio 2010
Un miliardo di ore
Campare con novecento euro al mese. Non è il titolo di un film o di un libro, ma quello che stanno vivendo da mesi decine di migliaia di lavoratori in provincia di Varese. Il nostro territorio ha un primato a cui rinunceremmo con grande piacere. Primi in Lombardia per richiesta di ore di cassa integrazione. Nel 2009 abbiamo superato i 53 milioni di ore, pari a 28.745 posti di lavoro con un’incidenza della cassa sui dipendenti pari al 9,68%.
In Italia, secondo i dati diffusi dall’Inps, sono state richieste oltre un miliardo di ore e in tutta la Lombardia oltre 273 milioni.
Numeri da capogiro che danno un'idea del livello della crisi che stiamo attraversando.
A questa occorre reagire e ognuno deve fare la sua parte.
Esiste una questione economica, una sociale, ma anche una culturale. E ognuna di queste investe gli stessi soggetti: i lavoratori, le imprese, lo Stato e i cittadini tutti.
Fa bene il sindacato a chiedere un’attenzione e delle risposte concrete di fronte alla crisi. Fanno bene le associazioni di categoria a chiedere le riforme perché si esca da una stagnazione che non è solo di natura economica, ma anche politica e culturale.
Nell’immediato resta però importante analizzare il dato occupazionale e fa bene l’economista Tito Boeri a lanciare una provocazione forte. "A lungo andare si può finire per lasciare molti lavoratori aggrappati a posti che non hanno un futuro, pur di mantenere formalmente un posto in azienda, magari integrando trattamenti inferiori ai 900 euro al mese con lavori in nero. Il tutto interamente a carico del contribuente, dunque tassando anche quelle iniziative imprenditoriali che avrebbero la possibilità, se meno gravate dalle imposte, di creare nuovi posti di lavoro".
Insieme a una risposta concreta per decine di migliaia di lavoratori, e si tenga conto che a questi si aggiungono oltre mille piccole aziende che hanno la cassa integrazione in deroga, occorre avere il coraggio di cercare nuove strade.
Nessuno ha aperto un reale dibattito sul cosa fare di così tante ore "liberate" dal lavoro Come è possibile che lo Stato, le comunità locali, gli attori sociali non si interroghino di cosa fare durante periodi di crisi generale? Possibile che non si riesca a superare una visione meramente economica e finanziaria della questione e non si possa progettare modalità di uso di tutto questo tempo? Le soluzioni non sono semplici, ma continuando così abbiamo solo la certezza che si "metta una toppa" e basta. Come qualsiasi "ammortizzatore" anche la cassa integrazione non garantisce affatto che il mezzo proceda meglio se non sono a posto tutti gli elementi. E quando i numeri diventano così grandi elaborare analisi e proposte diventa un imperativo per tutti. Non provarci significa subire impotenti ogni crisi. E non serve a niente continuare a ripetere che nulla sarà più come prima, se non ci si adopera per uscire da schemi già visti.Il costo di questo immobilismo altrimenti ricadrà su tutti. Sui lavoratori, sulle aziende, e sui cittadini che dovranno contribuire a sostenere questo modello.
In Italia, secondo i dati diffusi dall’Inps, sono state richieste oltre un miliardo di ore e in tutta la Lombardia oltre 273 milioni.
Numeri da capogiro che danno un'idea del livello della crisi che stiamo attraversando.
A questa occorre reagire e ognuno deve fare la sua parte.
Esiste una questione economica, una sociale, ma anche una culturale. E ognuna di queste investe gli stessi soggetti: i lavoratori, le imprese, lo Stato e i cittadini tutti.
Fa bene il sindacato a chiedere un’attenzione e delle risposte concrete di fronte alla crisi. Fanno bene le associazioni di categoria a chiedere le riforme perché si esca da una stagnazione che non è solo di natura economica, ma anche politica e culturale.
Nell’immediato resta però importante analizzare il dato occupazionale e fa bene l’economista Tito Boeri a lanciare una provocazione forte. "A lungo andare si può finire per lasciare molti lavoratori aggrappati a posti che non hanno un futuro, pur di mantenere formalmente un posto in azienda, magari integrando trattamenti inferiori ai 900 euro al mese con lavori in nero. Il tutto interamente a carico del contribuente, dunque tassando anche quelle iniziative imprenditoriali che avrebbero la possibilità, se meno gravate dalle imposte, di creare nuovi posti di lavoro".
Insieme a una risposta concreta per decine di migliaia di lavoratori, e si tenga conto che a questi si aggiungono oltre mille piccole aziende che hanno la cassa integrazione in deroga, occorre avere il coraggio di cercare nuove strade.
Nessuno ha aperto un reale dibattito sul cosa fare di così tante ore "liberate" dal lavoro Come è possibile che lo Stato, le comunità locali, gli attori sociali non si interroghino di cosa fare durante periodi di crisi generale? Possibile che non si riesca a superare una visione meramente economica e finanziaria della questione e non si possa progettare modalità di uso di tutto questo tempo? Le soluzioni non sono semplici, ma continuando così abbiamo solo la certezza che si "metta una toppa" e basta. Come qualsiasi "ammortizzatore" anche la cassa integrazione non garantisce affatto che il mezzo proceda meglio se non sono a posto tutti gli elementi. E quando i numeri diventano così grandi elaborare analisi e proposte diventa un imperativo per tutti. Non provarci significa subire impotenti ogni crisi. E non serve a niente continuare a ripetere che nulla sarà più come prima, se non ci si adopera per uscire da schemi già visti.Il costo di questo immobilismo altrimenti ricadrà su tutti. Sui lavoratori, sulle aziende, e sui cittadini che dovranno contribuire a sostenere questo modello.
mercoledì 3 febbraio 2010
La cura Schopenhauer
All'improvviso appare la morte. Julius fa lo psicoterapeuta e scopre di avere un melanoma che gli lascerà solo un anno di vita. Dopo un primo momento di disperazione decide di proseguire la sua vita continuando a condurre il suo gruppo di terapia. Incontra un suo vecchio paziente Philip, che per lui era rappresentato un fallimento rpofessionale perché a nulla erano servite tre anni di sedute di analisi. Il libro intervalla poi lo sviluppo dell'attività del gruppo con i vissuti dei nove partecipanti e il racconto della vita di Schopenhauer che irrompe dentro quelle sedute grazie all'attaccamento che ha Philiph per il popolare filosofo.La cura Schopenhauer è il primo romanzo di Irvin Yalom. Profondo, intenso, meno avvincente del suo secondo lavoro, Le lacrime di Nietzsche, ma lo stesso importante.
Una lunga cavalcata sulla vita e sulla morte. "Non sarà, - dise Philip - che la gente teme il contatto con gli afflitti perché non desidera doversi confrontare con la morte che attende ciascuno di noi?"
Nel gruppo si confrontano idee e vissuti diversi. Il filo conduttore è comunque la vita e le relazioni. Julius interviene stimolando prese di posizione, ma poi anch'esso via via si lascia coinvolgere sempre più intensamente. "Gli affetti, - sostiene, - e un'abbondanza di affetti, sono gli elementi indispensabili di una vita piena, ed evitare gli affetti perché se ne anticipano le sofferenze è una ricetta sicura per essere vivi solo parzialmente".
Philip è uscito dalla sua compulsività patologica verso il sesso solo grazie alla filosofia e in particolare a Schopenhauer e ne incarna così tutto il pessimismo e la riluttanza a ogni genere di relazione. "È un'idea di Epitteto e anche di Schopenhauer, che l'eccessivo attaccamento alle cose materiali e agli individui e perfino al concetto dell'io sia la fonte principale della sofferenza umana. E non ne consegue che tale sofferenza possa essere allievata evitando l'attaccamento?"
Riflessioni dopo riflessioni il lavoro di gruppo procede e per Yalom Schopenhauer precede Nietzsche che precede Freud che porterà alla "rivoluzione" della medicina e dell'analisi sulla psiche.
martedì 2 febbraio 2010
Il superenalotto e la pazzia di Clooney e del Tg1
Tg1 delle 20. Quello della cosidetta rete ammiraglia. Tra le prime notizie raccontano degli aiuti italiani ad Haiti. E già lì ci sarebbe da ridire. Ma come si fa a fare un servizio sulla portaerei Cavour? Comunque solite immagini strappalacrime. Poi stacco si torna in studio con la conduttrice che annuncia che Clooney tenta la fortuna acquistando 1.000 schedine del superenalotto per donare l'eventuale vincita al popolo di Haiti. La sua compagna, la Canalis ne avrebbe acquistate 500. Tutti matti comunque. Ma può il telegiornale più ascoltato dare spazio a queste scempiaggini?
E mi fermo qui perché ormai quel Tg è veramente scandaloso dall'inizio alla fine.
E mi fermo qui perché ormai quel Tg è veramente scandaloso dall'inizio alla fine.
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